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giovedì 23 marzo 2017

AL VIA I CONGRESSI DI CIRCOLO PD A SAN GIMIGNANO



Al via i congressi di circolo a San Gimignano, stasera dal circolo Centro storico.
Più della nuova conta sui voti mi interesserebbe discutere cosa sono stati i 1000 giorni di larghe intese
, che hanno visto certamente interventi positivi, ma che hanno registrato errori e sconfitte clamorose, conseguenze nefaste sul piano del consenso politico ed una direzione del governo e del Pd tale da portare lacerazioni e divisioni. Che vanno ricucite.
Discutere, nonostante le mozioni siano a compartimenti stagni, dell'analisi su cosa ci è successo in questi 10 anni e negli ultimi 4 in particolare (questa è una delle lezioni che ci lascia Reichlin, ad esempio); delle idee che abbiamo in comune in tutto il Partito e non in una sola mozione; della collocazione chiara nel campo del centrosinistra, magari dicendolo chiaro prima del voto; di un modello condiviso di partito che certamente vogliamo plurale, ma che metta al bando le incontrollate iscrizioni on line, i comitati elettorali permanenti lasciando finalmente spazio alla valorizzazione della partecipazioni di iscritti ed elettori con consultazioni di indirizzo, così come previsto dallo statuto sin dal 2007 e da allora sempre disapplicato; di come applicare veramente il codice etico e di come mettere definitiva trasparenza nelle fondazioni politiche quando l'unica fondazione dovrebbe essere quella del Pd.
Infine, per non dire soprattutto, quando avremmo finito di inseguire Grillo sul suo terreno preferito, torniamo a parlare agli Italiani dei programmi per l'Italia a cui dobbiamo dare ancora lavoro, diritti, uguaglianza delle opportunità senza le quali non ci sarà mai merito, istruzione, progressività nella tassazione, efficaci strumenti di lotta alla povertà e molto altro ancora.
Perché 'forse' è ciò che si aspettano da noi e, al momento, tra il capolavoro della scissione e la nostra (presunta) 'superiorità' da "ciaone" i cari sondaggi ci danno terza forza nel Paese.
Credo ancora nel progetto del Pd e mi interessa toglierlo da questo tunnel in cui si è infilato. Così come vorrei tentare di riportare all'impegno e alla politica tanti delusi o chi se ne è andato.
Mi impegno per questo nel congresso, che avrei voluto meno di fretta e più condiviso, con l'auspicio di uscirne più forti e più uniti di come ci stiamo entrando. Perché di un Pd forte ha bisogno la sinistra.
Dal giorno dopo, però, tutti al lavoro col nuovo segretario per recuperare il terreno perso e per il bene dell'Italia.
Innamoriamoci delle idee e meno delle persone.
Grazie al PD San Gimignano per aver organizzato al meglio i congressi per l'espressione degli iscritti, grazie a tutti coloro che si sono impegnati per prasentare le mozioni.

mercoledì 22 marzo 2017

ADDIO AD ALFREDO REICHLIN

Voglio ricordare prima di tutto il compagno partigiano delle Brigate Garibaldi, esponente di quella straordinaria generazione che si avvicinò alla politica passando dall'esperienza della Resistenza.
Mi hanno sempre colpito di Alfredo Reichlin due aspetti.
Il primo: la sua modernità. Lontano anni luce dalle faziosità e dalle tifoserie che caratterizzano oggi giorno le appartenenze politiche, capace di analisi profonde come era nella scuola del PCI. Era, a mio avviso, costantemente in grado di guardare più in là della fase contingente, non limitandosi alla critica fine a se stessa ma accompagnandola sempre ad una proposta politica e programmatica. Ricordo, negli anni in cui iniziavo ad occuparmi di politica, i suoi scritti dallo sguardo innovativo, spesso con Giorgio Ruffolo, sul ruolo della sinistra nel mondo avviato alla globalizzazione. A dispetto della sua età una mente aperta, libera, sempre autocritica e al tempo stesso propositiva. In confronto a tanti replicanti di oggi, modernissimo.
Il secondo: l'umiltà. L'umiltà dell'uomo di sinistra, che non smania per la carriera, che sa stare al suo posto, che sa che c'è una fase da vivere in prima persona ed una fase da guardare in seconda fila. Tutto ciò senza mai rinunciare al proprio contributo culturale, politico e programmatico. Un gigante rispetto al carrierismo odierno.
Infine, su tutto, i valori saldi, di una sinistra autenticamernte riformista.
Ricordo del sospiro di sollievo che tirai, nel 2007, quando Reichlin fu indicato presidente della commissione che avrebbe scritto il Manifesto dei Valori del Partito Democratico. Ci sentivamo in buone mani, e fu così.
Un Partito a cui, non poteva essere diversamente per la sua figura, non ha mai risparmiato critiche e suggerimenti gratuiti.
Ecco: oggi non riproporrò il suo ultimo articolo ("Non lasciamo la sinistra sotto le macerie"), ma lo saluto con l'invito a rileggere quel Manifesto dei Valori del Partito Democratico. E ad esserne conseguenti.

lunedì 13 marzo 2017

IL LINGOTTO E’ DI TUTTI NOI DEL PD

La dico così per chi è del PD (così gli altri passano a cose migliori) e si appresta a questa “stagione breve”, quasi “lampo”, di congresso: al Lingotto di Torino, dal 10 al 12 marzo, avrebbe dovuto esserci tutto il Partito Democratico. Non una mozione, non una parte sola.

Premesso che ogni occasione di discussione politica e di coinvolgimento è la benvenuta e che ognuno si riunisce come e dove vuole, non ho seguito i lavori un po’ perché impegnato in altro un po’ per scelta. Leggerò e ascolterò cosa ha prodotto la reunion renziana, come ho sempre fatto. E sono convinto che troverò anche stavolta idee e valutazioni interessanti.

Tuttavia quello che qui voglio ricordare è che il Lingotto è il luogo simbolo del PD, dove il PD è nato per unire e fondere culture politiche, non per chiudere un cammino ma per aprirne uno nuovo ed unitario, per allargare il campo di una sinistra che vogliamo certamente plurale ma inclusiva e non rinchiusa. 
Fare una Italia nuova. Riunire l’Italia, farla sentire di nuovo grande”, “Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: nord e sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi”, diceva Veltroni all’inizio del suo discorso del 2007.

Il Lingotto, dunque, come simbolo e luogo fisico dell’unità della sinistra riformista italiana, dell’unità del Partito Democratico che si candida a guidare l’innovazione del sistema politico e del sistema istituzionale.
Per questo penso che lì, 10 anni dopo, avrebbe dovuto esserci tutto il partito. Avremmo dovuto esserci tutti, dal Segretario nazionale al coordinatore del più sperduto circolo d’Italia. 

A ragionare su cosa è stato il PD in questi 10 anni e su cosa non è stato - verrebbe da dire -, su come si sta e siamo stati insieme, su come funziona ed è organizzato sul territorio, su come si finanzia e coinvolge i propri iscritti e simpatizzanti magari usando meglio i circoli ed un po' di più la tecnolgoia, su come si sta insieme tra di noi quando siamo al governo e quando siamo all’apposizione, su cosa ci hanno insegnato e lasciato questi 4 anni di governo di maledette larghe intese e cosa andrebbe corretto e migliorato, con chi vorremmo allearci se andremo verso la sciagurata ipotesi del proporzionale puro, dicendolo prima e non dopo. 

Su quale è la nostra idea di contrasto alla povertà dilagante, alla disuguaglianza crescente, sulle idee per la leva fiscale, su quali politiche industriali per l’economia circolare e quali strategie per la doppia emergenza di questo secolo: la crisi energetico-climatica e l’immigrazione. 

Del perché non intercettiamo il consenso dei giovani e come, nel mentre ed intanto, ci attrezziamo almeno per farli contare un po' di più in Italia, dandogli voce e rappresentanza. 

Di come sia sbagliato, soprattutto a sinistra, non avere l’umiltà di ascoltare. 
Di come sia impossibile governare sempre, e soprattutto in una fase in cui c’è una contestazione fortissima in tutta Europa verso le varie manifestazioni delle élite, attraverso il “ce ne faremo una ragione” ripetuto ai sindacati o attraverso i “ciaone” dopo una consultazione referendaria in cui il popolo, tanto o piccolo che sia, si esprime dopo averlo invitato caldamente a disertare le urne.

