Visualizzazione post con etichetta Attualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Attualità. Mostra tutti i post

giovedì 9 febbraio 2017

GIOVANI: L’ANOMALIA ITALIANA



Ieri due notizie a dir poco contrastanti: “assunta al 9° mese di gravidanza” e “si uccide a 30 anni, precario, di una generazione perduta”.
Sulla prima, solo due considerazioni: stupisce che faccia notizia, perché in un paese moderno non dovrebbe esserlo; servono uomini (imprenditori e non) così.
Sulla seconda, fa notizia eccome. Come deve fare notizia il livello italiano di disoccupazione giovanile. Perché se già non è accettabile di morire sul lavoro, non vorrei che cominciassimo ad “abituarci” alle morti per assenza di lavoro, valore fondamentale della nostra Costituzione.

Ne scrivo malvolentieri, perché dio solo sa il travaglio interiore che deve essere passato dentro a questo nostro coetaneo. E però la sua lettera ci dice del dramma di generazioni che si scoprono come derubate del proprio futuro, e di come, alla fine, venga meno quello che di solito è ciò che non dovrebbe mai mancare in un giovane: la voglia di fare, di lottare. Di reagire. Perché anche questi ormai sono vissuti come valori inutili, non appaganti. Dunque il conflitto generazionale è come disattivato. Manca la spinta al rinnovamento e la società rimane rigida, poco reattiva davanti alle grandi sfide. A tutto ciò segue la poca mobilità sociale.

Da sempre sono i giovani la parte più dinamica di una società: sono loro a rinnovare le tradizioni, sono loro a superarle, sono loro a sperimentare, sono loro a proporre con forza idee e visioni nuove della realtà. Oggi tutto questo, in Italia, non avviene più, o solo in pochissimi casi.

E poi in Italia, si sa, oggi i giovani sono pochi  e hanno poca voce, poco peso, anche politico. Non è un caso che la politica si interessi poco di loro. Ma se non vogliamo rischiare del tutto quello è stato definito un salto di generazione, le politiche giovani-lavoro, giovani-formazione, giovani-saperi devono tornare ad essere l’assillo principale di qualsiasi governo, facendo i conti col mercato del lavoro che cambia e con le nuove tecnologie che modificano profondamente la disponibilità di lavori e la tipologia stessa dei lavori.

Non servono nè le paternali, nè le frasi di disprezzo di alcuni esponenti politici. Serve la Politica.


“Non possono più restare senza risposta le grandi domande dei giovani i quali, per la prima volta
dal dopoguerra, non hanno fiducia nel futuro e temono un destino di precarietà e insicurezza permanenti.
È tempo di abbattere gli ostacoli che vengono da una società chiusa, soffocata dai corporativismi, e che difende l’esistente e le rendite di posizione.
Ridare voce ai giovani è essenziale perché sono loro a porre quella domanda di valorizzazione dei talenti e delle energie e di liberalizzazione della società che è ormai ineludibile”.

martedì 31 gennaio 2017

CORTE COSTITUZIONALE E LEGGE ELETTORALE

Dunque abbiamo un proporzionale puro al Senato (con coalizioni e senza premio) ed un proporzionale con premio, ma senza coalizione, alla Camera.
Insomma, abbiamo un “bellissimo” ritorno al proporzionale. Il passato che avanza.
Con forti disomogeneità ancora evidenti tra Camera e Senato: soglie di sbarramento diverse, capilista bloccati e doppia preferenza di genere per i deputati e preferenza unica per i senatori, 100 piccoli collegi alla Camera contro 20 grandi collegi regionali al Senato, mentre dei premi ho già detto.
C’è da armonizzare e non poco, mi pare.
Ma, soprattutto, quella che abbiamo davanti è una scelta politica di fondo: tornare al “gioioso” passato della scelta delle liste di partito (già riassaporata col Porcellum – votato dal centrodestra tanto per essere chiari) e le preferenze multiple ed i governi non scelti prima dal voto dei cittadini ma formatisi in parlamento dopo le elezioni, quando la famosa “seggiola” ormai è acquisita, ennesima anticamera di nuove larghe intese, o proseguire sulla via del maggioritario coi governi scelti prima dal voto dei cittadini e non dopo in Parlamento, con la democrazia dell’alternanza, con i collegi piccoli (e contendibili) ma dove stretto è il rapporto ed il controllo candidato/eletto?

Io non ho dubbi e sto con la seconda ipotesi.
Mi spiace dirlo ma tra le gravi responsabilità del Pd a guida Bersani c’è anche quella, dopo l’essere arrivati primi ma non aver vinto nel 2013, di non aver riproposto subito il Mattarellum (maggioritario con collegi uninominali a turno unico e una piccola quota di proporzionale) quando era il tempo. Poi è venuto Renzi e forse, per i modi dell'Italicum più che negli intenti, si è fatto pure peggio.

Al caro Grillo e al suo #obiettivo40% (al quale auguro naturalmente la stessa fortuna del mitico #vinciamonoi delle europee 2014) ed a tutti gli altri, compresi eventuali inciucisti del mio partito, una sola domanda: nel 1993 gli italiani votarono in massa ad un referendum che poneva il quesito di abbandonare il proporzionale e passare ad un sistema maggioritario. E l’anno dopo venne il Mattarellum.

Che facciamo dunque?
Gli esiti referendari li brandiamo e ne chiediamo il rispetto solo quando fanno comodo e per fare propaganda o li rispettiamo sempre indipendentemente dalla convenienza politica?
Anche qui, ed anche per questo, non ho dubbi su come rispondere.
La voglia del voto subito con le leggi attuali mi sembra solo l'anticamera di nuove larghe intese, del classico cambiare tutto per non cambiare nulla, con il passato che ritorna nella sua veste peggiore.


giovedì 24 novembre 2016

Un sì ragionato, con voglia di unire, nonostante Renzi



Prima di tutto: andiamo a votare! Il 4 dicembre andiamo a votare. Per me è un diritto ed un dovere. Come per altre consultazioni, anche non di questo tipo, credo sia necessario e doveroso ricordare di andare a votare, spronare a prendere parte, a partecipare, a non lasciare che altri decidano per noi. Non sprechiamo questa opportunità. Inutile lamentarsi delle scarse occasioni di partecipazioni alla vita politica se poi quelle che ci sono non sono utilizzate al meglio.

