venerdì 31 marzo 2017

SUOLO PUBBLICO: AVEVAMO RAGIONE NOI, MA LA RAGIONE E’ DEI BISCHERI…

Mercoledì scorso abbiamo votato in Consiglio Comunale la seconda proroga
delle concessioni di suolo pubblico attive al 31/12/2016. Praticamente le vecchie concessioni sono state prorogate una seconda volta, cioè fino al 31/12/2017, dopo la prima proroga al 31 marzo.

Di fatto ci sarà più tempo per le attività commerciali sangimignanesi per presentare le richieste di nuove autorizzazioni, o richiedere aggiustamenti a quelle già presentate, per essere così definitivamente in regola dal 1/01/2018. Il tutto richiesto anche dalle associazioni di categoria e con il benestare della Soprintendenza. Naturalmente ho votato sì. E fin qui “tutto” potrebbe dire qualcuno.

Ma la verità, almeno per me, è che poche altre volte come questa ho provato così tanta delusione e tanta mortificazione nell’esprimere un voto da consigliere comunale.

Il perché è presto detto. Avevamo chiesto fin dall’estate scorsa alla Soprintendenza che, mentre ci dettava  nuovi contenuti nel Regolamento, ci desse almeno la libertà di poter fissare un termine congruo (almeno un anno e mezzo o, alla peggio, un anno) per dare il tempo alle attività commerciali di adeguarsi.

Nel Consiglio comunale del 28 ottobre scorso dovemmo così approvare il nuovo Regolamento in fretta e furia perchè la Soprintendenza ci aveva detto categoricamente NO. Ed  occorreva che le nuove autorizzazioni fossero pronte fin dal 1 gennaio 2017. Una follia!
E noi giù a spiegare che era impossibile, che anche nella migliore delle ipotesi lei stessa, una volta posata "la penna rossa", non ce l’avrebbe fatta a dare risposta a tutti.

Soprattutto mi stupiva come, assieme alla più che necessaria tutela del bene pubblico San Gimignano, non si riuscisse a capire che dietro una nuova autorizzazione alle condizioni imposte dalla Soprintendenza, c’erano tanti soldi da spendere -e in poco tempo- per le pratiche, per i professionisti, per il rinnovo degli arredi, sedie, tavoli, ombrelloni, bacheche, espositori, etc.. Una mazzata per San Gimignano.

E così, guarda un po’ quello che era impossibile (e io dico invece maledettamente sensato) il 28 di ottobre diviene un po' più possibile a fine dicembre 2016, quando la stessa Soprintendenza si accorge che i tempi erano stretti. E via la prima proroga.
Poi, con l’approssimarsi della scadenza, e con la “scoperta” di un vincolo del ’28, non solo si richiedono alle attività altre documentazioni a firma di architetti (altri soldi e tempo), ma quello che era impossibile a ottobre 2016 e poi un po’ più possibile a dicembre 2016, diventa magicamente possibilissimo il 29 di marzo 2017.  Una roba degna di Kafka. La mortificazione di chi prova ad amministrare questa città.

Con un messaggio, a mio avviso, devastante da parte della Soprintendenza: chi ha rispettato non dico le regole, che quelle vanno rispettate sempre, ma soprattutto i tempi e ha fatto le corse è bello che servito. Della serie: che vi siete affrettati a fare? La solita Italia. 
Come se non bastasse, nel bel mezzo delle analisi delle varie autorizzazioni pervenute, sono cambiati alcuni funzionari. E così, "magicamente" quello che "stava bene" ai primi "non sta più bene" ai secondi e via con la sagra del Cor-Ten per bacheche e spallette...
  
Preciso che ho massimo rispetto, da sempre, per tutte le articolazioni dello Stato, Soprintendenza inclusa. Ma questo atteggiamento non è accettabile e merita di essere stigmatizzato.

Due ultime considerazioni.

La prima. Noi amministratori, a differenza della Soprintendenza, non abbiamo solo il compito di tutelare il nostro Centro Storico. Abbiamo anche la responsabilità di consentire a tante famiglie di poterci vivere e di poterci lavorare. Ciò implica fare delle scelte tenendo insieme tutti i desideri diversi, gli interessi diversi, tutte le diverse esigenze e minimizzare gli effetti collaterali a volte indesiderati. Trovare un equilibrio è la responsabilità di chi amministra tenendo insieme tutto questo, evitando la città museo e il supermercato a cielo aperto.

Se, a causa di scelte imposte dalla Soprintendenza nel nuovo regolamento, alcune attività vedranno calare i loro introiti e chiuderanno, anche per la dinamica degli affitti, perché magari non potranno più esporre la loro bacheca, abbiamo arricchito o impoverito San Gimignano ed il suo Centro?

E domando ancora: in questi anni San Gimignano non aveva raggiunto un suo equilibrio senza diventare una  città di “cartapesta” né una nuova “San Marino”? La risposta è sì!
Seppure in un quadro di regole sicuramente perfettibile e maggiormente controllabile nella sua applicazione, la nostra città ha garantito in questi anni l’equilibrio tra la tutela del bene culturale, il diritto a vivere dentro il centro, il diritto a svolgerci un’attività. In poche parole, a tenere vivo il Centro Storico.

Ecco: la fretta che ci è stata imposta io l’ho letta come la negazione di tutto questo. E per me non è accettabile. Per rispetto di chi l’ha amministrata, di chi ha scelto di viverci e di chi ha deciso di investirci dei soldi per la sua impresa. Di noi Sangimignanesi.
Perché poi mi capita di andare in Piazza del Campo a Siena o mi capita di andare in via Martelli a Firenze e vedere le tende (bianche!) di Eataly che mi parano il Battistero ed un po’ di bile mi sale...



Seconda ed ultima considerazione, anche se risulterà impopolare.
Ho francamente fatto fatica a capire il ruolo dei vertici provinciali delle due principali associazioni di categoria in tutta questa vicenda.
Il giorno prima del Consiglio Comunale del 28 ottobre intimano a mezzo stampa al Consiglio Comunale - dunque a noi consiglieri comunali che di norma non ci fila mai nessuno – di non approvare alcun regolamento. Soprattutto non una parola verso la Soprintendenza. Restiamo allibiti e rispondiamo che,forse, hanno sbagliato un tantino bersaglio: le novità nel regolamento ci sono in larga parte imposte,  noi avremmo certo voluto aggiornarlo ma sicuramente in un lasso di tempo più congruo e razionale di almeno un anno, un anno e mezzo.

Abbiamo poi spiegato loro che lasciare il vuoto e non approvare un Regolamento guida sarebbe stata una sconfitta per San Gimignano, che ha regole in tal senso dal 1988, e che farlo andava prima di tutto nell’interesse dei loro associati, quelli che dovrebbero difendere, perché gli orienta negli investimenti senza mandarli direttamente in pasto alla Soprintendenza. 
Poi, a febbraio/marzo 2017 chiedono al Comune una proroga. Dico: allora non era tanto più semplice unirsi a noi fin da subito nel chiedere tempi più ragionevoli alla Soprintendenza? E quelli che hanno fatto le cose nei tempi? Mistero e buio fitto.