Così come avremmo potuto e dovuto ragionare assieme ed affinare meglio politiche e strategie sui temi del mercato del lavoro, sulla scuola, sui diritti civili, sulla sicurezza, sul ruolo delle città, sull’agricoltura. 
Politiche e strategie che, anche per merito di Renzi va detto, hanno avuto il merito di essere affrontate con determinazione da riforme necessarie, ma quanto realmente condivise?

Chiamatela conferenza programmatica o come vi pare se così non fa troppo figo, ma al Lingotto avrebbe dovuto esserci un partito intero a discutere di queste cose: senza conte, senza nomi e senza fretta. 
Provando a definirsi e a definire, finalmente, un profilo politico-programmatico condiviso, alla luce di questi 10 anni e di questa travagliata legislatura.

Ho scritto qui, subito dopo la batosta del referendum, che non possiamo più essere il partito del ‘tutto e del contrario di tutto’. Facendo finta di niente. Anche nei confronti di quelle proposte positive che abbiamo messo in campo e che dobbiamo radicare di più e meglio.

A chi, come me e tanti altri seppure nel loro piccolo contesto locale, ha vissuto in prima persona quella fase dieci anni fa male vedere il Lingotto “usato”, neanche troppo velatamente, a scopo di parte. 

Non c'è solo una parte che può considerarsi e autoproclamarsi la vera “erede” del PD del Lingotto, l’interpretazione autentica di quello spirito. Non ci devono essere tra di noi i più ganzi e i meno ganzi, ci deve essere una comunità politica che sta insieme per unire le forze riformiste del nostro Paese, per cementarle in una proposta di governo che le conduca, finalmente e senza larghe intese, al governo del Paese - se non da sole almeno in coalizioni corte, realmente omogenee - e soprattutto radicate nel campo del centro sinistra.
E che lo faccia nel rispetto reciproco e della maggioranza e minoranza di turno. Quella “forza riformista che, unita, l’Italia non ha mai avuto”. “Il partito – ancora Veltroni - dell'innovazione, del cambiamento realistico e radicale, della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese”. E' il motivo per cui resto convintamente nel PD, nonostante tutto.

Dal discorso del Lingotto emergeva un messaggio di unità che la sinistra, almeno quella che voleva e vuole  ancora fare i conti con il Governo, non aveva mai conosciuto; una prospettiva di unità fortissima di culture diverse – quella socialista, comunista progressista, cattolico democratica, ulivista, ecologista – che si mettevano insieme per lanciare un messaggio unitario al Paese.

Oggi, scegliere quel luogo per una sola parte, come terreno di sfida e di rivincita dopo la prima vera scissione nella storia del PD – per quanto triste nelle idee e povera nei numeri, ma pur sempre dolorosa e da rispettare e da comprendere –, lo trovo un segnale in netto contrasto col messaggio unitario che il Lingotto ha sempre rappresentato.
Oltre che l’ennesima prova che, davvero, non si è capita la delicata fase che stiamo vivendo, soprattutto dal post referendum costituzionale. 
Difficile essere credibili parlando di unità ora, dopo una scissione (che per chiarezza non condivido per nulla, essendo invece molto più preoccupato di quella diaspora silenziosa avvenuta già in precedenza da parte di tanti iscritti, anche a livello locale), e dopo aver governato contro tutti e con il “ciaone”, pur sapendo bene quanto, da sempre, sia difficile il riformismo in questo Paese.

L’unità non è una narrazione. Ma una pratica quotidiana, fatta di ascolto, di reciproco rispetto. Vale per i renziani quanto per gli ormai scissionisti. L’unità è fatta, soprattutto, da toni, parole, gesti, comportamenti, disponibilità e sintesi del segretario politico di turno, che è il primo ad avere e a dover sentire questa responsabilità.
La scelta del Lingotto va, a mio avviso e buon ultima, nella direzione opposta.
A me pare che, ancora una volta, a sinistra l’atteggiamento sia più quello della sfida che quello del dialogo.

Caro Matteo non permetteremo a D’Alema di distruggere e di dividere ulteriormente il PD, ma neppure a te. Perché è tuo quanto mio. Perché è, in una parola, nostro. E non di uno solo. Perché la leadership è importante, ma è il collettivo che smuove e radica il consenso e cambia le cose.

Al Congresso sosterrò la candidatura di Andrea Orlando, dopo che ne ho letto la mozione (quanto gente che si schiera senza aver letto un bel nulla) che mi convince per larghi tratti, a partire da un metodo di conduzione di maggiore ascolto e più inclusivo, assai diverso di quello conosciuto fin qui, e per alcune proposte utili a correggere la nostra rotta, tornando a dialogare con tutti. Ho letto, naturalmente, anche quella di Matteo (che l'altra volta votai, finendo l'idillio dopo appena tre mesi con l'operazione da prima Repubblica fatta al Governo Letta. Anche lì: a chi lo chiedeste se eravamo d'accordo o no?), e ci trovo alcune cose più che condivisibili. Purtroppo il congresso per mozioni è strumento divisivo di per sè:  le mozioni - che che se ne dica - sono fatte per non dialogare tra loro. Non sono tesi che si possono condividere, emendare, affinare per diventare patrimonio di tutti. Le mozioni sono monoliti. Ma ci sono ragioni nelle une quanto nelle altre. Anche per questo sarebbe servito un momento unitario vero sui programmi, sul profilo politico-programmatico del partito. Magari proprio al Lingotto.

Resto convintamente del PD e nel PD che ho fondato, non mi sento un reduce di nulla nè un gazzilloro di prime seconde o terze ore. Coltivo l'ambizione politica che descrisse bene Walter ormai dieci ani fa: fare un'Italia nuova, portare finalmente e per bene la sinistra al governo grazie ad una grande forza riformista che l'Italia non ha mai avuto. Un progetto politico di cui il PD è strumento, e mai fine, di partecipazione popolare, di cambiamento e di innovazione della politica e del sistema istituzionale. Ancora siamo lontani dall'obiettivo, il referendum è lì a dimostrarcelo. E servirebbe una maggiore dose di analisi e di autocritica sul perchè. Anche per questo continuo a stare nel mio partito ma da uomo libero, senza occhi foderati di prosciutto, consapevole delle dfifficoltà enormi che abbiamo di fronte. Soprattutto senza alcuna corrente, ma con spirito autenticamente unitario. Dopo il congresso, tutti al lavoro con il nuovo segretario, facendo la cosa più moderna che ci sia: occuparsi delle persone, delle nostre terre e del nostro Paese.

martedì 31 gennaio 2017

CORTE COSTITUZIONALE E LEGGE ELETTORALE

Dunque abbiamo un proporzionale puro al Senato (con coalizioni e senza premio) ed un proporzionale con premio, ma senza coalizione, alla Camera.
Insomma, abbiamo un “bellissimo” ritorno al proporzionale. Il passato che avanza.
Con forti disomogeneità ancora evidenti tra Camera e Senato: soglie di sbarramento diverse, capilista bloccati e doppia preferenza di genere per i deputati e preferenza unica per i senatori, 100 piccoli collegi alla Camera contro 20 grandi collegi regionali al Senato, mentre dei premi ho già detto.
C’è da armonizzare e non poco, mi pare.
Ma, soprattutto, quella che abbiamo davanti è una scelta politica di fondo: tornare al “gioioso” passato della scelta delle liste di partito (già riassaporata col Porcellum – votato dal centrodestra tanto per essere chiari) e le preferenze multiple ed i governi non scelti prima dal voto dei cittadini ma formatisi in parlamento dopo le elezioni, quando la famosa “seggiola” ormai è acquisita, ennesima anticamera di nuove larghe intese, o proseguire sulla via del maggioritario coi governi scelti prima dal voto dei cittadini e non dopo in Parlamento, con la democrazia dell’alternanza, con i collegi piccoli (e contendibili) ma dove stretto è il rapporto ed il controllo candidato/eletto?

Io non ho dubbi e sto con la seconda ipotesi.
Mi spiace dirlo ma tra le gravi responsabilità del Pd a guida Bersani c’è anche quella, dopo l’essere arrivati primi ma non aver vinto nel 2013, di non aver riproposto subito il Mattarellum (maggioritario con collegi uninominali a turno unico e una piccola quota di proporzionale) quando era il tempo. Poi è venuto Renzi e forse, per i modi dell'Italicum più che negli intenti, si è fatto pure peggio.