Piccola ma doverosa premessa. Il mio sì non è un sì politicizzato, ideologico e/o di appartenenza. E’ un sì ragionato. Tanto più dopo aver letto anche le ragioni del fronte del No, che rispetto ma non condivido. Ed avendo letto ed ascoltato di tutto, sulla carta stampata e in tv, fino ad un limite che però mi sono autoimposto: quello della faziosità e della disonestà intellettuale che non sopporto mai in politica. Appartengono alla prima, ad esempio, i Rondolino (Unità) ed i Travaglio (Il Fatto) e vari politici espressioni del sì e del no; appartengono alla seconda i Salvini e i Berlusconi, quelli che nel 2006 volevano introdurre il premierato, il potere di scioglimento delle camere al Premier, l’alterazione dei poteri costituzionali con un Presidente della Repubblica depotenziato. Non scherziamo!
Il dibattito politico sulla riforma ha superato davvero in questi ultimi giorni i toni ed il garbo di un confronto sereno e civile. La politica è uno strumento importantissimo ma è anche un’arena, si sa. E tuttavia credo che si possa votare sì o no senza insultare chi la pensa diversamente, senza toni polemici o irridenti delle ragioni altrui, senza le miserie del linguaggio politico attuale, formidabilmente sintetizzate nei tristissimi “ciaone” o “pidioti”.
Ma in quest’ultimi giorni si è sentito pure di peggio. Da una parte e dall’altra. E francamente, tutto ciò mi fa schifo, perché l’uso di un certo tipo di linguaggio, in politica più che altrove, è sempre il primo drammatico sintomo del degrado della politica stessa. Servirebbe più accortezza.
La cosa che mi più di tutte mi fa pena quando sento le parole dei vari De Luca, dei vari Ingroia o dei vari Grillo o dei vari analisti finanziari che invocano chissà quali drammi del post voto, solo per citare gli ultimi edificanti esempi, non è solo il tipo di parole usate ma è l’artificiosa creazione della paura, l’intimidazione delle persone creando ad arte scenari apocalittici. Penso che compito della politica con la “P” maiuscola sia invece sempre quello di informare e di costruire opinioni consapevoli, non creare paure, evocare catastrofi e distruggere.
Così facendo si fa solo un servizio al crescente distacco tra cittadini e politica.
Per tutto questo, di seguito, ci sono soltanto alcune considerazioni di chi questa riforma se l’è letta e studiata non da ora, approfondita fin dove ha potuto, per farsene una ragione libera ed autonoma. Come dovrebbe essere in questi casi. Perché l’appartenenza ad un partito per me non sarà mai un limite alla libera scelta e alla maturazione dell’autonomia delle proprie idee.

La riforma perfetta è quella che non si farà mai, dunque giudichiamola per quella che è. Stiamo al merito, senza secondi fini, facendo lo sforzo di astrarci da Renzi e dalla contingenza politica. Una riforma costituzionale traguarda ad alcuni decenni, non a domani mattina. Dopo un Governo, bello o brutto, ne verrà senz’altro un altro. Soprattutto se vincerà il no. Probabilmente sarà ancora uno tecnico o di larghe intese, una ennesima iattura, ma cerchiamo di fare lo sforzo di non distrarci. Così come la legge elettorale si cambia dalla sera alla mattina con legge ordinaria (il centrodestra col Porcellum lo ha disastrosamente dimostrato, oggi pare che ce ne siamo già scordati) e, soprattutto, non rientra nel quesito referendario. Anzi per dirla tutta come la penso, ritengo che la riforma del bicameralismo paritario, seppure con qualche limite, vada bene a prescindere da quella che sarà la futura legge elettorale. Peraltro mi pare evidente che gli effetti del mitico “combinato disposto” siano stati disinnescati alla radice. Ormai l’ha capito anche il gatto che l’Italicum sarà cambiato: superamento del ballottaggio (personalmente ero per mantenerlo, inserendo però l’obbligo di apparentamento tra primo e secondo turno), ritorno ai collegi, superamento capolista bloccati e candidature plurime (la cosa che più di tutte non mi è mai piaciuta dell’Italicum, pur riconoscendogli invece nel complesso vari pregi), premio di governabilità (che non vuol dire più di maggioranza) alla coalizione o al partito. In sostanza tutto ciò che la minoranza PD aveva chiesto e che molti fieri oppositori, da destra e da sinistra, auspicavano.
So bene che la politica non è un mondo irenico, di pace e gioia. Ma è triste vedere come si giochino molte partite sulla data del 4 dicembre, tranne forse quella che veramente conta: spiegare cosa c’è realmente dentro la riforma e perché, almeno secondo il mio punto di vista, il Paese farebbe un piccolo ma significativo passo avanti se la riforma passasse. E non sto parlando di accontentarsi, sto parlando di cose molto concrete, di andare in una direzione politica auspicata più volte anche da sinistra.

Un sì ragionato. Perché, intanto, non ravviso nella riforma nessun rischio di deriva autoritaria a differenza, ad esempio di quella del 2006 – anche qui le parole hanno un peso -, così come va detto  che non arriveranno le cavallette ed i famosi mercati comunque andranno avanti, come hanno sempre fatto. Certo, avremo perso tutti un’occasione di fare alcune delle cose che la giurisprudenza costituzionale, ed in larga parte anche il sistema politico quasi nel suo insieme ci dicono di fare o di voler fare. Centrosinistra incluso, dai DS all’Ulivo almeno. Per questo dico sì. Non per un mero calcolo tra aspetti positivi e negativi, ma perché vi ravviso una direzione, una scelta politica che condivido.

Le riforme costituzionali non si fanno a maggioranza. Inoltre sono consapevole che lo strumento referendario, di per sé, è naturalmente divisivo: o tutto o niente. Con tutti i limiti che questo metodo comporta. Ma altrettanto nettamente bisognerebbe avere la decenza di dire che, tanto per stare al tema, è proprio quello che prevede la nostra Costituzione all’art 138, quando il Parlamento non riesca ad approvare la revisione costituzionale con i due terzi dei suoi componenti nella seconda votazione. Come è avvenuto per la riforma in questione. Fermatasi attorno al 57% dei voti (180 senatori su 315, 361 deputati su 630). Chi grida al “golpe” sbaglia di grosso: che piaccia o no la riforma è stata fatta proprio come la stessa Carta prescrive.
Si dice: ma non si fanno le riforme a colpi di maggioranza. Verissimo. Nel 2001 il centrosinistra fece un errore e ce lo siamo detti più volte. Più grosso lo fece il centrodestra nel 2006. Può essere considerata questa una riforma a colpi di maggioranza? Ci sarebbe da discutere. Ci dimentichiamo del gruppo di lavoro messo in piedi da naplitano subito dopo la sua rielezione e la sua Relazione finale sulle riforme istituzionali, composto da Mauro, Onida,Violante e Quagliarello. Poi ci dimentichiamo del lavoro collegiale dei 42 costituzionalisti messo in piedi con funzione consultiva dal Governo Letta, composta dai principali costituzionalisti italiani.
Se si eccettua la autoesclusione del M5S, come noto assai restio al compromesso che invece è uno dei compiti principali di un organo legislativo, la riforma è stata elaborata e poi anche votata in prima battuta da tutto il centrodestra. E’ stata la tattica politica e solo quella a far cambiare idea a parte del centrodestra, mentre altri hanno continuato a sostenerla. A me, questa volta, pare un falso problema se confrontato con gli altri precedenti.

Perché sì. Più che dei berci, della parolacce e degli insulti la riforma andrebbe ben ponderata. Weber diceva che in politica vige l’etica della responsabilità, che di norma è bene prevalga su quella dei principi. Probabilmente la riforma si poteva fare ancora meglio, è del tutto naturale che in una riforma non vada sempre tutto bene. Ma penso che tanto più se si parla di Costituzione la riforma perfetta è quella che non si farà mai, inutile illudersi se si ha un po’ di senso delle cose e di come funziona un Parlamento.

Almeno per me le questioni che spingono in favore della riforma sono: 1) non altera l’equilibrio dei poteri dello Stato; 2) non tocca il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica; 3) non cambia la forma della nostra democrazia, che resta saldamente parlamentare; 4) non introduce nessun “Premierato” o “semi presidenzialismo”; 5) non dà alcun potere in più al Presidente del Consiglio che resta primus inter pares (tutti motivi per cui, fieramente, mi opposi invece alla riforma del 2006 che oltre a questo, prevedeva pure il potere di scioglimento della Camere da parte del Premier, così per dire).
Invece questa riforma supera: A) il bicameralismo paritario, criticato dagli stessi padri costituenti fin da subito; B) modernizza l’organizzazione dello Stato; C) dà un giusto rafforzamento al Governo (non al Premier!) con i tempi certi alla sua azione, con la fine dell’abuso della decretazione d’urgenza (uno scandalo della così detta costituzione materiale) e D) con contrappesi e garanzie (lo Statuto delle Opposizioni assurge a rango costituzionale); E) riorganizza le competenze tra Stato e Regioni all’origine dello spaventoso contenzioso sorto davanti alla Suprema Corte dal 2001 in poi. Me lo dicevano all’Università che sarebbe andata così e avevano ragione. Leggete il libro di Sabino Cassese “Dentro la Corte” per farvi un’idea.