giovedì 23 marzo 2017

AL VIA I CONGRESSI DI CIRCOLO PD A SAN GIMIGNANO



Al via i congressi di circolo a San Gimignano, stasera dal circolo Centro storico.
Più della nuova conta sui voti mi interesserebbe discutere cosa sono stati i 1000 giorni di larghe intese
, che hanno visto certamente interventi positivi, ma che hanno registrato errori e sconfitte clamorose, conseguenze nefaste sul piano del consenso politico ed una direzione del governo e del Pd tale da portare lacerazioni e divisioni. Che vanno ricucite.
Discutere, nonostante le mozioni siano a compartimenti stagni, dell'analisi su cosa ci è successo in questi 10 anni e negli ultimi 4 in particolare (questa è una delle lezioni che ci lascia Reichlin, ad esempio); delle idee che abbiamo in comune in tutto il Partito e non in una sola mozione; della collocazione chiara nel campo del centrosinistra, magari dicendolo chiaro prima del voto; di un modello condiviso di partito che certamente vogliamo plurale, ma che metta al bando le incontrollate iscrizioni on line, i comitati elettorali permanenti lasciando finalmente spazio alla valorizzazione della partecipazioni di iscritti ed elettori con consultazioni di indirizzo, così come previsto dallo statuto sin dal 2007 e da allora sempre disapplicato; di come applicare veramente il codice etico e di come mettere definitiva trasparenza nelle fondazioni politiche quando l'unica fondazione dovrebbe essere quella del Pd.
Infine, per non dire soprattutto, quando avremmo finito di inseguire Grillo sul suo terreno preferito, torniamo a parlare agli Italiani dei programmi per l'Italia a cui dobbiamo dare ancora lavoro, diritti, uguaglianza delle opportunità senza le quali non ci sarà mai merito, istruzione, progressività nella tassazione, efficaci strumenti di lotta alla povertà e molto altro ancora.
Perché 'forse' è ciò che si aspettano da noi e, al momento, tra il capolavoro della scissione e la nostra (presunta) 'superiorità' da "ciaone" i cari sondaggi ci danno terza forza nel Paese.
Credo ancora nel progetto del Pd e mi interessa toglierlo da questo tunnel in cui si è infilato. Così come vorrei tentare di riportare all'impegno e alla politica tanti delusi o chi se ne è andato.
Mi impegno per questo nel congresso, che avrei voluto meno di fretta e più condiviso, con l'auspicio di uscirne più forti e più uniti di come ci stiamo entrando. Perché di un Pd forte ha bisogno la sinistra.
Dal giorno dopo, però, tutti al lavoro col nuovo segretario per recuperare il terreno perso e per il bene dell'Italia.
Innamoriamoci delle idee e meno delle persone.
Grazie al PD San Gimignano per aver organizzato al meglio i congressi per l'espressione degli iscritti, grazie a tutti coloro che si sono impegnati per prasentare le mozioni.

mercoledì 22 marzo 2017

ADDIO AD ALFREDO REICHLIN

Voglio ricordare prima di tutto il compagno partigiano delle Brigate Garibaldi, esponente di quella straordinaria generazione che si avvicinò alla politica passando dall'esperienza della Resistenza.
Mi hanno sempre colpito di Alfredo Reichlin due aspetti.
Il primo: la sua modernità. Lontano anni luce dalle faziosità e dalle tifoserie che caratterizzano oggi giorno le appartenenze politiche, capace di analisi profonde come era nella scuola del PCI. Era, a mio avviso, costantemente in grado di guardare più in là della fase contingente, non limitandosi alla critica fine a se stessa ma accompagnandola sempre ad una proposta politica e programmatica. Ricordo, negli anni in cui iniziavo ad occuparmi di politica, i suoi scritti dallo sguardo innovativo, spesso con Giorgio Ruffolo, sul ruolo della sinistra nel mondo avviato alla globalizzazione. A dispetto della sua età una mente aperta, libera, sempre autocritica e al tempo stesso propositiva. In confronto a tanti replicanti di oggi, modernissimo.
Il secondo: l'umiltà. L'umiltà dell'uomo di sinistra, che non smania per la carriera, che sa stare al suo posto, che sa che c'è una fase da vivere in prima persona ed una fase da guardare in seconda fila. Tutto ciò senza mai rinunciare al proprio contributo culturale, politico e programmatico. Un gigante rispetto al carrierismo odierno.
Infine, su tutto, i valori saldi, di una sinistra autenticamernte riformista.
Ricordo del sospiro di sollievo che tirai, nel 2007, quando Reichlin fu indicato presidente della commissione che avrebbe scritto il Manifesto dei Valori del Partito Democratico. Ci sentivamo in buone mani, e fu così.
Un Partito a cui, non poteva essere diversamente per la sua figura, non ha mai risparmiato critiche e suggerimenti gratuiti.
Ecco: oggi non riproporrò il suo ultimo articolo ("Non lasciamo la sinistra sotto le macerie"), ma lo saluto con l'invito a rileggere quel Manifesto dei Valori del Partito Democratico. E ad esserne conseguenti.

lunedì 13 marzo 2017

IL LINGOTTO E’ DI TUTTI NOI DEL PD

La dico così per chi è del PD (così gli altri passano a cose migliori) e si appresta a questa “stagione breve”, quasi “lampo”, di congresso: al Lingotto di Torino, dal 10 al 12 marzo, avrebbe dovuto esserci tutto il Partito Democratico. Non una mozione, non una parte sola.

Premesso che ogni occasione di discussione politica e di coinvolgimento è la benvenuta e che ognuno si riunisce come e dove vuole, non ho seguito i lavori un po’ perché impegnato in altro un po’ per scelta. Leggerò e ascolterò cosa ha prodotto la reunion renziana, come ho sempre fatto. E sono convinto che troverò anche stavolta idee e valutazioni interessanti.

Tuttavia quello che qui voglio ricordare è che il Lingotto è il luogo simbolo del PD, dove il PD è nato per unire e fondere culture politiche, non per chiudere un cammino ma per aprirne uno nuovo ed unitario, per allargare il campo di una sinistra che vogliamo certamente plurale ma inclusiva e non rinchiusa. 
Fare una Italia nuova. Riunire l’Italia, farla sentire di nuovo grande”, “Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: nord e sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi”, diceva Veltroni all’inizio del suo discorso del 2007.

Il Lingotto, dunque, come simbolo e luogo fisico dell’unità della sinistra riformista italiana, dell’unità del Partito Democratico che si candida a guidare l’innovazione del sistema politico e del sistema istituzionale.
Per questo penso che lì, 10 anni dopo, avrebbe dovuto esserci tutto il partito. Avremmo dovuto esserci tutti, dal Segretario nazionale al coordinatore del più sperduto circolo d’Italia. 

A ragionare su cosa è stato il PD in questi 10 anni e su cosa non è stato - verrebbe da dire -, su come si sta e siamo stati insieme, su come funziona ed è organizzato sul territorio, su come si finanzia e coinvolge i propri iscritti e simpatizzanti magari usando meglio i circoli ed un po' di più la tecnolgoia, su come si sta insieme tra di noi quando siamo al governo e quando siamo all’apposizione, su cosa ci hanno insegnato e lasciato questi 4 anni di governo di maledette larghe intese e cosa andrebbe corretto e migliorato, con chi vorremmo allearci se andremo verso la sciagurata ipotesi del proporzionale puro, dicendolo prima e non dopo. 

Su quale è la nostra idea di contrasto alla povertà dilagante, alla disuguaglianza crescente, sulle idee per la leva fiscale, su quali politiche industriali per l’economia circolare e quali strategie per la doppia emergenza di questo secolo: la crisi energetico-climatica e l’immigrazione. 

Del perché non intercettiamo il consenso dei giovani e come, nel mentre ed intanto, ci attrezziamo almeno per farli contare un po' di più in Italia, dandogli voce e rappresentanza. 

Di come sia sbagliato, soprattutto a sinistra, non avere l’umiltà di ascoltare. 
Di come sia impossibile governare sempre, e soprattutto in una fase in cui c’è una contestazione fortissima in tutta Europa verso le varie manifestazioni delle élite, attraverso il “ce ne faremo una ragione” ripetuto ai sindacati o attraverso i “ciaone” dopo una consultazione referendaria in cui il popolo, tanto o piccolo che sia, si esprime dopo averlo invitato caldamente a disertare le urne.

Così come avremmo potuto e dovuto ragionare assieme ed affinare meglio politiche e strategie sui temi del mercato del lavoro, sulla scuola, sui diritti civili, sulla sicurezza, sul ruolo delle città, sull’agricoltura. 
Politiche e strategie che, anche per merito di Renzi va detto, hanno avuto il merito di essere affrontate con determinazione da riforme necessarie, ma quanto realmente condivise?

Chiamatela conferenza programmatica o come vi pare se così non fa troppo figo, ma al Lingotto avrebbe dovuto esserci un partito intero a discutere di queste cose: senza conte, senza nomi e senza fretta. 
Provando a definirsi e a definire, finalmente, un profilo politico-programmatico condiviso, alla luce di questi 10 anni e di questa travagliata legislatura.

Ho scritto qui, subito dopo la batosta del referendum, che non possiamo più essere il partito del ‘tutto e del contrario di tutto’. Facendo finta di niente. Anche nei confronti di quelle proposte positive che abbiamo messo in campo e che dobbiamo radicare di più e meglio.

A chi, come me e tanti altri seppure nel loro piccolo contesto locale, ha vissuto in prima persona quella fase dieci anni fa male vedere il Lingotto “usato”, neanche troppo velatamente, a scopo di parte. 