Al caro Grillo e al suo #obiettivo40% (al quale auguro naturalmente la stessa fortuna del mitico #vinciamonoi delle europee 2014) ed a tutti gli altri, compresi eventuali inciucisti del mio partito, una sola domanda: nel 1993 gli italiani votarono in massa ad un referendum che poneva il quesito di abbandonare il proporzionale e passare ad un sistema maggioritario. E l’anno dopo venne il Mattarellum.

Che facciamo dunque?
Gli esiti referendari li brandiamo e ne chiediamo il rispetto solo quando fanno comodo e per fare propaganda o li rispettiamo sempre indipendentemente dalla convenienza politica?
Anche qui, ed anche per questo, non ho dubbi su come rispondere.
La voglia del voto subito con le leggi attuali mi sembra solo l'anticamera di nuove larghe intese, del classico cambiare tutto per non cambiare nulla, con il passato che ritorna nella sua veste peggiore.


martedì 6 dicembre 2016

MATITA E VOTO: GLI UNICI POTERI DAVVERO FORTI


Sono 32 milioni gli italiani che sono andati a votare (più del 2006 e del 2001). Tanti ed è un bene. 
Gli appelli ad andare a votare per me non sono mai retorica o tattica. Quello del voto è l’unico potere davvero “forte” in cui credo. 

Oltre 19 mln per il No, oltre 13 milioni per il Sì. Dal punto di vista democratico una bella prova.
Il Sì ha perso nonostante continui a pensare che la riforma contenesse ragioni di merito più che valide. Il No ha prevalso nettamente. O meglio: hanno vinto vari No e non uno solo. 

Aspettando le analisi sulla composizione del voto, nel merito penso queste cose, guardando alla Sinistra, al PD che è il campo che mi interessa. Non penso infatti che la soluzione sia semplicemente nel sostituire l’arroganza di Renzi con la superbia di Di Maio o le ruspe di Salvini.

1) Non è stato un voto referendario ma un voto politico e sociale. Sul Governo, su Renzi e le sue politiche, di riflesso sul PD. C’è una parte il cui No è stato certamente un No ad una riforma di questa portata e fatta in questo modo. Ma c’è una parte maggioritaria per cui il cui No è stato verso Renzi e verso il suo Governo, un voto alle sue politiche, fiutando l’occasione per dare la spallata. Per i primi si tratta di tenerne conto una volta per tutte in futuro, per i secondi la risposta è nella politica e come sarà in grado di cambiare il PD e la sinistra.


2) L’errore della personalizzazione, dunque, cioè legare le sorti del governo all’esito della consultazione, si è rivelato micidiale, come ampiamente pronosticato. Giusta e corretta la scelta conseguente di dimettersi. La responsabilità di tale errore è tutta sua: ha confuso i piani ed i ruoli, ha fatto trasparire la presunzione di avere già vinto, ha fatto sembrare la riforma un “affare del governo”, rendendola ancora più distante dal popolo. Morale? Governo a casa, sinistra divisa, PD a pezzi. Riforme costituzionali al palo per diverso tempo. 

3) “La maggioranza silenziosa” si è fatta sentire eccome. Nelle zone in cui il disagio è maggiore, il reddito minore, la disoccupazione più dura, la legnata sembra essere arrivata più forte. E si aggiunge a quella delle amministrative della primavera 2016. Dove abbiamo perso capoluoghi importanti, anche in Toscana. E si aggiunge alle regionali del 2015 dove abbiamo vinto a fatica regioni sempre ben disposte verso il centrosinistra. E si aggiunge alla legnata di pochi giorni fa in Friuli. Tutti zitti. La risposta del gruppo dirigente non potrà più essere come quella del dopo-amministrative, che fu imbarazzante: liquidata ad un voto locale, marginale e fluido senza riflessi nazionali. Senza analisi, né sulle politiche di governo né sull’atteggiamento tenuto dal partito. Oltre ad ignorare vergognosamente una proposta di riorganizzazione del PD sul territorio elaborata da Barca. Vogliamo liquidare anche questa volta con un cretino “ciaone” tutti questi dati politici?

4) Ho scritto altre volte che non mi iscriverò mai al “partito del ciaone”, cioè di chi pensa che si possa fare politica irridendo e contro tutti. Ma quanto ci vuole al gruppo dirigente del Pd a capire che stiamo sulle palle a tanti anche per questi atteggiamenti? Come si fa a non capire che non c’è sinistra se si governa contro i sindacati, contro il mondo della scuola (anche se assumi 100.00 precari)? Che se è pur vero che per riformare a volte si deve essere impopolari, è impensabile governare contro tutti perché tutti alla prima occasione se ne ricorderanno. A Renzi riconosco di praticare il primato della politica. Ma serve più collegialità. E guardare in faccia la realtà. Quello di D’Alema era un riformismo senza popolo, questo non può essere solo quello del “ciaone” o del “ce ne faremo una ragione” di chi non è d’accordo con noi.

5) Gli elettorati si sono dimostrati piuttosto fedeli. Quelli degli altri, non i nostri: militarizzati i 5S, abbastanza stabili quelli del centrodestra, molto mobili quelli del PD per quasi il 25%. Morale della favola: non hanno tenuto “i nostri” si è sfondato poco o nulla  nell’altro campo. A forza di rincorrere i verdini  e la destra si è perso pezzi in casa nostra. E’ arrivato il momento di conclamarlo e farci definitivamente i conti, senza i tweet del menga sul 40%.

6) 4 giovani su 5 sotto i 35 anni non ci considerano. Un dramma. Ed un paradosso se pensiamo di avere un segretario di partito ed un Presidente del Consiglio di appena 40 anni. Ma è ovvio, il problema non è l’età. Nessuno che a Roma si renda conto di come siamo percepiti: il Pd come un partito in cui ci sta tutto ed il contrario di tutto! Quello che è stato il partito del “Sindaco Pescatore” Vassallo è oggi anche quello di De Luca, quello delle unioni civili e dei giustissimi 80 euro è anche quello dell’imu abolita a tutti, quello del contratto a tempo indeterminato per tutti è anche quello dei voucher e della miriade di forme contrattuali precarie non eliminate, per fare alcuni esempi. Abbiamo fatto, giustamente, un partito post ideologico, perché le ideologie e le rigide identità che ne seguivano avevano fatto il loro tempo. Ma è arrivato il momento di riconsiderare la questione: quando si è giovani si è alla ricerca di esempi e di identità. E noi rischiamo di non dare né i primi ne di avere la seconda. Non possiamo essere solo “il partito delle banche”! Che non è vero ma è quel che passa.

7) siamo la principale forza del socialismo europeo, mentre tutte le socialdemocrazie e le sinistre in Europa sono ai minimi storici. Abbiamo e dobbiamo avere un ruolo in Europa, verso un Parlamento ed una Commissione europea a guida centrodestra. Siamo gli unici che, come si era cominciato a fare, possono agire per far invertire la rotta dall’austerità a quella degli investimenti e della solidarietà. Non lo fanno né la Lega ne i 5S, che in Europa siedono con Le Pen e Farage, cioè col peggio della destra. Non sfasciamo tutto.

E’ arrivato il momento di pensare all’Italia, come sempre, ma di occuparsi finalmente della sinistra e del PD. Ricucendo con umiltà quel che c’è da ricucire, discutendo apertamente, senza buttare via anche le tante buone proposte avanzate in vari settori. Io ci credo ancora. Al Pd e alla sinistra che vuole andare al governo. Perché la verità è ancora questa. Che siamo ancora perdenti, che al governo ci è andato prima Fini di noi, e che non possiamo accontentarci di esserci stati in coalizione con Alfano. Quello che vedo all’orizzonte, infatti, è solo un ritorno in grande stile della Destra. Che a tanti piace, ed è legittimo. Ma non è il mio campo.

martedì 10 novembre 2015

Serve il PD non il partito della nazione



In questi giorni se ne sentono di tutte i colori sul PD. Alcune cose con fondatezza, altre emerite bischerate. C’è un punto di fondo, però, che al di fuori della contingenza politica deve essere chiarito e poi riaffermato con forza: cosa vogliamo che sia il PD? Il processo è, a mio modesto parere, ancora incompiuto. E occorre aprire una discussione franca, mai fatta né con Bersani, né adesso con Renzi, mentre vedo che intende aprirla il PD toscano, su cosa deve essere il PD.

Chiarire una volta per tutte se il PD vuol essere come l'isola che non c'è o il luogo della partecipazione e della rappresentanza delle domande sociali, della promozione dei valori e della formazione (prima) e della selezione (poi) della classe politica. E da quale angolatura vuole farlo, da sinistra, e per quale prospettiva intende farlo, quella di centrosinistra. Insomma: un partito, come scritto nel nome, e non un suo lontano parente.