Una riforma nella giusta direzione. Dunque un sì da cui l’Italia, per tutte queste ragioni, penso possa trarre benefici. Una riforma che, nel suo complesso, rende il Paese più chiaro nella sua articolazione istituzionale e forte nella sua organizzazione statale, ma non per questo meno democratico. A me il punto centrale pare proprio questo, al netto delle singole obiezioni che ognuno di noi può avere. Lo dico stando al merito della riforma e solo a quello, senza scendere nel tifo o nella demonizzazione delle idee altrui. Stiamo infatti parlando delle regole della nostra comune convivenza, che vanno un po’ più in là dei destini personali di ciascuno di noi, o di Renzi, Grillo e Salvini.

Un sì nonostante l'errore di Renzi. Sostengo il sì per alcuni buoni motivi e non in favore di o contro qualcuno. E’ miope pensare di utilizzare una così importante occasione, quella della riscrittura delle regole che tengono insieme il nostro ordinamento e la nostra vita democratica, per mandare a casa il Renzi di turno. E invece questo sembra essere l’obiettivo di tanti.
A Renzi riconosco il merito di aver praticato il ‘primato della politica’, di aver indicato una strada di riforma dopo molti cincischiamenti – basandosi sul lavoro istruttorio fatto dal gruppo dei costituzionalisti già messo in piedi da Letta dopo la rielezione di Napolitano – e di averla portata in fondo. Il Parlamento ha rivisto peraltro profondamente il testo originario, molte sono state le modifiche.
Ma proprio perché ritengo che una riforma costituzionale come quella in atto sia un tantino più importante dei singoli destini di ciascuno di noi e che travalichi la contingenza politica, guardando necessariamente al futuro di una comunità nazionale, penso altrettanto convintamente che alla campagna elettorale così spiacevole abbia contribuito non poco lo stesso Renzi.  Che ha commesso fin dall’inizio l’errore clamoroso della personalizzazione del referendum, legando la sua sorte a questa consultazione. Questo ha scatenato una propaganda anti Governo e anti Presidente del Consiglio di notevoli proporzioni, coagulando contro la riforma tutto ed il contrario di tutto, anche chi della Costituzione ne farebbe davvero strame e chi col tricolore ci si puliva letteralmente parti del corpo poco nobili. Personalizzare è stato un errore politico che rende tuttora complicato un serio, pacato ed efficace confronto nel merito. Che però è irrinunciabile, nonostante tutto. Tuttavia la personalizzazione, le poche volte che è messa da parte, va detto altrettanto onestamente, scioglie il collante di forze assai eterogenee sul fronte del no, smascherando quelle a cui, davvero e nel merito, della riforma non importa un fico secco se non gli effetti su Renzi per mandarlo a casa e poi si vedrà.

Un sì per unire perché dopo il 4 dicembre c’è anche il 5. E penso anche che si debbano spiegare le ragioni della riforma senza il bisogno di scomodare personaggi politici importanti ma assenti dal dibattito presente, soprattutto a sinistra, così come ritengo invece più consono utilizzare le ragioni e le considerazioni dell’oggi alla luce delle proposte di modica degli ultimi 20 anni avanzate sia dal mondo politico che dal dibattito costituzionale, oltre che dalla giurisprudenza costituzionale. Mi è dispiaciuto vedere all’inizio della campagna strattonate da una parte e dall’altra associazioni o istituzioni, a molte delle quali peraltro appartengo, che fondano la propria storia nelle radici del movimento progressista della sinistra italiana.
Siamo di fronte ad un passaggio fondamentale della vita democratica dell’Italia che deve essere affrontato con maturità e piena consapevolezza della complessità della materia.
Vengo da partiti politici che, almeno dal 1993 in poi e almeno nella loro parte più progressista, hanno fatto della democrazia “decidente” e dell’alternanza, con la possibilità di scelta dei governi da parte dei cittadini e non da parte del consociativismo parlamentare, punti fermi delle loro proposte politiche. Oggi, invece, vedo molte amnesie. E lo dico con il rispetto necessario. Un rispetto che spesso manca tuttavia, perché si può anche dissentire, ma senza insultarci. Soprattutto a sinistra.

Si affrontano problemi irrisolti da tempo. Questo è un punto di forza della riforma. Sono convinto che gli italiani, messi di fronte alle soluzioni che tentano di risolvere problemi irrisolti da anni, che rendono il nostro sistema istituzionale più chiaro e funzionante, per questo io dico più moderno anche paragonandolo alle altre esperienze europee, ne comprenderanno le ragioni e le prospettive.
Nel 1994 i Progressisti che persero conto Berlusconi preponevano il superamento del bicameralismo paritario con la Camera con funzione proprie di una assemblea nazionale ed un Camera delle Regioni. Nel 1996 l’Ulivo proponeva che il Senato fosse trasformato in una Camere delle Regioni composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservassero le cariche locali e che potessero esprimere il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza.
Certo non mi sfugge anche che in precedenza, a sinistra, si sia propugnato addirittura il monocameralismo. Ma se siamo seri e abbiamo seguito l’iter della riforma dobbiamo constatare che in Parlamento una maggioranza per questo non c’era. Inoltre va anche detto,  come riportano gli esempi citati in precedenza e come fu addirittura nel dibattito della Costituente, che uno stato regionalista ha necessità di vedere rappresentate le istituzioni territoriali al centro dell’ordinamento, in una camera dedicata.

No all’abolizione del Senato, certo lo avrei preferito alla tedesca. Tutto ciò ricordato devo dire che la parte sul nuovo Senato è quella che mi crea i maggiori dubbi sulla riforma. Quale riforma non ne porta? Personalmente, avrei preferito un Senato modello tedesco dove si esprimesse la volontà dei governi regionali, con voto univoco e vincolo di mandato. A questo avrei aggiunto però una riforma del numero delle Regioni, attraverso una loro aggregazione, abolendo le regioni a statuto speciale. Soprattutto, se si pensa anche al giusto riordino delle funzioni legislative tra Stato e Regioni che la riforma comporta, avrei rilanciato sul rafforzamento delle autonomie locali, stringendo un patto con loro, perché oggi gli enti locali sono allo stremo, così come avrei finalmente regolato la vita democratica di partiti e sindacati. Il discorso ci porterebbe lontano ma il punto politico è per me rafforzare tutto ciò che è nel mezzo tra Comuni e Stato, così da favorire la partecipazione. Del resto però, anche qui, se si vuol essere seri, va riconosciuto che in parlamento una maggioranza per questa soluzione non c’era. Siccome nel Senato alla tedesca non siederebbero i consiglieri ed i sindaci ma i governi regionali, considerando che il PD governa larga parte delle regioni (oggi 17 su 21), apriti cielo spalancati terra. Altro che di deriva autoritaria si sarebbe parlato… Per questo è venuto fuori il Senato che è nel testo nella riforma.