Non c'è solo una parte che può considerarsi e autoproclamarsi la vera “erede” del PD del Lingotto, l’interpretazione autentica di quello spirito. Non ci devono essere tra di noi i più ganzi e i meno ganzi, ci deve essere una comunità politica che sta insieme per unire le forze riformiste del nostro Paese, per cementarle in una proposta di governo che le conduca, finalmente e senza larghe intese, al governo del Paese - se non da sole almeno in coalizioni corte, realmente omogenee - e soprattutto radicate nel campo del centro sinistra.
E che lo faccia nel rispetto reciproco e della maggioranza e minoranza di turno. Quella “forza riformista che, unita, l’Italia non ha mai avuto”. “Il partito – ancora Veltroni - dell'innovazione, del cambiamento realistico e radicale, della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese”. E' il motivo per cui resto convintamente nel PD, nonostante tutto.

Dal discorso del Lingotto emergeva un messaggio di unità che la sinistra, almeno quella che voleva e vuole  ancora fare i conti con il Governo, non aveva mai conosciuto; una prospettiva di unità fortissima di culture diverse – quella socialista, comunista progressista, cattolico democratica, ulivista, ecologista – che si mettevano insieme per lanciare un messaggio unitario al Paese.

Oggi, scegliere quel luogo per una sola parte, come terreno di sfida e di rivincita dopo la prima vera scissione nella storia del PD – per quanto triste nelle idee e povera nei numeri, ma pur sempre dolorosa e da rispettare e da comprendere –, lo trovo un segnale in netto contrasto col messaggio unitario che il Lingotto ha sempre rappresentato.
Oltre che l’ennesima prova che, davvero, non si è capita la delicata fase che stiamo vivendo, soprattutto dal post referendum costituzionale. 
Difficile essere credibili parlando di unità ora, dopo una scissione (che per chiarezza non condivido per nulla, essendo invece molto più preoccupato di quella diaspora silenziosa avvenuta già in precedenza da parte di tanti iscritti, anche a livello locale), e dopo aver governato contro tutti e con il “ciaone”, pur sapendo bene quanto, da sempre, sia difficile il riformismo in questo Paese.

L’unità non è una narrazione. Ma una pratica quotidiana, fatta di ascolto, di reciproco rispetto. Vale per i renziani quanto per gli ormai scissionisti. L’unità è fatta, soprattutto, da toni, parole, gesti, comportamenti, disponibilità e sintesi del segretario politico di turno, che è il primo ad avere e a dover sentire questa responsabilità.
La scelta del Lingotto va, a mio avviso e buon ultima, nella direzione opposta.
A me pare che, ancora una volta, a sinistra l’atteggiamento sia più quello della sfida che quello del dialogo.

Caro Matteo non permetteremo a D’Alema di distruggere e di dividere ulteriormente il PD, ma neppure a te. Perché è tuo quanto mio. Perché è, in una parola, nostro. E non di uno solo. Perché la leadership è importante, ma è il collettivo che smuove e radica il consenso e cambia le cose.

Al Congresso sosterrò la candidatura di Andrea Orlando, dopo che ne ho letto la mozione (quanto gente che si schiera senza aver letto un bel nulla) che mi convince per larghi tratti, a partire da un metodo di conduzione di maggiore ascolto e più inclusivo, assai diverso di quello conosciuto fin qui, e per alcune proposte utili a correggere la nostra rotta, tornando a dialogare con tutti. Ho letto, naturalmente, anche quella di Matteo (che l'altra volta votai, finendo l'idillio dopo appena tre mesi con l'operazione da prima Repubblica fatta al Governo Letta. Anche lì: a chi lo chiedeste se eravamo d'accordo o no?), e ci trovo alcune cose più che condivisibili. Purtroppo il congresso per mozioni è strumento divisivo di per sè:  le mozioni - che che se ne dica - sono fatte per non dialogare tra loro. Non sono tesi che si possono condividere, emendare, affinare per diventare patrimonio di tutti. Le mozioni sono monoliti. Ma ci sono ragioni nelle une quanto nelle altre. Anche per questo sarebbe servito un momento unitario vero sui programmi, sul profilo politico-programmatico del partito. Magari proprio al Lingotto.

Resto convintamente del PD e nel PD che ho fondato, non mi sento un reduce di nulla nè un gazzilloro di prime seconde o terze ore. Coltivo l'ambizione politica che descrisse bene Walter ormai dieci ani fa: fare un'Italia nuova, portare finalmente e per bene la sinistra al governo grazie ad una grande forza riformista che l'Italia non ha mai avuto. Un progetto politico di cui il PD è strumento, e mai fine, di partecipazione popolare, di cambiamento e di innovazione della politica e del sistema istituzionale. Ancora siamo lontani dall'obiettivo, il referendum è lì a dimostrarcelo. E servirebbe una maggiore dose di analisi e di autocritica sul perchè. Anche per questo continuo a stare nel mio partito ma da uomo libero, senza occhi foderati di prosciutto, consapevole delle dfifficoltà enormi che abbiamo di fronte. Soprattutto senza alcuna corrente, ma con spirito autenticamente unitario. Dopo il congresso, tutti al lavoro con il nuovo segretario, facendo la cosa più moderna che ci sia: occuparsi delle persone, delle nostre terre e del nostro Paese.

giovedì 9 febbraio 2017

GIOVANI: L’ANOMALIA ITALIANA



Ieri due notizie a dir poco contrastanti: “assunta al 9° mese di gravidanza” e “si uccide a 30 anni, precario, di una generazione perduta”.
Sulla prima, solo due considerazioni: stupisce che faccia notizia, perché in un paese moderno non dovrebbe esserlo; servono uomini (imprenditori e non) così.
Sulla seconda, fa notizia eccome. Come deve fare notizia il livello italiano di disoccupazione giovanile. Perché se già non è accettabile di morire sul lavoro, non vorrei che cominciassimo ad “abituarci” alle morti per assenza di lavoro, valore fondamentale della nostra Costituzione.

Ne scrivo malvolentieri, perché dio solo sa il travaglio interiore che deve essere passato dentro a questo nostro coetaneo. E però la sua lettera ci dice del dramma di generazioni che si scoprono come derubate del proprio futuro, e di come, alla fine, venga meno quello che di solito è ciò che non dovrebbe mai mancare in un giovane: la voglia di fare, di lottare. Di reagire. Perché anche questi ormai sono vissuti come valori inutili, non appaganti. Dunque il conflitto generazionale è come disattivato. Manca la spinta al rinnovamento e la società rimane rigida, poco reattiva davanti alle grandi sfide. A tutto ciò segue la poca mobilità sociale.

Da sempre sono i giovani la parte più dinamica di una società: sono loro a rinnovare le tradizioni, sono loro a superarle, sono loro a sperimentare, sono loro a proporre con forza idee e visioni nuove della realtà. Oggi tutto questo, in Italia, non avviene più, o solo in pochissimi casi.

E poi in Italia, si sa, oggi i giovani sono pochi  e hanno poca voce, poco peso, anche politico. Non è un caso che la politica si interessi poco di loro. Ma se non vogliamo rischiare del tutto quello è stato definito un salto di generazione, le politiche giovani-lavoro, giovani-formazione, giovani-saperi devono tornare ad essere l’assillo principale di qualsiasi governo, facendo i conti col mercato del lavoro che cambia e con le nuove tecnologie che modificano profondamente la disponibilità di lavori e la tipologia stessa dei lavori.

Non servono nè le paternali, nè le frasi di disprezzo di alcuni esponenti politici. Serve la Politica.


“Non possono più restare senza risposta le grandi domande dei giovani i quali, per la prima volta
dal dopoguerra, non hanno fiducia nel futuro e temono un destino di precarietà e insicurezza permanenti.
È tempo di abbattere gli ostacoli che vengono da una società chiusa, soffocata dai corporativismi, e che difende l’esistente e le rendite di posizione.
Ridare voce ai giovani è essenziale perché sono loro a porre quella domanda di valorizzazione dei talenti e delle energie e di liberalizzazione della società che è ormai ineludibile”.

martedì 7 febbraio 2017

UNA STRATEGIA ENERGETICO-CLIMATICA PER L’ITALIA



Pubblicato anche per l'Italia il Riesame dell'attuazione delle politiche ambientali dell'UE.
Si fa un gran parlare delle possibili procedure di infrazione per lo sforamento dei parametri economici stabiliti per la UE, ma si dimenticano troppo spesso le procedure di infrazione già aperte, e quelle che verranno sicuramente, in materia ambientale.

Le principali sfide in relazione all'attuazione in Italia delle politiche e della normativa ambientali dell'UE restano, ancora:
- migliorare la gestione dei rifiuti e le infrastrutture idriche, così come il trattamento delle acque reflue, che rappresentano delle preoccupazioni persistenti, in particolare, nel Sud Italia;
- migliorare la gestione dell'utilizzazione del suolo, delle alluvioni e dell'inquinamento atmosferico nelle regioni centrali e settentrionali (lo smog killer di queste settimane è a lì a ricordarcelo un filino).