Personalmente lavoro per la seconda ipotesi e per non far prevalere il democristianume di ritorno ed anche chi ci vorrebbe rinchiudere nei recinti, tornando a rassicuranti micro partiti, per quanto auto-definitisi di sinistra. E sarebbe anche l'ora che dai 'mitici' territori si alzasse una voce in tal senso. Un 'temino' che ho provato a sollevare anche alla scorsa assemblea provinciale, naturalmente da riprendere in mano, dato che l’attenzione era rivolta ad altro… Anche per questo non me ne vado e non ho nessuna intenzione di lasciare il campo a questa prospettiva. Nè tantomeno il partito che ho fondato per creare finalmente quella sinistra di governo mai avuta in Italia. Libero di criticare, di condividere e di dissentire, ma fermo su questa impostazione e questa prospettiva. Non ho bisogno di cercare altro o militare altrove per sentirmi di sinistra. Vengo da quella storia lì. In quella mi sono formato. Ho sempre diffidato invece di chi dà patenti di sinistra, autodefinendosi tale o attribuendola o togliendola ad altri. Anche per questo non condivido, lo dico subito, anche se le comprendo, le uscite dal PD. Il Pd non finiva con Bersani e non finirà con Renzi. Al tempo stesso riconosco che il Segretario, che per definizione ha il compito di trovare sintesi e ricercare unità, sia per nulla avvezzo a questo compito. Ma lo stesso Renzi, con la sua faccia un po’ di bronzo, ha dimostrato che si può perdere una volta e avere il consenso necessario la volta dopo. L’importante è che la casa comune (il termine ‘ditta’ per un partito mi ha sempre fatto schifo) abbia fondamenta solide e un’architettura ben definita. E qui viene il bello.

Su quest’ultimo punto il lavoro da fare è ancora tantissimo. In questo ragionamento allora, che ci vuole essere e definirci partito, per me, va detto subito con forza che non vogliamo e non possiamo essere il partito della nazione! E’ l’ora di finirla con questa storia. Sarebbe la negazione del PD pensato al Lingotto.
Se così è, io credo che sia necessario riaffermare alcuni principi e alcune cose, queste sì fondative del nostro partito. Perché va bene il governo locale, il governo regionale e nazionale, ma questo non può e non deve significare un appiattimento alla pragmaticità e alla politica quotidiana, rinunciando a definire un profilo culturale, sociale, organizzativo del partito. Alrrimenti non saremo utili alla società che vogliamo costruire.

Dunque: cosa deve essere il PD?
Per chi come noi è stato protagonista della nascita del Partito Democratico, a San Gimignano come in Toscana, non si può non partire da qui. E dal chiarire cosa vogliamo “essere da grandi”. Crediamo che debba essere ribadito con forza che non vogliamo essere un movimento, un comitato elettorale, ma un grande partito, fatto di uomini e di donne, giovani, militanti, iscritti e simpatizzanti, che si organizza con strutture il più possibile aperte alla società, in grado di coinvolgere professionalità, competenze, impegni e merito. Insomma, come scrivemmo anche nella “Carta di San Gimignano per il PD”nell’ormai lontano 2007, un partito vero, radicato, diffuso sul territorio e federato, con regole di adesione rigorose, un codeice ettico da rispettare (se lo ricordano ancora a Roma? Noi si!), in grado di utilizzare le nuove opportunità offerte dal web e della tencolgia (per coinvolgere gli iscritti), in grado di autofinanziarsi in modo trasparente. Un partito non in mezzo al nulla ma parte integrante del socialismo europeo.

Per andare dove?
Il PD non può andare nella direzione di un soggetto che, piano piano, inglobando da una parte ed escludendo dall’altra, si sostituisce al centro mettendo ai margini la storia del miglior riformismo socialista-comunista e cattolico-democratico. Non serve un partito di centro, semmai un partito che parli anche al centro (la vocazione maggioritaria era anche questo). Non serve aggregare parti del centrodestra, con la scusa del governo delle larghe intese, mettendo all’angolo la storia della sinistra italiana e  rinunciando a quello che fu il PD disegnato al Lingotto: cioè quel soggetto politico che aggrega, organizza ed unisce le forze progressiste nel nostro Paese. Del resto questa era l’idea originaria dell’Ulivo: non solo una forza parlamentare (dagli esiti peraltro infelici come abbiamo poi visto…) ma la necessità di mettere insieme in un unico e grande partito il meglio delle forze riformiste e progressiste presenti in Italia (E qui l’elenco si fa lungo: il riformismo della sinistra, il pensiero cattolico democratico, il progressismo laico, l’ambientalismo moderno, il socialismo).

Per fare cosa?
Per innovare la politica (il PD ha già contribuito più di altri alla semplificazione del sistema dei partiti, per questo, anche qui pur comprendendo, non condivido il proliferare in questi giorni di nuove micro-formazioni alla sinistra del Pd) e per un rapporto nuovo con i cittadini (ma se non prendiamo a cuore la selezione della nostra classe dirigente in alcuni passaggi fondamentali - grandi città, regionali - questo rapporto si comprometterà per l'insipienza di pochi bischeri). Un partito che torni ad unire ed includere. Per essere protagonista non solo della riforma del sistema politico italiano ma anche di quello istituzionale, definendo davvero una  nuova stagione della democrazia italiana e contribuendo attivamente alla modernizzazione dell’Italia, a tutti i livelli. E senza dubbio il Governo Renzi e lo stesso Renzi Segretario ci pongono di fronte a questo compito, che ci piaccia o meno. Ciò che secondo me ancora manca è un livello di condivisione, di confronto, di creazione di consenso, anche dal basso, attorno al processo riformatore in corso che, unito ad una certa rozzezza nel trattare con gli altri corpi intermedi, spesso lascia disorientato il nostro popolo. Da questo punto di vista la distinzione tra la figura del Premier e quella del Segretario può riuscire in parte a recuperare questo divario, oltre a rendere, forse, più autonomo il partito dal Governo, le sue logiche, le sue tempistiche. Fin dalla costituzione del PD questo aspetto mi ha poco convinto (il Pd toscano ha su questo punto un’idea diametralmente opposta. Sarebbe bene che su questo punto fossero gli iscritti a pronunciarsi, come su altre questioni di fondo).
Soprattutto serve un PD che prenda atto che questa austerità ha fallito così come la finanza che si sostituisce al lavoro, e che per questo torni alla centralità del lavoro e degli investimenti pubblici, dell’economia reale e, dico con forza, ambientalmente sostenibile, rispetto al governo della finanza mondiale; un PD che si concentri sulla progettazione di nuovi modelli di sviluppo basati sulla piena coscienza della questione energetico-ambientale; un PD che faccia sentire la propria voce in Europa tramite il PSE (e nel PSE siamo la principale forza dall’anno scorso) anche sulla crisi che il processo di unificazione europea sta vivendo e che pone una questione democratica decisiva per il futuro della UE. Oltre a determinare risposte incerte e divergenti sul piano delle politiche dell’immigrazione e della sicurezza stessa dell’Europa.

Per me è difficile dire e sentire l’attuale Governo davvero come il “nostro” Governo. Quello che è l’obiettivo “numero 1” del PD è ancora lontano da venire: trionfare nelle urne, con un popolo, un leader e soprattutto un disegno per l’Italia e per l’Europa aprendo cicli progressisti come invece altrove sono già riusciti a fare: Inghilterra (Blair), Germania (Schroeder), Spagna (Zapatero) e negli Stati Uniti (Obama). Oppure, davvero, siamo in campo per fare della Sinistra soltanto una deontologia civica di onestà, rispetto dell’ambiente, del pagare le tasse e/o gestire bene un servizio comunale?

martedì 12 maggio 2015

Meglio perdere che vincere. Come in Campania ad esempio...

Mai avrei immaginato, nel 2007-2008 quando chiudevamo i Ds per dare vita al Partito Democratico, che nel 2015 avrei sperato che lo stesso PD perdesse in Campania alle elezioni regionali.

Mai avrei pensato di assistere ad una comica per cui c'è il candidato governatore che si allea con persone che definisce impresentabili, invita pure a non votarle, quasi dimentico del fatto che gli stessi sono candidati in delle liste (per lo meno, va detto, non sotto il simbolo delle liste PD) in appoggio alla sua stessa candidatura.