Chiariamoci però su come verrà eletto. Quanto alla presunta non elezione dei futuri Senatori si raccontano storie, purtroppo, del tutto false. E’ stato chiarito ormai più volte che (art. 57) i Consigli Regionali sceglieranno “fra i propri componenti” i Senatori con metodo proporzionale ma “in conformità alle scelte degli elettori”, sulla base di modalità stabilite dalla legge ordinaria. Quest’ultima sarà approvata dopo il referendum e non potrebbe essere diversamente e il Pd, come ha deciso la Direzione su proposta di Renzi, sosterrà in Parlamento il Disegno di legge (Ddl) che i senatori Fornaro e Vannino Chiti e altri hanno predisposto. Secondo questa legge i 74 consiglieri regionali-senatori saranno eletti dai cittadini in modo proporzionale con una scheda elettorale apposita, diversa da quella con cui eleggeremo i consiglieri semplici e il presidente della Regione; la selezione dei candidati avverrà in collegi uninominali. I Consigli regionali si limiteranno ad una presa d’atto. Punto. Chi afferma il contrario o omette di dire questo, come fa Travaglio quasi tutte le sere su La7, mente sapendo di mentire. Vannino Chiti, per fare un esempio su tutti, ex Presidente della Regione Toscana era tra quei senatori che avevano annunciato il suo No se non si fosse fatta chiarezza, prima del voto, sul punto della diretta indicazione dei consiglieri da eleggere nel nuovo Senato direttamente da parte dei cittadini. Non è che Chiti era un mito prima quando diceva di votare no ed un bischero ora che, chiarito questo punto, ha detto di votare sì.

Non c’è tutto ma c’è molto di quel che serve. In conclusione a me pare proprio, pur a fronte anche delle osservazioni mosse in precedenza, che nella riforma, come hanno scritto oltre 200 costituzionalisti che si sono firmati a favore della modifica, “non c'è forse tutto, ma c'è molto di quel che serve, e non da oggi”, per affrontare efficacemente alcune fra le maggiori emergenze istituzionali del nostro Paese. Ed è proprio a questo che dobbiamo guardare: al complesso del disegno e rispondere alla domanda se, tutta insieme, questa riforma rappresenti comunque un passo avanti nella direzione di una migliore organizzazione dell’ordinamento dello Stato oppure no. Per me sì, lo rappresenta.
Ad esempio: non si può non riconoscere come in tutti e cinque i progetti organici di riforma costituzionale presentati prima di quello attuale (Bicamerale Bozzi 1983-85; Bicamerale Iotti-De Mita 1992-94; Bicamerale D'Alema 1997-98; Riforma costituzionale Berlusconi 2005; Bozza Violante 2007) fosse indicato come necessario il superamento del bicameralismo perfetto e la differenziazione di compiti tra le due camere, con l’obiettivo sostanziale di togliere  al Senato il potere di decidere sulla vita del Governo e di rappresentare invece le istituzioni locali.

4 ragioni di fondo a sostegno di questa riforma, prevalenti sulle singole obiezioni.
La prima: il superamento del bicameralismo perfetto, l’unicum tutto italiano figlio, allora, delle paure del passato fascista ma anche dei timori sul futuro indotti dall’inizio della guerra fredda. Ebbene la riforma ha il merito di modernizzare l’architettura istituzionale dell’Italia e di snellire il Parlamento con la riforma del Senato (semplificato e specializzato nelle funzioni quanto ridotto nella sua composizione). La sola Camera sarà la camera politica, che darà la fiducia al Governo. Il Senato avrà un ruolo diverso e ridotto, ma più specializzato rispetto al passato: le istituzioni locali avranno finalmente una rappresentanza al centro dello Stato, così come auspicato fin dal dibattito nella Costituente. Sì, avremo anche la riduzione dei parlamentari, sempre promessa e mai fatta, e qualche indennità in meno. Ma quello dei costi e dei risparmi non è per me un motivo dirimente per cui sono a favore della riforma. Da sinistra dobbiamo ribadire con forza, contro ogni demagogia pauperistica soprattutto dei 5S, che la democrazia ha un costo, da Pericle fino ai giorni nostri. Quello che da sinistra va combattuto è l’abuso, il ladrocinio ed il privilegio. Non i principi alla base della democrazia e della separazione dei poteri. Tra i quali, che piaccia o meno, rientra pure l’immunità parlamentare per l’esercizio delle proprie funzioni che oggi si sostanzia di fatto nella richiesta per i casi di arresto, non certo di avvio a procedere. Con questa smania dei politici ‘tutti da mandare a casa’ si rischia da più parti di fare fuori non solo elementi portanti delle democrazia, ma conquiste della sinistra costate sacrifici perché la politica potesse essere praticata da tutti, senza limitazioni di censo e di censura, anche della propria libertà individuale. Certi dibattiti su questi aspetti fanno veramente pena.

La seconda: la razionalizzazione del processo legislativo, con la chiarezza dei compiti delle Regioni ed il rafforzamento dell’azione del Governo. La fine del bicameralismo perfetto, infatti, ha riflessi positivi anche sul procedimento legislativo. La Camera avrà così la preminenza sul Senato nella produzione delle leggi, come auspicato da tempo. Si supera finalmente la legislazione concorrente e si ridefiniscono i rapporti tra Stato e Regioni con incremento delle materia di competenza statale, come peraltro indicato dalla giurisprudenza costituzionale dalla riforma del 2001 in poi. Si rafforza l’azione del Governo con il voto “a data certa” sui disegni di legge per l’attuazione del programma, ma senza introdurre alcun “premierato”. La forma di governo non cambia e resta quella parlamentare: il Presidente del Consiglio non avrà potere di nomina e di revoca dei ministri, oltre a dover richiedere la fiducia alla Camera. E se da un lato l’azione del Governo viene rafforzata, dall’altro viene riequilibrata con le limitazioni all’uso sconsiderato e vergognoso dei decreti legge. Nessun “eccesso di potere” o “rischio di derive autoritarie” dunque. Anzi il nuovo art. 64 prevede che  “I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari”, inoltre ‘il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo Statuto delle Opposizioni’. Perciò assume rango costituzionale la previsione che le forze di opposizione dovranno essere correttamente rappresentate all’interno del Parlamento. Quelle di ora e quelle di domani, si badi bene.

La terza, infine, sta nel fatto che non si modificano i ruoli di garanzia previsti dalla Carta ed i contrappesi all’azione di governo. Intanto: il Presidente della Repubblica* avrà un quorum più alto dell’attuale per essere eletto e resta il garante della Costituzione. Non si toccano la Magistratura, il Csm e la Corte Costituzionale (mentre, devo dirlo, trovo improprio per il ruolo di giudice delle leggi che la Corte riveste che essa debba valutare la costituzionalità delle leggi elettorali in via preventiva e non dopo).


La quarta. La democrazia diretta registra, secondo me, significativi passi in avanti, per favorire la partecipazione dei cittadini alla funzione legislativa, alla vita politica e sociale del Paese. Un aspetto, questo, che mi pare sia troppo sottovalutato o raccontato in modo falso dai detrattori della riforma che animo i talk show televisivi. A me paiono invece punti importanti.
L’innalzamento delle firme (150mila a fronte delle 50mila oggi previste) necessarie alla presentazione di una proposta di legge popolare, hanno come garanzia l’inedito di tempi certi per l’esame parlamentare, cosa mai avvenuta fino ad oggi. Così come il referendum abrogativo che, in caso di 800mila firme raccolte, avrà il quorum per la validità fissato al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni politiche e non più degli aventi diritto. Attenzione, una forma non esclude l’altra: 500 mila firme (come oggi) con un quorum del 51% degli elettori, oppure 800 mila firme con un quorum del 51% dei votanti alle ultime elezioni politiche.
Si introduce anche, per la prima volta in Costituzione, l’istituto del referendum propositivo e di indirizzo, da disciplinarsi con apposita legge costituzionale. Non mi sembrano istituti di poco conto in uno dei momenti più bassi del rapporto cittadini-politica-istituzioni.