Qui il rapporto: http://ec.europa.eu/environment/eir/pdf/report_it_it.pdf

Proprio venerdì scorso ho partecipato alla assemblea provinciale degli Ecologisti Democratici, associazione di persone fuori e dentro il PD che si batte perché le politiche ambientali diventino il comune denominatore delle scelte pubbliche. Soprattutto a e da sinistra. 
Stando al mio campo continuo a pensare che, nonostante fosse uno dei pilastri su cui abbiamo costruito il PD, questa scelta politico-culturale sia ancora ben lontana dal potersi ritenere acquisita.

Nel giugno del 2013 la nostra associazione pubblicò il manifesto: “Il futuro dell’Italia ha un cuore verde”. Sottotitolo: "Un new deal ecologico per uscire dalla crisi". 

Ebbene, da allora ci sono stati dei singoli provvedimenti, di alcuni abbiamo discusso anche alla Festa Ecodem a San Gimignano nel 2015 (reati ambientali, agenzie ambientali, spreco alimentare, collegato ambientale alla finanziaria 2016, etc...).


Ma continua a mancare la cornice strategica in cui tutte queste singole azioni si inquadrano. 
Serve politicamente di rendere esplicita, traducendola nero su bianco, quella scelta di fondo di fare della green economy e dell’economia circolare la cornice in cui incardinare tutte le politiche pubbliche. 
Il così detto “Green Act” poteva e doveva essere questa occasione. Ma si è perso tra un “ciaone” post referendum trivelle e lo sblocca Italia. Tristezzza.

A quelli che continuano a dire che un congresso del PD non serve, così come non servirebbe una conferenza programmatica, cioè confrontarsi sul programma – appunto – delle cose da fare, soprattutto alla luce di tutto ciò che è successo in questi tre anni di larghe intese, dico che è vero esattamente il contrario: servirebbe, eccome, anche in virtù dell’affanno in cui si è cacciato il nostro partito. 
Ho il leggerissimo sospetto che iscritti, simpatizzanti e semplici cittadini siano decisamente più interessati a parlare delle cose da fare e del come farle, che riproporre le coalizioni inconcludenti o le scissioni che inevitabilme il sistema proporzionale rimette in moto.

Il Partito Democratico non è nato solo per unire forze politiche e tradizioni progressiste che vengono del ‘900. E’ nato per dare voce e forza al riformismo del 21° secolo. Ma non c’è riformismo possibile, oggi più di quanto dicevamo allora, se non mette al centro le sfide dell’ambiente, della sostenibilità dello sviluppo, della conversione ecologica dell’economia. Che è poi anche una formifabile occasione di creazione di posti di lavoro e di produzione di reddito.

E’ per queste scelte di campo che vale la pena ancora battersi e contribuire, finalmente, a determinare un profilo politico-identitario del PD più marcato di quanto fatto in questi tre anni, anche in materia di strategia energetica e climatica nazionale. Non ci sono alternative.

Ce lo ricorda e ce lo chiede di recente anche il Coordinamento FREE (Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica), associazione che raccoglie veriea associazioni attive in tali settori, oltre a vari Enti e Associazioni. E lo fa con un approccio "bottom-up", giustamente e finalmente, con una strategia dal basso verso l'alto, per coinvolgere cittadini ed istituzioni in un percorso di crescita sulla necessità di affrontare con decisione la crisi energetico-ambientale ed anche per far maturare la consapevolezza della necessità di assumersi, a tutti i livelli, responsabilità condivise. 
E' possbile, è stato fatto in altri paesi europei. E' l'ora di farlo sul serio anche da noi.

martedì 31 gennaio 2017

CORTE COSTITUZIONALE E LEGGE ELETTORALE

Dunque abbiamo un proporzionale puro al Senato (con coalizioni e senza premio) ed un proporzionale con premio, ma senza coalizione, alla Camera.
Insomma, abbiamo un “bellissimo” ritorno al proporzionale. Il passato che avanza.
Con forti disomogeneità ancora evidenti tra Camera e Senato: soglie di sbarramento diverse, capilista bloccati e doppia preferenza di genere per i deputati e preferenza unica per i senatori, 100 piccoli collegi alla Camera contro 20 grandi collegi regionali al Senato, mentre dei premi ho già detto.
C’è da armonizzare e non poco, mi pare.
Ma, soprattutto, quella che abbiamo davanti è una scelta politica di fondo: tornare al “gioioso” passato della scelta delle liste di partito (già riassaporata col Porcellum – votato dal centrodestra tanto per essere chiari) e le preferenze multiple ed i governi non scelti prima dal voto dei cittadini ma formatisi in parlamento dopo le elezioni, quando la famosa “seggiola” ormai è acquisita, ennesima anticamera di nuove larghe intese, o proseguire sulla via del maggioritario coi governi scelti prima dal voto dei cittadini e non dopo in Parlamento, con la democrazia dell’alternanza, con i collegi piccoli (e contendibili) ma dove stretto è il rapporto ed il controllo candidato/eletto?

Io non ho dubbi e sto con la seconda ipotesi.
Mi spiace dirlo ma tra le gravi responsabilità del Pd a guida Bersani c’è anche quella, dopo l’essere arrivati primi ma non aver vinto nel 2013, di non aver riproposto subito il Mattarellum (maggioritario con collegi uninominali a turno unico e una piccola quota di proporzionale) quando era il tempo. Poi è venuto Renzi e forse, per i modi dell'Italicum più che negli intenti, si è fatto pure peggio.

Al caro Grillo e al suo #obiettivo40% (al quale auguro naturalmente la stessa fortuna del mitico #vinciamonoi delle europee 2014) ed a tutti gli altri, compresi eventuali inciucisti del mio partito, una sola domanda: nel 1993 gli italiani votarono in massa ad un referendum che poneva il quesito di abbandonare il proporzionale e passare ad un sistema maggioritario. E l’anno dopo venne il Mattarellum.

Che facciamo dunque?
Gli esiti referendari li brandiamo e ne chiediamo il rispetto solo quando fanno comodo e per fare propaganda o li rispettiamo sempre indipendentemente dalla convenienza politica?
Anche qui, ed anche per questo, non ho dubbi su come rispondere.
La voglia del voto subito con le leggi attuali mi sembra solo l'anticamera di nuove larghe intese, del classico cambiare tutto per non cambiare nulla, con il passato che ritorna nella sua veste peggiore.


martedì 6 dicembre 2016

MATITA E VOTO: GLI UNICI POTERI DAVVERO FORTI


Sono 32 milioni gli italiani che sono andati a votare (più del 2006 e del 2001). Tanti ed è un bene. 
Gli appelli ad andare a votare per me non sono mai retorica o tattica. Quello del voto è l’unico potere davvero “forte” in cui credo. 

Oltre 19 mln per il No, oltre 13 milioni per il Sì. Dal punto di vista democratico una bella prova.
Il Sì ha perso nonostante continui a pensare che la riforma contenesse ragioni di merito più che valide. Il No ha prevalso nettamente. O meglio: hanno vinto vari No e non uno solo. 

Aspettando le analisi sulla composizione del voto, nel merito penso queste cose, guardando alla Sinistra, al PD che è il campo che mi interessa. Non penso infatti che la soluzione sia semplicemente nel sostituire l’arroganza di Renzi con la superbia di Di Maio o le ruspe di Salvini.

1) Non è stato un voto referendario ma un voto politico e sociale. Sul Governo, su Renzi e le sue politiche, di riflesso sul PD. C’è una parte il cui No è stato certamente un No ad una riforma di questa portata e fatta in questo modo. Ma c’è una parte maggioritaria per cui il cui No è stato verso Renzi e verso il suo Governo, un voto alle sue politiche, fiutando l’occasione per dare la spallata. Per i primi si tratta di tenerne conto una volta per tutte in futuro, per i secondi la risposta è nella politica e come sarà in grado di cambiare il PD e la sinistra.


2) L’errore della personalizzazione, dunque, cioè legare le sorti del governo all’esito della consultazione, si è rivelato micidiale, come ampiamente pronosticato. Giusta e corretta la scelta conseguente di dimettersi. La responsabilità di tale errore è tutta sua: ha confuso i piani ed i ruoli, ha fatto trasparire la presunzione di avere già vinto, ha fatto sembrare la riforma un “affare del governo”, rendendola ancora più distante dal popolo. Morale? Governo a casa, sinistra divisa, PD a pezzi. Riforme costituzionali al palo per diverso tempo. 