Ancora non capisco che cosa abbiamo da guadagnare da queste macchiette.
Il PD campano andrebbe commissariato, non da ora.
E De Luca, e l'armata brancaleone da lui messa insieme, spazzata via da una sonora sconfitta.
Sperando che basti.

Non per mitizzare il "bel tempo che fu", ma ricordo bene il Veltroni segretario del 2008 che non ricandidò De Mita in Campania (qui accanto un titolo tratto da "la Stampa" di allora).
De Mita si offese moltissimo e lasciò il PD. Amen.
Io esultai, mi sentii orgoglioso, si perse come era giusto che fosse alle politiche del 2008, ma si girava senza imbarazzi. Eppure c'erano le liste bloccate grazie a quel troiaio del "porcellum".

Ecco, non chiedo tanto, chiedo almeno che si torni a quello spirito.
(Ricordo benissimo il racconto che me ne face Walter quando venne in visita a San Gimignano, ad agosto 2009, in occasione della presentazione del suo romanzo "Noi". Aveva da poco lasciato la segreteria del Pd, nel febbraio 2009, ed il racconto di quell'incontro con De Mita fu da un lato esilarante, da un altro molto istruttivo... Quel: "ma stai scherzando?!?!", che immagino con classico accento campano deve essere stato da antologia).

Quello che penso sulla concenzione dell'etica della politica di alcuni disinvolti "esponenti" del PD (che io reputo essere una esigua minoranza rispetto a tante persone che si danno da fare lealmente) l'ho già scritto qui. Ma continua a preoccuparmi. Eppure non vedo reazioni interne. Eppure continuo ad avere la sensazione che i nostri vertici nazionali non vogliano affrontare il tema. A me questo pare il problema numero uno. Molto più, ad esempio, dell'italicum e della riforma della scuola, come ho già spiegato.

Attenzione, voglio essere chiaro. Io non sono tra quelli che oggi pensano che definirsi di sinistra sia limitarsi ad/identificarsi in una deontologia civica di onestà e di rispetto e di queste fanno la loro bandiera. Penso però, semplicemente e allo stesso tempo, che da queste pre-condizioni non si possa derogare nemmeno di un po'. E che da questo aspetto derivi tanta, se non tantissima, parte della disaffezione verso la politica. Anche se non ritengo che "sia tutta colpa del PD", come si vuole accreditare da parte dei nostri concorrenti politici, ho la netta convinzione che molta fetta dell'astensionismo nasca anche da qui, oltre che dalle inconcludenze ventennali di chi ha avuto la maggiore responsabilità di governo del Paese dal 1994 in poi.

mercoledì 22 aprile 2015

L'imbarazzo del silenzio sul codice etico

Se quanto sta accadendo sull'Italicum è (almeno per me) incomprensiibile, quello che trovo davvero imbarazzante è che una rottura di tale portata avvenga sulla legge elettorale, mentre su altre questioni che ci dovrebbero preoccupare di più e tutti, maggioranza ed opposizione interna, nessuno o pochissimi dicono nulla.

Mi riferisco al fatto di come si stia abbassando la soglia di attenzione del Pd verso l’etica della politica.
Qui vorrei fare alcune considerazioni veloci.
Se l’evasione e la corruzione, dunque l’illegalità, sono uno dei principali grandi problemi del nostro Paese, allora il Pd deve essere conseguente. A partire da casa sua.

C’è un tema gigantesco, di cui ho già scritto qui, e di cui si parla pochissimo: il nostro Codice etico interno, sbandierato giustamente (io ero tra quelli) nel momento fondativo del partito, non solo spesso viene disatteso ma, fatto ancor più grave, non è neppure al passo con le sopravvenute leggi italiane (vedi la Severino su tutte: che sospende dall’incarico i condannati in primo grado, senza distinzione di reato, mentre noi consentiamo la loro candidatura alle primarie).Non cito poi i numerosi inquinamenti dello strumento (formidabile, ma da maneggiare con cura e soprattutto con regole) delle Primarie. Il tutto unito ad un certo "sesto senso" che vorrebbe una tacita assuefazione a questo andazzo...

Il punto è: è giunta l’ora di farla finita, di smettere di far finta di non vedere.
A meno che non si voglia diventare come Forza Italia, che spesso ha candidato gente impresentabile. Smettendola di baloccarci con il “partito della nazione”, che si sostituisce alla mancanza di una destra di sistema in Italia. A quale scopo? Per copiarne magari anche i peggiori difetti, come quelli delle dubbia etica di certe candidature?.

Non vorrei che si pensasse che siamo destinati a fare l’abitudine a candidati con inchieste giudiziarie, a gente che rischia di essere sospesa dall’incarico un minuto dopo che è stata eletta.La politica non è un obbligo. E rimando alla parte finale di questo mio post, per chiarire come la penso su questo.

E non si usi l’argomento del “siamo un partito grande, qualcosa può sfuggire”, perché non attacca.
Proprio questa grande forza ci impone tutt’altro!
Ci impone più controllo, più rigore, più etica di tanti altri.
Ce lo impone a maggior ragione la responsabilità che in questa fase politica grava principalmente sulle spalle del partito democratico, che proprio per questo deve essere al di sopra di ogni sospetto.

Credo, come ho già scritto, che dai “mitici territori” si dovrebbe alzare un appello forte al Pd nazionale a fare sul serio su questo punto, a partire dal rivedere il nostro Codice Etico, per finire col regolamentare seriamente una volta per tutte anche lo strumento delle Primarie.
Un appello, insomma, forte e chiaro, a toglierci, tutti, dall’imbarazzo.
Non ho fondato il Pd per il grigiore e l’imbarazzo, ma per la chiarezza e l’orgoglio di una forza sì di carattere nazionale, progressista e di sinistra. Non voglio assistere a questa che sembra una silenziosa mutazione: ho e abbiamo altri valori. Che son quelli che in parte ci derivano dalla nostra storia politica, dall’altra da un tratto generazionale di chi si è formato alla politica con gli scandali di mani pulite e delle stragi di mafia di inizio anni ‘90. E che non si rassegna a fare l’abitudine a questa roba.

Incomprensibili sull'Italicum


Quello che vedo, leggo e ascolto sull’Italicum è abbastanza incomprensibile. Mi domando che maggioranza fosse quella che reggeva il partito allora, oggi divenuta minoranza.
Quello che penso sull’Italicum l’ho già scritto qui.

Per quelle ragioni, trovo strumentale questa forzatura, questo muro contro muro. L’obiettivo non è la democrazia, diciamocelo, è Renzi. Che ha mille difetti. Che è andato al governo come c’è andato.
Che sul partito, la sua forma ed il suo stare insieme sta facendo zero, esattamente come il suo predecessore Bersani, ma che sta facendo almeno quello che, tra le altre cose, avevamo proposto in campagna elettorale nel 2013: dare all’Italia una nuova legge elettorale dopo quasi 10 anni di traccheggiamento. E di farlo con la più ampia condivisione possibile. 

Oggi, dopo averla votata al Senato, la minoranza si comporta come Forza Italia. Che l’ha votata al Senato ma la rinnega alla Camera per lo “sgarbo” subito (a detta loro) con l’elezione di Mattarella. La forzatura prodotta dalla minoranza ha portato alla sostituzione dei parlamentari in Commissione (brutta pagina).
Ma va anche detto come sia impensabile non rispettare la volontà – prodottasi democraticamente – della maggioranza, così come la discussione avvenuta all’interno del Partito (ripeto per l’ennesima volta che quella discussione ha portato migliorie significative proprio grazie al lavoro della minoranza). Altrimenti meglio essere più onesti e conseguenti: dimettendosi dal Parlamento, mica dal Pd. E questo deve valere sempre: che ci sia Renzi o Bersani leader. 

Se non si rispetta questa regola allora chiudiamo bottega, in attesa che qualcuno trovi altri versi per tenere insieme un partito. L’effetto di tale forzatura, invece, è stato quello di mettere sotto attacco Renzi (che non fa nulla per meritarsi carezze), scatenare le opposizioni che non aspettavano altro per spettacolizzare, ridurre al lumicino le forze (in senso letterale) che sosterranno in Parlamento questa nuova legge. Con una ipocrisia di fondo non minore a quella dimostrata da Forza Italia. Spero proprio che la minoranza ci ripensi e che il governo non metta la fiducia. Sarebbero entrambe incomprensibili. Avrei trovato, invece, più comprensibili battaglie, anche aspre, su jobs act, riforma costituzionale o sul peggioramento dell'etica politica nel nostro partito. Ma di quest'ultima parlo in un altro post.

domenica 18 aprile 2010

Appunti per i naviganti

(...) Nell'aria aleggia però una domanda: in tempi ormai remoti i due grandi partiti nazionali della Prima Repubblica avevano un invidiabile radicamento nel territorio. Come mai gli eredi di quelle due tradizioni politiche non sono riusciti a coniugare la concezione nazionale del partito e il suo radicamento territoriale?