Potremmo continuare. Così come non ci sfuggono difetti, incongruenze e qualche dubbio applicativo di cui ho provato a dare conto. Ma quale riforma non ne porta con sé? Ad esempio: funzionerà il nuovo Senato che porta le istituzioni al centro dell’ordinamento, che passa da una legislazione paritaria ad una per tipi distinti, differenziata in parte anche per materia? Dipenderà dal buon senso e dai protagonisti politici. Ma la semplificazione, nel rispetto della democrazia parlamentare che non muta, mi pare evidente.

Attuare la Costituzione resta comunque la battaglia da fare. La gara su chi sia più legittimato o titolato a riformare la nostra Costituzione, a mio avviso, non solo non è utile, ma neppure ci piace e ci appartiene. E la riforma migliore in assoluto è sempre quella prossima. Perché, dunque, rinunciare a molte delle cose di cui si ravvede la necessità da tempo per l’aggiornamento delle nostre istituzioni? Questo è quel che mi interessa e che richiede alla politica ed ai suoi interpreti di fare il suo mestiere: quello di approfondire, di provare a spiegare, di organizzare strumenti per maturare opinioni e fare scelte consapevoli. Dovendo alla fine prendere parte.
Nel mio piccolo, dunque, sono stato attivo insieme a tanti altri all’interno del Comitato per il sì, con buon senso e misura. Certamente convinto delle ragioni illustrate e dell’occasione che ha il nostro Paese di fare un passo in avanti per garantire un nuovo patto tra politica e cittadini. Più trasparente, efficiente, misurabile, sobrio, senza alibi per i governi. Dove chi vince le elezioni può governare, le opposizioni possono esercitare il loro ruolo nobile di controllo, dove gli organismi di garanzia sono determinati da larghe maggioranze e non si tocca il Presidente della Repubblica, dove non cambia il nostro sistema parlamentare, ma lo si rende più snello ed in grado di agire più tempestivamente.
Ma nel mentre approfondiamo quale sia il modello migliore possibile per l’organizzazione dello Stato e delle sue istituzioni - in rapporto però alle condizioni date e non ai desiderata di ciascuno, se no ci prendiamo in giro -, credo che non dobbiamo smarrire quella che invece è sempre stata una rivendicazione ed un punto fermo dell’azione politica di larga parte della sinistra italiana: la battaglia per la piena attuazione dei valori e dei programmi sanciti nella prima parte della Costituzione. Un cammino per nulla ancora concluso. E che per questo va riaffermato e ripreso con forza, da sinistra. Perché se è vero che la proposta di ammodernamento dell’organizzazione dello Stato è importante, lo sono ancora di più quei valori, quei principi e quei programmi che dalla riforma non sono toccati e da cui, ad esempio, nascono l’allargamento del campo dei diritti (come le Unioni civili per citare l’ultimo caso) o il rafforzamento degli strumenti di welfare a sostegno delle politiche sociali per il superamento delle disuguaglianze sempre più crescenti nel nostro Paese.

***

*Si fa una notevole confusione sugli effetti della riforma, se passerà, sul Presidente della Repubblica. Stiamo ai fatti e a qualche numero, senza prendere in giro nessuno. Per eleggere il PdR ed i componenti del CSM è richiesta almeno la maggioranza dei 3/5, cioè il 60% (438 voti) dei votanti. Per eleggere i giudici costituzionali sempre il 60%, ma dei componenti (così suddivisi: 3 eletti dalla Camera e 2 dal nuovo Senato). Per la revisione costituzionale senza referendum i 2/3 cioè il 66.6% (487 voti) dei componenti.
Per l’elezione del Presidente della Repubblica la riforma prevede, come quella attuale, che per le prime tre votazioni il Presidente debba essere eletto dai 2/3 del Parlamento in seduta comune – dunque 487 voti. Secondo l’attuale testo “dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta”, ovvero la metà più uno. La riforma prevede invece che dal quarto al sesto scrutinio il quorum necessario sia i 3/5 dei voti degli aventi diritto – 438 voti -, dal settimo scrutinio in poi i 3/5 dei votanti effettivi e non dei componenti. Ma è noto che alle sedute per l’elezione del Capo dello Stato tutte le forze sono sempre presenti. E ne deduce che nessuna forza politica potrà da sola eleggersi il Presidente. Ad esempio, anche se abbiamo visto che non sarà così, nel caso in cui restasse come legge elttorale l’Italicum e vincesse Grillo, questo come è congegnato oggi assicura 340 deputati.

martedì 22 marzo 2016

Referendum 17 aprile 2016



Il 17 aprile, naturalmente, andrò a votare. 
E siccome ho sempre preso parte, altrettanto naturalmente, non mi asterrò e voterò sì.
Tuttavia non lo farò per le motivazioni che sento prevalere in giro: cioè quella ideologica per cui da domattina possiamo fare a meno di gas e petrolio e quella, tutta politica, che vuol fare  lo sgambetto al “Governo di turno", tanto più se targato Renzi.

Detta in modo molto più laico e prosaico di tante (spesso confuse) argomentazioni che leggo in questi giorni, voterò sì solo perché preferivo la normativa precedente: cioè quella che legava le attività al rinnovo, via via, delle concessioni di estrazione, nel caso specifico soprattutto di gas e un po' meno di petrolio, invece di legarla alla durata di vita utile del giacimento, come oggi previsto dalla modifica al Testo Unico Ambientale prodotta dal decreto “Sblocca Italia”. Una normativa che non mi pare, per quello che mi è dato conoscere, che avesse destato particolari problemi di applicazione. Forse un atteggiamento 'conservativo' il mio questa volta e poco progressista ma, è così. Del resto non si sta parlando di interrompere nulla dopo domani di ciò che è ogg già autorizzato, ma tra qualche anno alla scadenza delle concessioni. Inoltre è stato giustamente ricordato il fatto che l'Italia abbia una dotazione comunque modesta di idrocarburi, con riserve di una certa entità nell'alto Adriatico per il gas naturale ed in Basilicata per il petrolio. Dotazioni naturalmente non in grado di rendere l'Italia meno dipendente dal petrolio e dal gas importati.

Non partecipo quindi al voto con l’illusione/convinzione che se vincerà il sì dal giorno dopo vivremo in un mondo tutto “rinnovabili” (per quello non basta un sì ad un referendum o un mi piace su facebook, ma comportamenti conseguenti tutti i giorni, assai più difficili), così come non mi sentirò orgoglioso di aver fermato nessuna nuova trivella (già oggi vietate tra l’altro entro le 12 miglia, mentre a pochi metri più in là si potrà continuare a farlo in quanto consentito).
Tutto questo dovrebbe già far riflettere sulla portata limitata del quesito referendario, frutto più di uno scontro istituzionale che di uno spontaneo movimento di massa. Così come dovremmo riflettere alla fine, e senza confondere i fabbisogni elettrici con quelli energetici complessivi del nostro Paese, anche sul fatto che i costi ed i benefici della scelta non sono così evidentemente sbilanciati né da una parte né dall’altra, ma piuttosto controversi.