3) “La maggioranza silenziosa” si è fatta sentire eccome. Nelle zone in cui il disagio è maggiore, il reddito minore, la disoccupazione più dura, la legnata sembra essere arrivata più forte. E si aggiunge a quella delle amministrative della primavera 2016. Dove abbiamo perso capoluoghi importanti, anche in Toscana. E si aggiunge alle regionali del 2015 dove abbiamo vinto a fatica regioni sempre ben disposte verso il centrosinistra. E si aggiunge alla legnata di pochi giorni fa in Friuli. Tutti zitti. La risposta del gruppo dirigente non potrà più essere come quella del dopo-amministrative, che fu imbarazzante: liquidata ad un voto locale, marginale e fluido senza riflessi nazionali. Senza analisi, né sulle politiche di governo né sull’atteggiamento tenuto dal partito. Oltre ad ignorare vergognosamente una proposta di riorganizzazione del PD sul territorio elaborata da Barca. Vogliamo liquidare anche questa volta con un cretino “ciaone” tutti questi dati politici?

4) Ho scritto altre volte che non mi iscriverò mai al “partito del ciaone”, cioè di chi pensa che si possa fare politica irridendo e contro tutti. Ma quanto ci vuole al gruppo dirigente del Pd a capire che stiamo sulle palle a tanti anche per questi atteggiamenti? Come si fa a non capire che non c’è sinistra se si governa contro i sindacati, contro il mondo della scuola (anche se assumi 100.00 precari)? Che se è pur vero che per riformare a volte si deve essere impopolari, è impensabile governare contro tutti perché tutti alla prima occasione se ne ricorderanno. A Renzi riconosco di praticare il primato della politica. Ma serve più collegialità. E guardare in faccia la realtà. Quello di D’Alema era un riformismo senza popolo, questo non può essere solo quello del “ciaone” o del “ce ne faremo una ragione” di chi non è d’accordo con noi.

5) Gli elettorati si sono dimostrati piuttosto fedeli. Quelli degli altri, non i nostri: militarizzati i 5S, abbastanza stabili quelli del centrodestra, molto mobili quelli del PD per quasi il 25%. Morale della favola: non hanno tenuto “i nostri” si è sfondato poco o nulla  nell’altro campo. A forza di rincorrere i verdini  e la destra si è perso pezzi in casa nostra. E’ arrivato il momento di conclamarlo e farci definitivamente i conti, senza i tweet del menga sul 40%.

6) 4 giovani su 5 sotto i 35 anni non ci considerano. Un dramma. Ed un paradosso se pensiamo di avere un segretario di partito ed un Presidente del Consiglio di appena 40 anni. Ma è ovvio, il problema non è l’età. Nessuno che a Roma si renda conto di come siamo percepiti: il Pd come un partito in cui ci sta tutto ed il contrario di tutto! Quello che è stato il partito del “Sindaco Pescatore” Vassallo è oggi anche quello di De Luca, quello delle unioni civili e dei giustissimi 80 euro è anche quello dell’imu abolita a tutti, quello del contratto a tempo indeterminato per tutti è anche quello dei voucher e della miriade di forme contrattuali precarie non eliminate, per fare alcuni esempi. Abbiamo fatto, giustamente, un partito post ideologico, perché le ideologie e le rigide identità che ne seguivano avevano fatto il loro tempo. Ma è arrivato il momento di riconsiderare la questione: quando si è giovani si è alla ricerca di esempi e di identità. E noi rischiamo di non dare né i primi ne di avere la seconda. Non possiamo essere solo “il partito delle banche”! Che non è vero ma è quel che passa.

7) siamo la principale forza del socialismo europeo, mentre tutte le socialdemocrazie e le sinistre in Europa sono ai minimi storici. Abbiamo e dobbiamo avere un ruolo in Europa, verso un Parlamento ed una Commissione europea a guida centrodestra. Siamo gli unici che, come si era cominciato a fare, possono agire per far invertire la rotta dall’austerità a quella degli investimenti e della solidarietà. Non lo fanno né la Lega ne i 5S, che in Europa siedono con Le Pen e Farage, cioè col peggio della destra. Non sfasciamo tutto.

E’ arrivato il momento di pensare all’Italia, come sempre, ma di occuparsi finalmente della sinistra e del PD. Ricucendo con umiltà quel che c’è da ricucire, discutendo apertamente, senza buttare via anche le tante buone proposte avanzate in vari settori. Io ci credo ancora. Al Pd e alla sinistra che vuole andare al governo. Perché la verità è ancora questa. Che siamo ancora perdenti, che al governo ci è andato prima Fini di noi, e che non possiamo accontentarci di esserci stati in coalizione con Alfano. Quello che vedo all’orizzonte, infatti, è solo un ritorno in grande stile della Destra. Che a tanti piace, ed è legittimo. Ma non è il mio campo.

giovedì 24 novembre 2016

Un sì ragionato, con voglia di unire, nonostante Renzi



Prima di tutto: andiamo a votare! Il 4 dicembre andiamo a votare. Per me è un diritto ed un dovere. Come per altre consultazioni, anche non di questo tipo, credo sia necessario e doveroso ricordare di andare a votare, spronare a prendere parte, a partecipare, a non lasciare che altri decidano per noi. Non sprechiamo questa opportunità. Inutile lamentarsi delle scarse occasioni di partecipazioni alla vita politica se poi quelle che ci sono non sono utilizzate al meglio.

Piccola ma doverosa premessa. Il mio sì non è un sì politicizzato, ideologico e/o di appartenenza. E’ un sì ragionato. Tanto più dopo aver letto anche le ragioni del fronte del No, che rispetto ma non condivido. Ed avendo letto ed ascoltato di tutto, sulla carta stampata e in tv, fino ad un limite che però mi sono autoimposto: quello della faziosità e della disonestà intellettuale che non sopporto mai in politica. Appartengono alla prima, ad esempio, i Rondolino (Unità) ed i Travaglio (Il Fatto) e vari politici espressioni del sì e del no; appartengono alla seconda i Salvini e i Berlusconi, quelli che nel 2006 volevano introdurre il premierato, il potere di scioglimento delle camere al Premier, l’alterazione dei poteri costituzionali con un Presidente della Repubblica depotenziato. Non scherziamo!
Il dibattito politico sulla riforma ha superato davvero in questi ultimi giorni i toni ed il garbo di un confronto sereno e civile. La politica è uno strumento importantissimo ma è anche un’arena, si sa. E tuttavia credo che si possa votare sì o no senza insultare chi la pensa diversamente, senza toni polemici o irridenti delle ragioni altrui, senza le miserie del linguaggio politico attuale, formidabilmente sintetizzate nei tristissimi “ciaone” o “pidioti”.
Ma in quest’ultimi giorni si è sentito pure di peggio. Da una parte e dall’altra. E francamente, tutto ciò mi fa schifo, perché l’uso di un certo tipo di linguaggio, in politica più che altrove, è sempre il primo drammatico sintomo del degrado della politica stessa. Servirebbe più accortezza.
La cosa che mi più di tutte mi fa pena quando sento le parole dei vari De Luca, dei vari Ingroia o dei vari Grillo o dei vari analisti finanziari che invocano chissà quali drammi del post voto, solo per citare gli ultimi edificanti esempi, non è solo il tipo di parole usate ma è l’artificiosa creazione della paura, l’intimidazione delle persone creando ad arte scenari apocalittici. Penso che compito della politica con la “P” maiuscola sia invece sempre quello di informare e di costruire opinioni consapevoli, non creare paure, evocare catastrofi e distruggere.
Così facendo si fa solo un servizio al crescente distacco tra cittadini e politica.
Per tutto questo, di seguito, ci sono soltanto alcune considerazioni di chi questa riforma se l’è letta e studiata non da ora, approfondita fin dove ha potuto, per farsene una ragione libera ed autonoma. Come dovrebbe essere in questi casi. Perché l’appartenenza ad un partito per me non sarà mai un limite alla libera scelta e alla maturazione dell’autonomia delle proprie idee.