La ragione è molto semplice e la storia ce la racconta. La Dc era radicata nelle parrocchie, nelle associazioni cattoliche, negli oratori, nelle cooperative bianche. Il Pci ricavava invece quel radicamento dal fatto che i comunisti erano licenziati dalle fabbriche o mandati nei reparti di confino. Occupavano le terre insieme ai contadini, morivano sotto il piombo dei mafiosi insieme agli operai scioperanti nelle zolfare siciliane e nelle cave calabresi. Leggete "Le parole sono pietre" di Carlo Levi e saprete come e perché i comunisti erano radicati sul territorio.

Il radicamento sul territorio non dipende dal numero dei circoli o delle sezioni. Dipende dalla condivisione della vita dei dirigenti con quella del popolo che li segue. Se quella condivisione non c'è e al suo posto c'è separatezza, il contenitore è una scatola vuota e il gruppo dirigente galleggia appunto nel vuoto. Non è questione di età, di giovani o vecchi, di donne o di uomini, di settentrionali o di meridionali, di colti o meno colti. È questione di creare una comunità e viverla come tale. La dirigenza del Pci era fatta di intellettuali che vivevano come proletari e in mezzo ai proletari. Se non c'è comunità, se non si sa suscitarla, non ci sono partiti ma gusci vuoti in balia della corrente. Anzi delle correnti. Questo è il problema del Pd. Mancano i don Milani e i Di Vittorio d'un tempo. Se risuscitassero sotto nuove spoglie molte cose cambierebbero in quest'Italia di maschere e di generali senza soldati.

Piccola considerazione a caldo: a 'Sangi' lo facciamo, seppur con mille difficoltà. Non sarà quindi un caso che qui governiamo. Forse perchè siamo un partito vero!

mercoledì 14 aprile 2010

La scienza a uso e consumo

Che la Chiesa faccia il suo "mestiere" non mi ha mai scandalizzato e non mi scandalizza. Certo una maggiore attenzione al profilo di cavour del libero Stato in libera Chiesa non guasterebbe...Tuttavia la mia impressione è che la gerarchia stia dando i numeri, come oggi Bertone, effetto (conseguenza?) di una Chiesa in grande difficoltà in questa nostra epoca.
Dire che alla base dei numerosi casi di pedofilia all’interno della chiesa non c'è il celibato dei sacerdoti quanto un problema di omosessualità, collegando quindi omosessualità=pedofilia, mi pare u tantino fuori dal mondo oltre che una cosa, scientificamente parlando, da epoca della clava...
***

Non vado certo pazzo per Sorgi, però, così per riflettere sui referendum.
***

Ohi ohi, mica ripartirà la banda?
Intanto ieri, sul contestato decreto salva liste, il governo è stato battuto. Nessuno ne ha parlato..
***

Vicenda Emergency: mi ritrovo nelle parole acute di Gramellini.

venerdì 19 marzo 2010

Dopo 2 anni si può parlare in Parlamento di cose concrete

Un'opposizione seria è questa: critica ragionata e proposta seria, praticabile, concreta.
15 minuti di grinta pura e di politica. Finalmente.




Piccolo abstract:

I 6 errori del governo.
Bersani ha ricordato a Berlusconi & Tremonti le cose che hanno fatto nell'anno della crisi economica più grande dal '45: "Primo: avete realizzato il megacondono per gli evasori e per gli esportatori di capitali. Secondo: avete previsto un paio, o tre miliardi di euro per Alitalia. Terzo: avete incassato 20 miliardi di euro di IVA in meno in due anni. Quarto: avete aumentato la spesa corrente per beni e servizi della pubblica amministrazione di 12 miliardi di euro in due anni. Quinto: avete tagliato 8 miliardi di euro alla scuola in tre anni con il risultato, spero che vi sia arrivata notizia tra i banchi del Governo, che le famiglie italiane, per la scuola dell'obbligo, stanno contribuendo agli strumenti didattici, alla carta igienica e alla supplenza degli insegnanti. Vi è arrivata notizia di questo piccolo particolare? Sesto: avete iscritto nel bilancio del 2010, 9 miliardi di euro in meno di investimenti rispetto al 2009, nel pieno della più grave recessione che abbiamo dal 1945".

Le proposte del PD.
Ovviamente dopo aver contestato la politica del governo Bersani ha riassunto le proposte PD: un grande piano di piccole opere, l'apertura di 2-3.000 cantieri comunali.
Su questo punto si è rivolto alla Lega direttamente, chiamando per nome un deputato leghista: "Gibelli, ma lo sapete che, secondo i dati Cresme di gennaio e febbraio, i cantieri dei comuni sono calati, sono in recessione, in piena recessione, del 30% rispetto all'anno scorso? Lo sapete che da quando c'è il federalismo delle chiacchiere i comuni non sono mai stati peggio? E ancora, Gibelli, e mi rivolgo alla Lega: è triste, ripeto, è triste vedere il Carroccio che va con l'imperatore e gli tiene la sedia, è triste, è molto triste!".
Poi ha continuato con le proposte di incentivi per l'efficienza energetica, con il ripristino degli scravi al 55%, ed il ripristino delle politiche industriali in tutti i settori, con le riforme indicate dall'Antitrust.
Infine bisogna dare spinta ai consumi, dando un po' di soldi in tasca a chi ha assolutamente bisogno di spenderli, ai redditi più bassi.
Attenzione, adesso sotto le elezioni, tirate fuori 300 milioni di euro di incentivi: un ottavo di quello che si è speso per Alitalia. Con questa storia - arrivano o non arrivano gli incentivi - sono tre mesi che il mercato è fermo: nei mobili, nell'auto, nei carri agricoli, nei tricicli! Insomma, quando verranno fuori, ormai il danno sarà più del vantaggio che ne verrà. Cerchiamo di tenere conto di queste cose. E ancora: le riforme, il fisco (subito!), la lotta all'evasione fiscale, fisco più equo e non fra tre anni, discutiamone! Discutiamo di ammortizzatori e di norme sul lavoro, e non deregoliamo il lavoro! Cos'è che vi fa pensare, come quindici anni fa, che il problema sia la rigidità e il costo del lavoro? Ma venite da Marte? Non è questo il problema, ve lo dice chiunque che non è questo il problema. E non diteci che non si può fare nulla, che non ci sono i soldi e gli equilibri di bilancio. Metteteci più coraggio, metteteci più responsabilità! Noi siamo qui con le nostre proposte".

martedì 2 febbraio 2010

Giri di valzer in politica

Avanti! C'è posto per tutti, anche per i duri e sbeffeggiatori del tricolore...

C'è chi lascia per abbracciare Rutelli, hai visto mai... Ma ha fallito il Pd o la Binetti?

Il tutto, mentre si consuma un impedimento (alquanto?) legittimo...

E in valdelsa una buona, per quanto provvisoria, notizia..