Certo è che l’Italia ha urgente bisogno di definire quanto prima la sua Strategia energetica nazionale o Piano Energetico che dir si voglia, in coerenza con gli impegni volontari assunti alla recente Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi e in ragione di un obbligo morale e politico di tutela della nostra casa comune (il 2015 è stato l’anno più caldo della storia da quando esistono le misurazioni, lo stesso dicasi per i mesi di gennaio e febbraio 2016; gli scienziati che lavorano al Global Greenhouse Gas Reference Network della Noaa - National Oceanic and Atmospheric Administration -, hanno sottolineato che il 2015 è stato il quarto anno consecutivo in cui la CO2 è cresciuta più di 2 ppm, vale a dire che i livelli di anidride carbonica stanno aumentando più velocemente di quanto hanno fatto in centinaia di migliaia di anni...). Criticavamo questa mancanza di strategia verso i governi berlusconi di allora, non possiamo certo stare zitti oggi, sorpattutto dopo la Conferenza di Parigi 2015.

Francamente penso che di questo dovremmo discutere, di questo dovrebbe discutere la politica tutta, confrontandosi, per non scrivere l'ennesima pagina delle occasioni sprecate: di come accelerare la transizione dalle fonti energetiche fossili a quelle rinnovabili, di come migliorare qualità, efficacia ed efficienza delle prestazioni energetiche, di come migliorare i sistemi di accumulo, di come accelerare la mobilità elettrica (mobilità e riscaldamento civile sono tra le prime cause di inquinamento: l’OMS ha recentemente dichiarato che 1 morte su 4 a livello mondiale è determinata da fattori di rischio ambientale, legati al luogo in cui si vive o si lavora). E lo strumento del referendum abrogativo, per quanto strumento prezioso di democrazia diretta intendiamoci, non è di sicuro quello più adatto per questioni di simile portata. Inutile caricarlo di significati che non può avere e di risultati che non può produrre.

Tanto più che per la prima volta nelle storia repubblicana, il referendum è stato promosso non da movimenti di masse e/o di coscienze, quanto dalla volontà di alcune Regioni (nemmeno tutte, ma quelle che bastano ai sensi dell’art. 75 della Costituzione) a seguito di un aspro confronto col Governo centrale. Divergenze recuperate in massima parte con l’ultima legge di stabilità, tranne che per il punto oggetto della consultazione.A me questa cosa colpisce molto.

Mi aspetterei, invece, che dal giorno dopo il referendum, indipendentemente dall’esito referendario, il sistema politico lavorasse a questa prospettiva, senza avere l’assillo di “mandare a casa Renzi” da una parte (il futuro del pianeta mi sembra un pochino più importante delle sorti di una persona) e, dall’altra, parlo anche del mio partito, di fare davvero della sostenibilità ambientale, del modello economia verde e circolare il nuovo comune denominatore delle scelte politiche del futuro, così prossimo da essere già in ritardo. 

Non partiamo da zero: i dati (fonte: Eurobserv’ER) ci dicono che nel 2014, ad asempio, le rinnovabili hanno prodotto il 15,9% dell’energia totale consumata nell’UE e che quindi l’obiettivo del 20% entro il 2020 è più vicino, mentre a livello di singole nazioni, tra le 9 che hanno già raggiunto i loro obiettivi al 2020, c’è anche la vituperatissima Italia. Si può fare di più? Si deve. E l’occasione a mio avviso è il così detto “Green Act”, più volte annunciato dal Governo ma ancora non definito. Fuori dai paroloni inglesi si stratta di definire, finalmente e nero su bianco, una strategia condivisa e di lungo termine per la de-carbonizzazione a cui vuole e deve concorrere il nostro Paese. Penso che su questo dovremmo insisitere e concentrare gli sforzi del 'sistema Paese'. Del resto è vero che l'Italia, sul fronte rinnovabili ed efficienza energetica, partita da fanalino di coda in Europa, ha recuperato terreno, ma è vero anche che negli ultimi 3-4 anni l'intero settore segnala un arretramento, anche con perdite di posti di lavoro costruiti negli anni precedenti grazie agli incentivi, gli investimenti e gli sgravi fiscali. Non decidere non è mai una buona strategia, tanto più ora e in questo campo.

TRE POST SCRIPTUM NON RICHIESTI:
1) ho trovato insopportabile le campagne sull’election day. Secondo me sbagliava Renzi quando non era premier a chiederlo, sbagliano oggi quelli che, politica e associazioni ambientaliste, hanno gridato allo scandalo. Io non ci vedo scandalo. E trovo corretto che i referendum  si svolgano in momenti separati dalle tornate elettorali. Proprio per dargli la giusta attenzione, il giusto risalto, il corretto approfondimento sganciati dalla contingenza politica del momento, dai secondi fini di "mandare a casa" o "regolare i conti" con questo e quello, se possibile. Del resto è vero anche che la legge non vieta l’unificazione in un sol giorno ma, personalmente, trovo opportuno che restino momenti separati. 
Si dimentica spesso, anche e soprattutto a sinistra a quanto vedo e leggo, che la democrazia, non le chiacchiere, ha un costo. 
2) per chiarezza, infine, ho trovato sbagliato l'invito all'astensione del mio partito,  amio avviso frutto della sovrapposizione tra le figure di premier e segretario. Invitare a non andare a votare è sempre sbagliato per me. Tuttavia, con tutti i nostri difetti, io stesso potrò votare come mi pare, resterò libero di acconsentire o di criticare, senza che nessuno mi butti o ci butti fuori dal partito per questo.
3) sto studiando la riforma costituzionale. Ebbene questa prevede una revisione degli strumenti della partecipazione diretta che, in prima istanza, reputo per nulla negativa: sono introdotti quorum diversi per il referendum abrogativo, a seconda del numero dei sottoscrittori della proposta abrogativa; si introduce l'obbligatorietà della discussione parlamentare delle leggi di iniziativa popolare, con tempi, forme e limiti della discussione e della deliberazione garantiti dai regolamenti parlamentari; inoltre, sono disciplinati condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d'indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali, insomma: degli esiti se ne dovrà tenere conto. Ma di questa storia ne parlermo un'altra volta.


mercoledì 9 marzo 2016

L'ospite inquietante, che vuol vedere "l'effetto che fa"




La vicenda dei due ragazzi romani che ammazzano, strafatti, un altro ragazzo per “vedere l’effetto che fa” mi ha lasciato senza parole. Una vicenda che definire agghiacciante è forse troppo poco.

Ho riletto almeno tre volte il racconto trapelato dai verbali dell'interrogatorio.
E tutte le volte duravo fatica a crede a quel che leggevo. Con quel senso di vomito che ti prende quando hai a che fare con cose disumane, ingiuste, violente.
Ho provato rabbia e disperazione, angoscia. Come si fa? Del resto, più o meno, è quasi la mia generazione.

Nel leggere di quel racconto da brividi, di alienazione e di nichilismo e di insana sperimentazione, oltre a provare tristezza e senso di sgomento, mi è venuto in mente un libro letto tempo fa, forse neppure così attentamente, di Umberto Galimberti: “L’ospite inquietante”.

Forse una spiegazione di quel che è successo, ammesso che mai ci sia una spiegazione per una violenza di questa natura, sta proprio nell’ 'ospite inquietante' che è dentro questi ragazzi. E che non pago di essere ospite, sente anche il bisogno di “vedere l’effetto che fa”. Quest’ospite è per l’appunto il nichilismo: cioè la negazione di ogni valore.

Galimberti spiega nel suo libro questa fenomeno con il fatto che viviamo nel mondo della tecnica. E come la tecnica non tenda a uno scopo, non produca senso e non sveli alcuna verità ma, in una parola, 'funzioni' e basta. Proprio a causa di questo nichilismo si annientano i concetti di identità, di libertà, di senso e quelli di natura, di etica, di politica, di religione, di storia di cui, dice Galimberti, si è nutrita l’età pre-tecnologica.