La riforma perfetta è quella che non si farà mai, dunque giudichiamola per quella che è. Stiamo al merito, senza secondi fini, facendo lo sforzo di astrarci da Renzi e dalla contingenza politica. Una riforma costituzionale traguarda ad alcuni decenni, non a domani mattina. Dopo un Governo, bello o brutto, ne verrà senz’altro un altro. Soprattutto se vincerà il no. Probabilmente sarà ancora uno tecnico o di larghe intese, una ennesima iattura, ma cerchiamo di fare lo sforzo di non distrarci. Così come la legge elettorale si cambia dalla sera alla mattina con legge ordinaria (il centrodestra col Porcellum lo ha disastrosamente dimostrato, oggi pare che ce ne siamo già scordati) e, soprattutto, non rientra nel quesito referendario. Anzi per dirla tutta come la penso, ritengo che la riforma del bicameralismo paritario, seppure con qualche limite, vada bene a prescindere da quella che sarà la futura legge elettorale. Peraltro mi pare evidente che gli effetti del mitico “combinato disposto” siano stati disinnescati alla radice. Ormai l’ha capito anche il gatto che l’Italicum sarà cambiato: superamento del ballottaggio (personalmente ero per mantenerlo, inserendo però l’obbligo di apparentamento tra primo e secondo turno), ritorno ai collegi, superamento capolista bloccati e candidature plurime (la cosa che più di tutte non mi è mai piaciuta dell’Italicum, pur riconoscendogli invece nel complesso vari pregi), premio di governabilità (che non vuol dire più di maggioranza) alla coalizione o al partito. In sostanza tutto ciò che la minoranza PD aveva chiesto e che molti fieri oppositori, da destra e da sinistra, auspicavano.
So bene che la politica non è un mondo irenico, di pace e gioia. Ma è triste vedere come si giochino molte partite sulla data del 4 dicembre, tranne forse quella che veramente conta: spiegare cosa c’è realmente dentro la riforma e perché, almeno secondo il mio punto di vista, il Paese farebbe un piccolo ma significativo passo avanti se la riforma passasse. E non sto parlando di accontentarsi, sto parlando di cose molto concrete, di andare in una direzione politica auspicata più volte anche da sinistra.

Un sì ragionato. Perché, intanto, non ravviso nella riforma nessun rischio di deriva autoritaria a differenza, ad esempio di quella del 2006 – anche qui le parole hanno un peso -, così come va detto  che non arriveranno le cavallette ed i famosi mercati comunque andranno avanti, come hanno sempre fatto. Certo, avremo perso tutti un’occasione di fare alcune delle cose che la giurisprudenza costituzionale, ed in larga parte anche il sistema politico quasi nel suo insieme ci dicono di fare o di voler fare. Centrosinistra incluso, dai DS all’Ulivo almeno. Per questo dico sì. Non per un mero calcolo tra aspetti positivi e negativi, ma perché vi ravviso una direzione, una scelta politica che condivido.

Le riforme costituzionali non si fanno a maggioranza. Inoltre sono consapevole che lo strumento referendario, di per sé, è naturalmente divisivo: o tutto o niente. Con tutti i limiti che questo metodo comporta. Ma altrettanto nettamente bisognerebbe avere la decenza di dire che, tanto per stare al tema, è proprio quello che prevede la nostra Costituzione all’art 138, quando il Parlamento non riesca ad approvare la revisione costituzionale con i due terzi dei suoi componenti nella seconda votazione. Come è avvenuto per la riforma in questione. Fermatasi attorno al 57% dei voti (180 senatori su 315, 361 deputati su 630). Chi grida al “golpe” sbaglia di grosso: che piaccia o no la riforma è stata fatta proprio come la stessa Carta prescrive.
Si dice: ma non si fanno le riforme a colpi di maggioranza. Verissimo. Nel 2001 il centrosinistra fece un errore e ce lo siamo detti più volte. Più grosso lo fece il centrodestra nel 2006. Può essere considerata questa una riforma a colpi di maggioranza? Ci sarebbe da discutere. Ci dimentichiamo del gruppo di lavoro messo in piedi da naplitano subito dopo la sua rielezione e la sua Relazione finale sulle riforme istituzionali, composto da Mauro, Onida,Violante e Quagliarello. Poi ci dimentichiamo del lavoro collegiale dei 42 costituzionalisti messo in piedi con funzione consultiva dal Governo Letta, composta dai principali costituzionalisti italiani.
Se si eccettua la autoesclusione del M5S, come noto assai restio al compromesso che invece è uno dei compiti principali di un organo legislativo, la riforma è stata elaborata e poi anche votata in prima battuta da tutto il centrodestra. E’ stata la tattica politica e solo quella a far cambiare idea a parte del centrodestra, mentre altri hanno continuato a sostenerla. A me, questa volta, pare un falso problema se confrontato con gli altri precedenti.

Perché sì. Più che dei berci, della parolacce e degli insulti la riforma andrebbe ben ponderata. Weber diceva che in politica vige l’etica della responsabilità, che di norma è bene prevalga su quella dei principi. Probabilmente la riforma si poteva fare ancora meglio, è del tutto naturale che in una riforma non vada sempre tutto bene. Ma penso che tanto più se si parla di Costituzione la riforma perfetta è quella che non si farà mai, inutile illudersi se si ha un po’ di senso delle cose e di come funziona un Parlamento.

Almeno per me le questioni che spingono in favore della riforma sono: 1) non altera l’equilibrio dei poteri dello Stato; 2) non tocca il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica; 3) non cambia la forma della nostra democrazia, che resta saldamente parlamentare; 4) non introduce nessun “Premierato” o “semi presidenzialismo”; 5) non dà alcun potere in più al Presidente del Consiglio che resta primus inter pares (tutti motivi per cui, fieramente, mi opposi invece alla riforma del 2006 che oltre a questo, prevedeva pure il potere di scioglimento della Camere da parte del Premier, così per dire).
Invece questa riforma supera: A) il bicameralismo paritario, criticato dagli stessi padri costituenti fin da subito; B) modernizza l’organizzazione dello Stato; C) dà un giusto rafforzamento al Governo (non al Premier!) con i tempi certi alla sua azione, con la fine dell’abuso della decretazione d’urgenza (uno scandalo della così detta costituzione materiale) e D) con contrappesi e garanzie (lo Statuto delle Opposizioni assurge a rango costituzionale); E) riorganizza le competenze tra Stato e Regioni all’origine dello spaventoso contenzioso sorto davanti alla Suprema Corte dal 2001 in poi. Me lo dicevano all’Università che sarebbe andata così e avevano ragione. Leggete il libro di Sabino Cassese “Dentro la Corte” per farvi un’idea.

Una riforma nella giusta direzione. Dunque un sì da cui l’Italia, per tutte queste ragioni, penso possa trarre benefici. Una riforma che, nel suo complesso, rende il Paese più chiaro nella sua articolazione istituzionale e forte nella sua organizzazione statale, ma non per questo meno democratico. A me il punto centrale pare proprio questo, al netto delle singole obiezioni che ognuno di noi può avere. Lo dico stando al merito della riforma e solo a quello, senza scendere nel tifo o nella demonizzazione delle idee altrui. Stiamo infatti parlando delle regole della nostra comune convivenza, che vanno un po’ più in là dei destini personali di ciascuno di noi, o di Renzi, Grillo e Salvini.

Un sì nonostante l'errore di Renzi. Sostengo il sì per alcuni buoni motivi e non in favore di o contro qualcuno. E’ miope pensare di utilizzare una così importante occasione, quella della riscrittura delle regole che tengono insieme il nostro ordinamento e la nostra vita democratica, per mandare a casa il Renzi di turno. E invece questo sembra essere l’obiettivo di tanti.
A Renzi riconosco il merito di aver praticato il ‘primato della politica’, di aver indicato una strada di riforma dopo molti cincischiamenti – basandosi sul lavoro istruttorio fatto dal gruppo dei costituzionalisti già messo in piedi da Letta dopo la rielezione di Napolitano – e di averla portata in fondo. Il Parlamento ha rivisto peraltro profondamente il testo originario, molte sono state le modifiche.
Ma proprio perché ritengo che una riforma costituzionale come quella in atto sia un tantino più importante dei singoli destini di ciascuno di noi e che travalichi la contingenza politica, guardando necessariamente al futuro di una comunità nazionale, penso altrettanto convintamente che alla campagna elettorale così spiacevole abbia contribuito non poco lo stesso Renzi.  Che ha commesso fin dall’inizio l’errore clamoroso della personalizzazione del referendum, legando la sua sorte a questa consultazione. Questo ha scatenato una propaganda anti Governo e anti Presidente del Consiglio di notevoli proporzioni, coagulando contro la riforma tutto ed il contrario di tutto, anche chi della Costituzione ne farebbe davvero strame e chi col tricolore ci si puliva letteralmente parti del corpo poco nobili. Personalizzare è stato un errore politico che rende tuttora complicato un serio, pacato ed efficace confronto nel merito. Che però è irrinunciabile, nonostante tutto. Tuttavia la personalizzazione, le poche volte che è messa da parte, va detto altrettanto onestamente, scioglie il collante di forze assai eterogenee sul fronte del no, smascherando quelle a cui, davvero e nel merito, della riforma non importa un fico secco se non gli effetti su Renzi per mandarlo a casa e poi si vedrà.