Infine, riflettiamo su questa considerazione di Gianni Cuperlo. La condivido ampiamente:

(...)"L’ultima osservazione che voglio fare è sull’immagine che ci accompagna in questo inizio d’anno e che non ha sempre tratti di brillantezza (è un eufemismo…). Credo che, in modo sereno, noi possiamo riconoscere limiti ed errori di questa fase. Parlo di errori tattici, di tono, di sostanza…..e dove ci sono stati è bene correggere. Sia mettendo le mani in casa nostra. Sia chiedendo ai nostri alleati comportamenti responsabili (ad esempio, ed è il caso dei radicali, risparmiandoci delle candidature improprie). Sia scegliendo, soprattutto sul capitolo delle Riforme di parlare con una voce unica sapendo della sensibilità che su questo piano è presente nel nostro popolo. Ma penso che, insieme, dobbiamo distinguere tra le differenze politiche, e un tentativo che è in atto di colpire il Partito Democratico e la sua credibilità. Ci sono vicende aperte che in questo senso non aiutano. Ma qui c’è la responsabilità di un gruppo dirigente, che sa affrontare i punti di crisi, ma che è anche in grado di difendere come un bene comune il senso del progetto. La mia polemica in questo caso è davvero e solo verso l’esterno (dunque non riguarda il PD in quanto tale), perché troppi sono i segni di una campagna aggressiva, e spesso violenta, rivolta al tentativo che stiamo portando avanti, pure coi limiti che ho detto. Ma una cosa, secondo me, noi dobbiamo temere come la peste: ed è il tentativo di descrivere questo nostro partito – e le sue leadership – come una realtà oramai depurata di moralità e preda di un’ansia del potere che offusca ogni cosa. Ecco, questo racconto su di noi, se non è contrastato, può produrre danni irreparabili. Perché possiamo sbagliare una posizione. O una tattica. O una candidatura. Ma per nessuna ragione noi possiamo rinunciare al prestigio del progetto e della sua classe dirigente. Questo è un pericolo tanto più serio in un passaggio così delicato dal punto di vista sociale e istituzionale. Perché dietro di noi non c’è un’altra soluzione. Dietro di noi c’è solo lo sfondamento della destra o il ripiegamento. Allora il punto non è evocare una solidarietà generica, ma capire se alla vigilia di una campagna elettorale complicata noi siamo nella condizione di difendere con fermezza le ragioni che ci hanno spinto fino qui. Penso che anche il nostro risultato elettorale di fine marzo, in qualche misura, passerà da questa nostra capacità".

martedì 26 gennaio 2010

Vieni a ballare in Puglia, Puglia, Puglia...

E' andata come doveva andare. Ha vinto Nichi. Era chiaro. Le persone si sono accorte prima di tutti che quello che si stava facendo in Puglia era solo un "pasticcio di potere" una "somma a risultato zero". Non ho mai sentito parlare del fatto che Vendola avesse fatto bene o avesse fatto male, di quali azioni erano state impostate in discontinuità con la gestione Fitto precedente, quali cose fossero migliorate, quali restate uguali. Insomma: quello che si dovrebbe fare alla fine di un mandato. Un resoconto ed una valutazione dell'operato. Niente di tutto questo. Si è tentata un'operazione di vertice, punita dagli elettori che (davvero tanti alle primarie) hanno premiato Nichi. Mi domando: avendo il Pd come unico alleato a sinistra "Sinistra Ecologia E libertà" (Di Pietro tanto sinistra non lo considererei...) conveniva proprio scatenare questa "battaglia" nell'unica regione in cui questa forza esprime il governo, tanto più senza aver fatto una valutazione sul merito delle cose fatte o non fatte, con l'unico risultato di aver stizzito l'unico alleato affidabile alla nostra sinistra? Per me no. Evidentemente. Alla fine è andata come doveva andare.

C'è chi ha detto: quando il capo non sa vedere.

venerdì 15 gennaio 2010

Questi sì che son problemi...

Questi sì che son problemi seri!!! Ma io dico: anche scrivere un pezzo così, da giornalista, ce ne vuole... mah! Per carità, importante è importante, ma possibile che tutto giri intorno a FB???

giovedì 7 gennaio 2010

Anno nuovo...politica vecchia. Eppur qualcosa si muove

Domanda: dove è il cambio di passo? Melassa e non un bello spettacolo...

Leggete invece qui cosa dice il nostro candidato alla Presidenza della Regione Toscana, Rossi. Forza Enrico..

lunedì 28 dicembre 2009

Dopo Copenhagen...l'ambiente contro la crisi

Le proposte del PD per l'ambiente e la green economy

L’economia verde è l’unica leva di sviluppo dell’economia occidentale che consente di lasciare un mondo vivibile alle generazioni future e costruire la futura crescita assumendo il vincolo delle risorse ambientali e la qualità come criterio fondamentale.

Queste alcune delle azioni fondamentali:
1.
Efficienza energetica: Risparmiare energia con la riqualificazione delle abitazioni e degli edifici privati e pubblici, con la sostituzione delle auto e degli elettrodomestici più inquinanti:
In particolare:
- Rendere permanenti ed estendere le agevolazioni fiscali del 55% per gli interventi di efficienza energetica delle abitazioni e degli edifici privati. Avviare un piano straordinario di riqualificazione per gli edifici pubblici (scuole e ospedali in testa), con l’istituzione di un fondo di rotazione di 100 milioni di euro all’anno, per l’efficienza energetica e la messa in sicurezza. Definire una data per nuovi edifici residenziali a “emissioni zero”.
- Ecoincentivi per la rottamazione vincolati ad auto a basse emissioni e bassi consumi.
- Ecoincentivi per l’acquisto di frigoriferi e congelatori a basso consumo e per prevedere l'ampliamento a lavatrici e lavastoviglie ad alta efficienza energetica delle tipologie di elettrodomestici che possono usufruire delle detrazioni; blocco graduato delle vendite per gli apparecchi fuori da classe A e da classe A + per i frigoriferi.

2. Fonti rinnovabili: Raddoppiare nei prossimi dieci anni l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Costruire un’industria nazionale del settore e promuovere nuove imprese che producano impianti, tecnologie, pannelli solari, nuovi materiali per l’edilizia, ecc. La soluzione non è in un ritorno al nucleare a questo stadio di tecnologia: costi elevati, tempi molto lunghi, problemi legati allo smaltimento delle scorie radioattive.

3. Trasporto pubblico:
- Favorire investimenti pubblici per il rinnovo del parco mezzi con acquisto di autobus a metano. Avviare un piano di 1.000 treni per i pendolari, con 300 milioni di euro all’anno per cinque anni. - Prevedere incentivi fiscali attraverso i quali i datori di lavori possano fornire ai loro dipendenti i “ticket-transport”, dei buoni di trasporto, (su modello dei buoni pasto), esclusivamente per il tragitto casa-lavoro, su mezzi collettivi e mezzi pubblici.

4. Ricerca:
- Sostegno alla ricerca e all’innovazione dell’industria automobilistica per le auto ecologiche del futuro. Ripristinare il credito d’imposta per la ricerca come base di un’economia che punta sull’innovazione, sulla conoscenza e sulla qualità legata all’ambiente.
- Proseguire il lavoro avviato con Industria 2015.

5. Territorio, turismo, agricoltura di qualità:
- Favorire le imprese e le economie che si basano sul nostro straordinario patrimonio ambientale e storico-culturale e puntano sul turismo di qualità, sui prodotti agricoli legati al territorio, alla manifattura italiana.
- Difendere e promuovere il made in Italy nel mondo. Ripristinare i fondi per la difesa del suolo dimezzati dal governo (dai 510 milioni di euro del 2008 ai 269 milioni del 2009, per arrivare nel 2011 a 93 milioni).

6. Rifiuti:
Incentivare il riciclo dei rifiuti e l’industria ad esso collegata: un incremento del 15% in dieci anni rispetto ai livelli attuali rappresenterebbe il 18% dell’obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni di CO2. e significherebbe far scendere i consumi energetici di 5 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio.

7. Regole e procedure semplici e certe:
Rendere più semplici le procedure delle autorizzazioni per gli impianti che utilizzino fonti rinnovabili e garantiscano risparmio energetico. Le Regioni completino entro il 2010 i loro piani energetici per il rispetto del “20-20-20”. I Comuni, sempre nell’arco di quest’anno, adeguino i propri regolamenti edilizi e urbanistici, affinché tutte le nuove costruzioni rispettino gli obblighi di legge per la produzione di calore e di energia elettrica.

8. Infrastrutture
Allentare il patto di stabilità per i Comuni per aprire subito i cantieri per piccole e medie opere di riqualificazione del territorio e delle città, per la manutenzione di scuole, ferrovie e strade.