E le nuove generazioni son quelle che scontano più delle altre questa dimensione. Sono i giovani quelli contagiati da una sempre più profonda insicurezza, condannati a una deriva dell’esistere che coincide con il loro assistere allo scorrere della vita in terza persona. Da cui, conclude Galimberti,  derivano anche i ‟riti della crudeltà” o della violenza.

Io non lo so se questa può essere una spiegazione. Certo è un’analisi molto convincente. Come credo che ci sia pure dell’altro: l’ansia dell’apparire (anche questa derivato della tecnica?) ancor prima dell’essere: “Sei perché appari” non , viceversa, “appari perche sei”. Che, se ci pensiamo, è una differenza non da poco.

venerdì 26 febbraio 2016

Unioni civili: perdiamo tutti, avanzano solo i diritti

Avrei votato senza problemi il ddl Cirinnà, frutto già di una buona mediazione. Alla fine di tutto, però, quello che mi interessa di più è che seppure dopo cronico ritardo e stucchevoli tatticismi, finalmente la legge che istituisce per la prima volta in Italia “l’unione civile tra persone dello stesso sesso” ci sarà. E ci sarà come “specifica formazione sociale” sulla base dell’art. 2 della Costituzione. Insomma: si allarga il campo dei diritti, fino ad oggi colpevolmente rinchiuso nel nostro Paese.

Non mi iscrivo né al partito dell’esaltazione della vittoria, né a quello del piagnisteo continuo che non va bene nulla. Penso che la legge passata al Senato sia la migliore possibile alle condizioni date nel Senato della Repubblica italiano oggi, nell’anno del Signore (è il caso di dirlo…) 2016.

Avrei voluto tutto e di più, il meglio e il bene, lo avrei voluto ben prima e non oggi, e in tal senso ho e abbiamo presentato negli anni scorsi assieme ai colleghi di Sel anche atti politici nel nostro piccolo Consiglio Comunale rivolti al Parlamento perchè intervenisse, di comunque colore esso fosse stato, prima di averne viste di tutti i colori in questi giorni.
Ma se è vero che per me che la politica si nutre di valori e di ideali (smetterei quando non ne trovassi più), ho ben imparato, frequentandola da molto vicino, come essa sia davvero l’arte del possibile. E come spesso il meglio sia nemico del bene.

Credo che dopo quello che si è visto al Senato perdano un po’ tutti gli attori in campo, senza scampo per nessuno. Compreso il mio partito.
Avanzano solo i diritti, almeno e per quanto in ritardo. Meno male.
Perché mi pare che si dimentichi che a breve, dopo il passaggio alla Camera, avremo finalmente l’estensione alle coppie omosessuali di tutti i diritti del matrimonio civile, dalla residenza comune alla reversibilità della pensione, dal diritto di subentrare al contratto di affitto alla possibilità di decidere la comunione dei beni, dalla decisioni da prendere in materia sanitaria all’accesso a congedi matrimoniali, assegni familiari e graduatorie pubbliche. E via così per le convivenze di fatto.
Prima non c’era nulla di tutto questo, tra breve ci sarà. Ho l'amaro in bocca per come ci siamo arrivati.

Certo è che il Parlamento, il Senato in particolare, aveva la possibilità di riappropriarsi di un ruolo e di una centralità, su di un tema che è vero che interessi una piccolissima percentuale della popolazione, così come è altrettanto vero che rappresenti una cartina di tornasole del grado di civiltà e di libertà di un Paese. In questo caso il nostro. Così non è stato. E la responsabilità di questo giro di giostra è principalmente del PD e del M5S. Se la cavano più o meno gli intramontabili democristiani, di opposizione e di governo: ma tanto si sa, loro se la cavano sempre.

Al PD rivendico due responsabilità. Una positiva: quella di aver posto comunque il tema al centro del dibattito, non scansandolo ma affrontandolo, quando invece una tattica molto spicciola suggeriva di tenersi molto più alla larga da questa tematica. Una negativa: ha sbagliato i conti, ha gestito male la costruzione del consenso sul ddl. Non ho capito poi la gestione del gruppo di Zanda, né il suo rapporto con Grasso: ma non si parlano? (curioso poi come Grasso sia passato per i 5S da unico magistrato amico di Berlusca a paladino della democrazia...). I 5S invece avevano per l’ennesima volta la possibilità di determinare qualcosa in questo Paese, ma hanno deciso di portare via il pallone anche stavolta. La democrazia sarà anche salva, ma loro continuano a non essere determinanti in nulla. E’ la differenza che corre tra fare testimonianza e governare le cose.

Resta comunque un senso di frustrazione e di amaro in bocca, per tutto quello che mille volte in Italia potrebbe essere e poi non è. Siamo un Paese che non conosce mezze misure: o vince la palude dell’immobilismo o per fare le cose abbiamo bisogno dello strappo, della forzatura, della prova di forza (ho trovato odiosa la fiducia su di un tema di questa natura, anche se l’ho compresa per come si sono messe le cose. L'unico contento sarà stato l'osceno Diba, che l'ha invocava strumentalmente apposta). Siamo questi ed il Parlamento ne è lo specchio fedelissimo. Purtroppo.

Considerazioni finali e telegrafiche.
Alfano è tristissimo e imbarazzante. Confonde il diritto canonico con la natura... Considera una vittoria da conservatori togliere la fedeltà per legge (io la penso come Vattimo: attiene alla sfera etica, non giuridica e per quanto mi riguarda la toglierei anche dal matrimonio civile in quanto retaggio, sono d’accordo con la Cirinnà, di un’Italia bigotta e oscurantista che su questo elemento basava il delitto d’onore).
L’unico innaturale rischia di essere lui.

Bene che il Parlamento, dopo questa mesta vicenda, discuta quanto prima una legge organica sulle adozioni, che riaffronti anche il tema dell’adozione del figliastro (così ci capisce anche Scilipoti). C’è una possibilità di giocare un ”secondo tempo” e di riabilitarsi parzialmente ai nostri occhi di cittadini. E sono ancora una volta d’accordo con la Cirinnà: si vedrà così chi bleffava e e chi faceva sul serio. Perché alla fine della fiera ci sono sempre le vite delle persone che si aspettano risposte e qualche certezza in più. Un’occasione per non lasciare che di queste vicende si occupino solo i tribunali in questo Paese, perché la politica non sa o non vuole decidere.

Non vedo l’ora di essere al 2018 per votare per un nuovo Parlamento. E a tutti gli schizzignosi dico, vista la situazione, ben venga l’Italicum, con tutti i suoi limiti di cui ho scritto mille volte. Che ci sia una maggioranza chiara, che governi dal “giorno dopo”, che se ne assuma la responsabilità senza portare via il pallone, che ne risponda alla fine del mandato davanti agli elettori. Una roba come quella del 2013 porta ai governi di larghe intese e a questi troiai.

Ribadisco quanto ho scritto più volte: il PD è e resti un partito di centrosinistra. No al partito della nazione, negazione ed esatto opposto della  vocazione maggioritaria di avere un progetto per governare l’Italia. Renzi ha ribadito che è un fantasma e che non insegue i fantasmi. Bene. Verdini si balocchi quanto gli pare, voti cosa gli pare, ma resta un'altra roba.

domenica 14 giugno 2015

Dal Pinturicchio a Lippi, nuova vita per i nostri musei?



Ieri sono stato all’inaugurazione della mostra “Filippino Lippi: L'Annunciazione di San Gimignano”, organizzata nella nostra Pinacoteca presso il palazzo comunale.

Il mio invito è di andare a vederla.
In sintesi si tratta di una mostra (fino al 2 novembre) dedicata al pittore fiorentino con oggetto l’Annunciazione, opera realizzata dall'artista in due tondi distinti raffiguranti uno l'Angelo Annunziante,  l'altro l'Annunziata.