Un sì per unire perché dopo il 4 dicembre c’è anche il 5. E penso anche che si debbano spiegare le ragioni della riforma senza il bisogno di scomodare personaggi politici importanti ma assenti dal dibattito presente, soprattutto a sinistra, così come ritengo invece più consono utilizzare le ragioni e le considerazioni dell’oggi alla luce delle proposte di modica degli ultimi 20 anni avanzate sia dal mondo politico che dal dibattito costituzionale, oltre che dalla giurisprudenza costituzionale. Mi è dispiaciuto vedere all’inizio della campagna strattonate da una parte e dall’altra associazioni o istituzioni, a molte delle quali peraltro appartengo, che fondano la propria storia nelle radici del movimento progressista della sinistra italiana.
Siamo di fronte ad un passaggio fondamentale della vita democratica dell’Italia che deve essere affrontato con maturità e piena consapevolezza della complessità della materia.
Vengo da partiti politici che, almeno dal 1993 in poi e almeno nella loro parte più progressista, hanno fatto della democrazia “decidente” e dell’alternanza, con la possibilità di scelta dei governi da parte dei cittadini e non da parte del consociativismo parlamentare, punti fermi delle loro proposte politiche. Oggi, invece, vedo molte amnesie. E lo dico con il rispetto necessario. Un rispetto che spesso manca tuttavia, perché si può anche dissentire, ma senza insultarci. Soprattutto a sinistra.

Si affrontano problemi irrisolti da tempo. Questo è un punto di forza della riforma. Sono convinto che gli italiani, messi di fronte alle soluzioni che tentano di risolvere problemi irrisolti da anni, che rendono il nostro sistema istituzionale più chiaro e funzionante, per questo io dico più moderno anche paragonandolo alle altre esperienze europee, ne comprenderanno le ragioni e le prospettive.
Nel 1994 i Progressisti che persero conto Berlusconi preponevano il superamento del bicameralismo paritario con la Camera con funzione proprie di una assemblea nazionale ed un Camera delle Regioni. Nel 1996 l’Ulivo proponeva che il Senato fosse trasformato in una Camere delle Regioni composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservassero le cariche locali e che potessero esprimere il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza.
Certo non mi sfugge anche che in precedenza, a sinistra, si sia propugnato addirittura il monocameralismo. Ma se siamo seri e abbiamo seguito l’iter della riforma dobbiamo constatare che in Parlamento una maggioranza per questo non c’era. Inoltre va anche detto,  come riportano gli esempi citati in precedenza e come fu addirittura nel dibattito della Costituente, che uno stato regionalista ha necessità di vedere rappresentate le istituzioni territoriali al centro dell’ordinamento, in una camera dedicata.

No all’abolizione del Senato, certo lo avrei preferito alla tedesca. Tutto ciò ricordato devo dire che la parte sul nuovo Senato è quella che mi crea i maggiori dubbi sulla riforma. Quale riforma non ne porta? Personalmente, avrei preferito un Senato modello tedesco dove si esprimesse la volontà dei governi regionali, con voto univoco e vincolo di mandato. A questo avrei aggiunto però una riforma del numero delle Regioni, attraverso una loro aggregazione, abolendo le regioni a statuto speciale. Soprattutto, se si pensa anche al giusto riordino delle funzioni legislative tra Stato e Regioni che la riforma comporta, avrei rilanciato sul rafforzamento delle autonomie locali, stringendo un patto con loro, perché oggi gli enti locali sono allo stremo, così come avrei finalmente regolato la vita democratica di partiti e sindacati. Il discorso ci porterebbe lontano ma il punto politico è per me rafforzare tutto ciò che è nel mezzo tra Comuni e Stato, così da favorire la partecipazione. Del resto però, anche qui, se si vuol essere seri, va riconosciuto che in parlamento una maggioranza per questa soluzione non c’era. Siccome nel Senato alla tedesca non siederebbero i consiglieri ed i sindaci ma i governi regionali, considerando che il PD governa larga parte delle regioni (oggi 17 su 21), apriti cielo spalancati terra. Altro che di deriva autoritaria si sarebbe parlato… Per questo è venuto fuori il Senato che è nel testo nella riforma.

Chiariamoci però su come verrà eletto. Quanto alla presunta non elezione dei futuri Senatori si raccontano storie, purtroppo, del tutto false. E’ stato chiarito ormai più volte che (art. 57) i Consigli Regionali sceglieranno “fra i propri componenti” i Senatori con metodo proporzionale ma “in conformità alle scelte degli elettori”, sulla base di modalità stabilite dalla legge ordinaria. Quest’ultima sarà approvata dopo il referendum e non potrebbe essere diversamente e il Pd, come ha deciso la Direzione su proposta di Renzi, sosterrà in Parlamento il Disegno di legge (Ddl) che i senatori Fornaro e Vannino Chiti e altri hanno predisposto. Secondo questa legge i 74 consiglieri regionali-senatori saranno eletti dai cittadini in modo proporzionale con una scheda elettorale apposita, diversa da quella con cui eleggeremo i consiglieri semplici e il presidente della Regione; la selezione dei candidati avverrà in collegi uninominali. I Consigli regionali si limiteranno ad una presa d’atto. Punto. Chi afferma il contrario o omette di dire questo, come fa Travaglio quasi tutte le sere su La7, mente sapendo di mentire. Vannino Chiti, per fare un esempio su tutti, ex Presidente della Regione Toscana era tra quei senatori che avevano annunciato il suo No se non si fosse fatta chiarezza, prima del voto, sul punto della diretta indicazione dei consiglieri da eleggere nel nuovo Senato direttamente da parte dei cittadini. Non è che Chiti era un mito prima quando diceva di votare no ed un bischero ora che, chiarito questo punto, ha detto di votare sì.

Non c’è tutto ma c’è molto di quel che serve. In conclusione a me pare proprio, pur a fronte anche delle osservazioni mosse in precedenza, che nella riforma, come hanno scritto oltre 200 costituzionalisti che si sono firmati a favore della modifica, “non c'è forse tutto, ma c'è molto di quel che serve, e non da oggi, per affrontare efficacemente alcune fra le maggiori emergenze istituzionali del nostro Paese. Ed è proprio a questo che dobbiamo guardare: al complesso del disegno e rispondere alla domanda se, tutta insieme, questa riforma rappresenti comunque un passo avanti nella direzione di una migliore organizzazione dell’ordinamento dello Stato oppure no. Per me sì, lo rappresenta.
Ad esempio: non si può non riconoscere come in tutti e cinque i progetti organici di riforma costituzionale presentati prima di quello attuale (Bicamerale Bozzi 1983-85; Bicamerale Iotti-De Mita 1992-94; Bicamerale D'Alema 1997-98; Riforma costituzionale Berlusconi 2005; Bozza Violante 2007) fosse indicato come necessario il superamento del bicameralismo perfetto e la differenziazione di compiti tra le due camere, con l’obiettivo sostanziale di togliere  al Senato il potere di decidere sulla vita del Governo e di rappresentare invece le istituzioni locali.

4 ragioni di fondo a sostegno di questa riforma, prevalenti sulle singole obiezioni.
La prima: il superamento del bicameralismo perfetto, l’unicum tutto italiano figlio, allora, delle paure del passato fascista ma anche dei timori sul futuro indotti dall’inizio della guerra fredda. Ebbene la riforma ha il merito di modernizzare l’architettura istituzionale dell’Italia e di snellire il Parlamento con la riforma del Senato (semplificato e specializzato nelle funzioni quanto ridotto nella sua composizione). La sola Camera sarà la camera politica, che darà la fiducia al Governo. Il Senato avrà un ruolo diverso e ridotto, ma più specializzato rispetto al passato: le istituzioni locali avranno finalmente una rappresentanza al centro dello Stato, così come auspicato fin dal dibattito nella Costituente. Sì, avremo anche la riduzione dei parlamentari, sempre promessa e mai fatta, e qualche indennità in meno. Ma quello dei costi e dei risparmi non è per me un motivo dirimente per cui sono a favore della riforma. Da sinistra dobbiamo ribadire con forza, contro ogni demagogia pauperistica soprattutto dei 5S, che la democrazia ha un costo, da Pericle fino ai giorni nostri. Quello che da sinistra va combattuto è l’abuso, il ladrocinio ed il privilegio. Non i principi alla base della democrazia e della separazione dei poteri. Tra i quali, che piaccia o meno, rientra pure l’immunità parlamentare per l’esercizio delle proprie funzioni che oggi si sostanzia di fatto nella richiesta per i casi di arresto, non certo di avvio a procedere. Con questa smania dei politici ‘tutti da mandare a casa’ si rischia da più parti di fare fuori non solo elementi portanti delle democrazia, ma conquiste della sinistra costate sacrifici perché la politica potesse essere praticata da tutti, senza limitazioni di censo e di censura, anche della propria libertà individuale. Certi dibattiti su questi aspetti fanno veramente pena.