Scegliere per l’Italia la via della green economy con un grande piano di riconversione ambientale è una priorità anche per sostenere e rilanciare l’economia. Attraverso la via della green economy si coinvolgono, fra nuovi lavori e riqualificazione di quelli esistenti, un milione di posti di lavoro nei prossimi cinque anni.

domenica 13 dicembre 2009

Primarie regionali a San Gimignano

Grazie ai 635 sangimignanesi che in una giornata da lupi sono usciti per votare il loro candidato al consiglio regionale durante le elezioni primarie di oggi.
E' stata la terza più alta affluenza in provincia di Siena.
Questo ci dice però anche di una affluenza provinciale non altissima...
Del resto: in Comuni come il nostro era la quinta volta che quest'anno si votata alle primarie e un pò di stanchezza, anche per il momento politico nazionale, la trovo più che legittima. In più, il fattore tempo (sia per organizzarle e fare campagna sia climatico) non ha aiutato.
La maggioranza dei consensi per Marco SPINELLI 421 voti (68,68%), Luisa Zambon 134 (21,86%), Francesco FRIZZI 31 (5,06%), Rosanna PUGNALINI 21 (3,43%), Biagio SCACCIA 6 (0,98%). !7 le scehde nulle e 5 le bianche. 613 dunque i voti validi.
Sono contento per Marco, sono contento per la valdelsa che ormai sicuramente avrà un suo candidato (candidato sì, perchè le elezioni vere c'è da vincerle e ci saranno in marzo!).
Un dato curioso. La Luisa ha raccolto a sangi più della metà di tutti i voti raccolti nei 4 comuni del Chianti senese...

dati provinciali
dato comunale.

giovedì 5 novembre 2009

Consiglio? Che figuraccia le opposizioni/2

Sull'inizio della discussione in CC del Regolamento Urbanistico e sulla scelta delle opposizioni di non partecipare (tutte!) ai lavori in merito, con abbandono della sala consiliare, abbiamo fatto una nota come partito politico. Resto dell'idea che questa scelta sia un boomerang. Non tanto per la lista civica (aveva fatto così anche sul Piano Strutturale!!) ma soprattutto per il PRC e per il PDL. Ognuno ha le sue posizioni e vanno rispettate per carità, ma lanciare accuse di stravolgimenti quando questi non sono tecnicamente possibili (leggete il comunicato stampa...) e, soprattutto, non partecipare alle votazioni quando un cittadino ti ha eletto per quello (indipendentemente che tu sia di maggioranz ao di minoranza) non lo trovo plausibile. Mi dà anche fastidio che si facciano prima le riunioni tra i rappresentanti dei gruppi politici presenti in CC (cioè la cosidetta Conferenza dei Capigruppo) per decidere come organizzare le sedute, i tempi, le modalità e che, una volta deciso in un modo in quella sede, si facciano poi gli indiani in CC denunciando a casaccio irregolarità o la non condivisione delle scelte fatte. Mah... Ancor più in tempi di crisi come purtroppo viviamo pesno che ai sangimignanesi di questo non importi nulla. Forse interessa di più che si arrivi in fondo a questo processo di riforma degli strumenti di governo del territorio per ridare, anche grazie a questi strumenti e non solo, un pò di fiato allo sviluppo della nostra comunità nel massimo rispetto del nostro territorio e delle sue peculiarità.
Se questa è l'aria che tira me ne dispiaccio perchè finora abbiamo, nella distinzione dei ruoli e delle legittime differenti posizioni, teso la mano alle opposizioni. Alla prima vera prova, seria e importante, si sono comportate così. Mi immagino già cosa accadrà quando discuteremo del Bilancio comunale del 2010...to be continued.
Comunicato stampa
San Gimignano 4.11.2009

Regolamento Urbansitico, Pd: “Le minoranze non sanno come fare e la buttano in politica”

Le minoranze – si legge in una nota del Pd di San Gimignano - abbandonano il Consiglio comunale per tentare di bloccare l’approvazione del Regolamento urbanistico.
Davvero difficile da capire il loro atteggiamento: dopo aver concordato il percorso di discussione nella Conferenza dei capigruppo, abbandonano l’aula nell’ennesimo tentativo di bloccare tutto e di far perdere tempo al Comune ed ai cittadini sangimignanesi che attendono da tempo questo strumento di governo del territorio potenzialmente in grado di dare fiato quantomeno a tutta una serie di piccoli interventi in un periodo in cui la crisi economica morde imprese e cittadini.

Usare la schermaglia politica, la vecchia politica, per cercare di bloccare le cose utili è davvero una stupidaggine di questi tempi”, la pensa così Andrea Marrucci, segretario locale del Pd. Che aggiunge: “Nel merito, l’accusa di stravolgimento del Centro storico e del territorio rurale è ridicola. Da un punto di vista sostanziale il Piano strutturale (ed il Regolamento urbanistico che ne discende) è una buona sintesi tra lo sviluppo che serve al territorio per lavorare e quindi per viverci e la conservazione del nostro patrimonio artistico e ambientale che in molti casi è la condizione stessa dello sviluppo. Vale la pena ricordarlo. Nessun strumento urbanistico è attento alla tutela più del Piano strutturale appena approvato in quanto riprende il meglio del passato (Piano Regolatore di Bottoni, Piano Particolareggiato del Centro storico di Quaroni, Schedatura del patrimonio edilizio rurale di Di Pietro) con norme ancora più stringenti e severe. Ricordo anche alle minoranze – conclude Marrucci - che da un punto di vista formale il Regolamento urbanistico non può cambiare le previsioni del Piano strutturale dal quale discende, quindi parlare di stravolgimenti oltre che sbagliato è impossibile”.

Non ci sorprende, purtroppo, – prosegue la nota del Pd turrita - l’involuzione di Rifondazione comunista che prima vota il Piano strutturale poi cambia casacca e cambia anche opinione. Questa è la vecchia politica e chi la vuol fare la faccia.
Non sorprende l’atteggiamento di rinuncia alla discussione della Lista civica che ormai non sa più cosa dire e se ne sono accorti anche i Sangimignanesi alle ultime elezioni.
Sorprende invece il PDL che fino a ieri aveva partecipato al confronto sostenendo le sue opinioni. Evidentemente i nuovi consiglieri non hanno ancora le idee chiare.

Il PD di San Gimignano esorta il Sindaco e la Giunta ad andare avanti sulla strada prevista perché il Regolamento urbanistico, ultimo atto di una grande azione di riforma degli strumenti di governo del territorio, sia approvato in tempi rapidi.
Questo abbiamo promesso ai Sangimignanesi, questo ci chiede il territorio, di questo c’è bisogno per contrastare la crisi economica e costruire il futuro di San Gimignano.

Pd San Gimignano
Via San Giovanni, 28
53010 SAN GIMIGNANO
info@sangimignanopd.it
www.sangimignanopd.it
Leggete anche la legittima difesa della correttezza del proprio lavoro da parte dell'ufficio di piano, cioè quello che ha redatto materialmente le norme e la cartografia.
San Gimignano, regolamento urbanistico: nessun vizio di forma nelle osservazioni presentate. Alberto Sardelli: ''Rispettate pedissequamente le procedure''.
04-11-2009 REGOLAMENTO URBANISTICO SAN GIMIGNANO
"Nessuna delle osservazioni al Regolamento Urbanistico presentate in Consiglio è affetta da vizi di forma". A sottolinearlo è Alberto Sardelli, dirigente del Sevizi per il Territorio e Lavori Pubblici del Comune di San Gimignano.
"In replica a quanto apparso sulla stampa locale mercoledì 4 novembre - ha aggiunto Sardelli - in merito alla seduta del Consiglio Comunale di San Gimignano per l'esame delle osservazioni al Regolamento Urbanistico adottato, mi preme precisare che, oltre all'assenza di vizi di forma, sono state rispettate pedissequamente le procedure previste per legge. Quest'ufficio è come sempre disponibile a fornire ai consiglieri qualsiasi chiarimento e informazione in materia".

martedì 27 ottobre 2009

1335 volte grazie!

GRAZIE SANGIMIGNANESI!!

In 1335 si nsono recati alle urne per scegliere il Segretario nazionale.
San Gimignano riconferma la sua vocazione democratica e la voglia di contare e di partecipare.
Grazie a tutti i volontari del PD, al gruppo dirigente, ai presidenti di seggio e a chiunque, a vario titolo e in vario modo, ha fatto sì che le primarie si svolgessero con una organizzazione perfetta.

A San Gimignano ha vinto Bersani. Personalemnte sono contento. Prima di tutto per l'alta affluenza dato, a mio avviso, non scontata alla vigilia. Poi perchè ritengo e ritenevo Bersani il più adatto alla fase attuale: unità, identità, territorio, scegliere da che parte stare e prendere parte, coinvolgimento di iscritti e militanti, politica sobria e concretezza, rinnovamento serio e non fatto con le figurine inventate qua e là.
Spero Bersani ci riesca, non da solo, ma con un collettivo. Come lui stesso ha detto.

Se il gruppo dirigente nazionale perde anche questo treno allora, davvero, non ci sarà speranza.
Il tempo del confronto è finito, così come quello dell'unità fittizia, di facciata.
Ora è il tempo dell'unità vera, della bussola unica, del massimo impegno e del più alto esempio. Perchè la politica, in Italia ma anche nel Pd, ha bisogno di tornare sobria.

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