La seconda: la razionalizzazione del processo legislativo, con la chiarezza dei compiti delle Regioni ed il rafforzamento dell’azione del Governo. La fine del bicameralismo perfetto, infatti, ha riflessi positivi anche sul procedimento legislativo. La Camera avrà così la preminenza sul Senato nella produzione delle leggi, come auspicato da tempo. Si supera finalmente la legislazione concorrente e si ridefiniscono i rapporti tra Stato e Regioni con incremento delle materia di competenza statale, come peraltro indicato dalla giurisprudenza costituzionale dalla riforma del 2001 in poi. Si rafforza l’azione del Governo con il voto “a data certa” sui disegni di legge per l’attuazione del programma, ma senza introdurre alcun “premierato”. La forma di governo non cambia e resta quella parlamentare: il Presidente del Consiglio non avrà potere di nomina e di revoca dei ministri, oltre a dover richiedere la fiducia alla Camera. E se da un lato l’azione del Governo viene rafforzata, dall’altro viene riequilibrata con le limitazioni all’uso sconsiderato e vergognoso dei decreti legge. Nessun “eccesso di potere” o “rischio di derive autoritarie” dunque. Anzi il nuovo art. 64 prevede che  “I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari”, inoltre ‘il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo Statuto delle Opposizioni’. Perciò assume rango costituzionale la previsione che le forze di opposizione dovranno essere correttamente rappresentate all’interno del Parlamento. Quelle di ora e quelle di domani, si badi bene.

La terza, infine, sta nel fatto che non si modificano i ruoli di garanzia previsti dalla Carta ed i contrappesi all’azione di governo. Intanto: il Presidente della Repubblica* avrà un quorum più alto dell’attuale per essere eletto e resta il garante della Costituzione. Non si toccano la Magistratura, il Csm e la Corte Costituzionale (mentre, devo dirlo, trovo improprio per il ruolo di giudice delle leggi che la Corte riveste che essa debba valutare la costituzionalità delle leggi elettorali in via preventiva e non dopo).


La quarta. La democrazia diretta registra, secondo me, significativi passi in avanti, per favorire la partecipazione dei cittadini alla funzione legislativa, alla vita politica e sociale del Paese. Un aspetto, questo, che mi pare sia troppo sottovalutato o raccontato in modo falso dai detrattori della riforma che animo i talk show televisivi. A me paiono invece punti importanti.
L’innalzamento delle firme (150mila a fronte delle 50mila oggi previste) necessarie alla presentazione di una proposta di legge popolare, hanno come garanzia l’inedito di tempi certi per l’esame parlamentare, cosa mai avvenuta fino ad oggi. Così come il referendum abrogativo che, in caso di 800mila firme raccolte, avrà il quorum per la validità fissato al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni politiche e non più degli aventi diritto. Attenzione, una forma non esclude l’altra: 500 mila firme (come oggi) con un quorum del 51% degli elettori, oppure 800 mila firme con un quorum del 51% dei votanti alle ultime elezioni politiche.
Si introduce anche, per la prima volta in Costituzione, l’istituto del referendum propositivo e di indirizzo, da disciplinarsi con apposita legge costituzionale. Non mi sembrano istituti di poco conto in uno dei momenti più bassi del rapporto cittadini-politica-istituzioni.

Potremmo continuare. Così come non ci sfuggono difetti, incongruenze e qualche dubbio applicativo di cui ho provato a dare conto. Ma quale riforma non ne porta con sé? Ad esempio: funzionerà il nuovo Senato che porta le istituzioni al centro dell’ordinamento, che passa da una legislazione paritaria ad una per tipi distinti, differenziata in parte anche per materia? Dipenderà dal buon senso e dai protagonisti politici. Ma la semplificazione, nel rispetto della democrazia parlamentare che non muta, mi pare evidente.

Attuare la Costituzione resta comunque la battaglia da fare. La gara su chi sia più legittimato o titolato a riformare la nostra Costituzione, a mio avviso, non solo non è utile, ma neppure ci piace e ci appartiene. E la riforma migliore in assoluto è sempre quella prossima. Perché, dunque, rinunciare a molte delle cose di cui si ravvede la necessità da tempo per l’aggiornamento delle nostre istituzioni? Questo è quel che mi interessa e che richiede alla politica ed ai suoi interpreti di fare il suo mestiere: quello di approfondire, di provare a spiegare, di organizzare strumenti per maturare opinioni e fare scelte consapevoli. Dovendo alla fine prendere parte.
Nel mio piccolo, dunque, sono stato attivo insieme a tanti altri all’interno del Comitato per il sì, con buon senso e misura. Certamente convinto delle ragioni illustrate e dell’occasione che ha il nostro Paese di fare un passo in avanti per garantire un nuovo patto tra politica e cittadini. Più trasparente, efficiente, misurabile, sobrio, senza alibi per i governi. Dove chi vince le elezioni può governare, le opposizioni possono esercitare il loro ruolo nobile di controllo, dove gli organismi di garanzia sono determinati da larghe maggioranze e non si tocca il Presidente della Repubblica, dove non cambia il nostro sistema parlamentare, ma lo si rende più snello ed in grado di agire più tempestivamente.
Ma nel mentre approfondiamo quale sia il modello migliore possibile per l’organizzazione dello Stato e delle sue istituzioni - in rapporto però alle condizioni date e non ai desiderata di ciascuno, se no ci prendiamo in giro -, credo che non dobbiamo smarrire quella che invece è sempre stata una rivendicazione ed un punto fermo dell’azione politica di larga parte della sinistra italiana: la battaglia per la piena attuazione dei valori e dei programmi sanciti nella prima parte della Costituzione. Un cammino per nulla ancora concluso. E che per questo va riaffermato e ripreso con forza, da sinistra. Perché se è vero che la proposta di ammodernamento dell’organizzazione dello Stato è importante, lo sono ancora di più quei valori, quei principi e quei programmi che dalla riforma non sono toccati e da cui, ad esempio, nascono l’allargamento del campo dei diritti (come le Unioni civili per citare l’ultimo caso) o il rafforzamento degli strumenti di welfare a sostegno delle politiche sociali per il superamento delle disuguaglianze sempre più crescenti nel nostro Paese.

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*Si fa una notevole confusione sugli effetti della riforma, se passerà, sul Presidente della Repubblica. Stiamo ai fatti e a qualche numero, senza prendere in giro nessuno. Per eleggere il PdR ed i componenti del CSM è richiesta almeno la maggioranza dei 3/5, cioè il 60% (438 voti) dei votanti. Per eleggere i giudici costituzionali sempre il 60%, ma dei componenti (così suddivisi: 3 eletti dalla Camera e 2 dal nuovo Senato). Per la revisione costituzionale senza referendum i 2/3 cioè il 66.6% (487 voti) dei componenti.
Per l’elezione del Presidente della Repubblica la riforma prevede, come quella attuale, che per le prime tre votazioni il Presidente debba essere eletto dai 2/3 del Parlamento in seduta comune – dunque 487 voti. Secondo l’attuale testo “dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta”, ovvero la metà più uno. La riforma prevede invece che dal quarto al sesto scrutinio il quorum necessario sia i 3/5 dei voti degli aventi diritto – 438 voti -, dal settimo scrutinio in poi i 3/5 dei votanti effettivi e non dei componenti. Ma è noto che alle sedute per l’elezione del Capo dello Stato tutte le forze sono sempre presenti. E ne deduce che nessuna forza politica potrà da sola eleggersi il Presidente. Ad esempio, anche se abbiamo visto che non sarà così, nel caso in cui restasse come legge elttorale l’Italicum e vincesse Grillo, questo come è congegnato oggi assicura 340 deputati.