Oltre alla bellezza in sé dei due tondi, per i quali, nell’occasione, sono state restaurate anche le cornici in legno, di particolare interesse sono stati per me i documenti relativi alla commissione dell'Annunciazione. Documentazione storica che non proviene da chi sa dove, ma che proviene dall’archivio Storico del Comune di San Gimignano, dopo secoli, pesti, rivoluzioni e due guerre mondiali. 

Documenti da cui si apprendono i motivi e le modalità di finanziamento delle due opere da parte dei Priori e Capitani di parte guelfa per il Palazzo Comunale di San Gimignano (vi si provvedeva anche con i proventi delle vigne), che le commissionarono nel 1482.
Da un punto di vista storico ci dice anche, comunque, del fermento che c’era a San Gimignano a fine 1482, per cui i priori e capitani chiamavano Lippi per abbellire la sede del governo cittadino, così come le  istituzioni fiorentine stavano facendo per Palazzo Vecchio. Quello stesso fermento che di lì a poco avrebbe chiamato il Pinturicchio, ad inizio ‘500, a realizzare la pala della “Madonna in gloria tra San Gregorio e San Benedetto”, esposta proprio nella stessa sala della nostra Pinacoteca.
La pala stessa fu oggetto l’anno scorso di una mostra ad essa dedicata oltre ad altre opere del Pinturicchio.
Tutto questo per dire anche che è questo che devono fare i nostri musei civici.

Ne ho già parlato altrove, esattamente qui, proprio l’anno scorso. Occorre insistere su questa strada.
Come ho avuto modo già di scrivere, anche nel contributo al programma elettorale della nostra coalizione del 2014, il ruolo dei musei oggi, per non diventare “eventificio” o scatola per soli “eventi”, è nel dialogo permanente fra musei e territorio.E’ necessario, tra le altre cose, che i musei vivano della relazione quotidiana col loro territorio, con il territorio che li esprime. Serve un rapporto, in mancanza sempre più spesso di risorse locali e nazionali, fra i nostri Musei Civici ed i suoi potenziali frequentatori, l’associazionismo che il nostro comune esprime – anche per la valorizzazione dei tanti “tesori minori” - e le sue istituzioni scolastiche. Su quest’ultimo fronte il lavoro sulla spezieria di Santa Fina e le attività didattiche proposte alle scuole e alla famiglie vanno nella direzione giusta. O almeno quella auspicata dal decisore pubblico, cioè dal Consiglio comunale, quando questo è stato (siamo stati chiamati) a decidere per una dolorosa gestione esterna dei nostri musei.

***

Post Scriptum. Alcune considerazioni a latere:
1) resta un po’ di rabbia per l’impossibilità che hanno le amministrazioni locali, la nostra in primis, per via delle restrittive norme di bilancio, in particolare su promozione, valorizzazione, investimenti e personale, di poter gestire direttamente e serenamente complessi museali. Spiace perché ancora abbiamo un’amministrazione pubblica rigida, poco flessibile, che non sa distinguere tra Comune e Comune, che nel chiedere giustamente sostenibilità finanziaria, almeno però mettesse chi è in grado di garantirla con le proprie forze di potersi misurare. Così, purtroppo, ancora non non è.

2) leggo ogni tanto su FB che Sel era contraria alla esternalizzazione della gestione dei musei (per i motivi detti sopra) e che quei brutti e incompetenti del PD erano tutti d’accordo, magari inebetiti dal dio denaro. Niente di più falso. Le perplessità, allora, erano più nel PD ad onor del vero. Tanto che anche in Consiglio almeno un paio di consiglieri eletti nel Pd si dissociarono dalla scelta. Semmai il lavoro che fu fatto, anche da parte mia come capo gruppo consiliare, fu esattamente l’opposto: cioè evitare che il tutto non si risolvesse in una operazione economicistica. Si trattava pur sempre della gestione della nostra storia! E che invece si elaborasse un atto di indirizzo molto chiaro, per il quale restasse forte l'indirizzo pubblico e determinato il controllo dell'amministrazione, la relazione con il territorio, la didattica e l’associazionismo, oltre che a stringere il privato in una azione di promozione serrata (che il Comune non poteva più fare per effetto delle normative nazionali).

2bis) che non c’entra nulla col tema attuale. Ma il centrosinistra a San Gimignano, inteso come coalizione che comprende il PD e altre forze più a sinistra di questo (come Prc prima e Sel poi) è un peccato che sia finito, con la recente uscita di Sel dalla coalizione di governo. Come si vede, come nel caso dei musei e non solo, i risultati e le mediazioni raggiunti in tanti anni di governo assieme hanno sempre fatto fare più passi in avanti al nostro Comune, che passi indietro. Per me è un orizzonte da ricostruire al più presto. Lo dico con cognizione di causa, essendo stato tra i promotori, 6 anni fa, di questa alleanza, e tra coloro che hanno lavorato per unire e non per dividere in questi anni di collaborazione.

3) la terza considerazione riguarda il gestore. Il cambio di passo è stato immediato (assunzione di 15 persone  con i requisiti professionali richiesti dal capitolato; 3 mostre allestite per la valorizzazione del patrimonio esistente, l’identità visiva con il sito web ed i social network, la modernizzazione del servizio biglietteria, gli investimenti nelle strutture e negli strumenti divulgativi – inversione flussi di ingresso, arredi interni, messa in sicurezza della salita alla Torre Grossa, nuovo impianto illuminante, filtranti alle finestre, nuovo apparato didascalico, le nuove audio guide, gli art glass, nuovo bookshop, etc…). Inoltre segnalo le positive iniziative di riscoperta, valorizzazione e promozione della spezieria di S.Fina oltre che all’allestimento, seppure con un po’ di ritardo, della sala didattica rivolta al pubblico scolastico per promuovere la conoscenza dei tesori cittadini tra i più giovani. Occorre dunque insistere. Perché purtroppo il trend dei visitatori degli ultimi 3 anni, compreso il 2014, il primo della nuova gestione, segna una flessione rispetto al precedente triennio. Nell’ultimo anno sono pero saliti gli introiti, grazie soprattutto all’innalzamento, per quanto non esagerato, del piano tariffario che prevede un unico biglietto di ingresso a cui può essere associato l’ingresso della mostra presente (6 euro l’intero che, con la mostra, diventa 7,50, mentre 5 euro e 6,50 sono i prezzi per i ridotti nei due casi). Ecco: credo che occorra continuare a lavorare affinché torni a salire anche il numero assoluto dei visitatori, locali e non (anche i primi andrebbero censiti) oltre alla leva tariffaria. Anche per questo infatti è stata presa la decisione della gestione esterna: mettere in campo iniziative e strumenti per ri-attirare visitatori nei nostri musei, grazie a soluzioni innovative ed investimenti, ormai entrambe precluse al Comune, campagne di valorizzazione e promozione dell’unicità dei nostri tesori. Per quanto mi riguarda è quel che farò, coerentemente con l'atto di indirizzo che abbiamo approvato in Consiglio Comunale.

lunedì 25 maggio 2015

Dal divorzio breve alle unioni civili: ultima chiamata per l'Italia



Il 13 maggio 1974 l'Italia sceglieva il divorzio.
Il 26 maggio 2015, cioè domani, entrano in vigore le nuove norme per il divorzio così detto breve. Da 6 a 12 mesi per dirsi addio. Le norme si applicano anche ai procedimenti già in corso - circa 200mila.

Dopo 41 anni da quel maggio '74 l’istituto si rinnova dunque. Soprattutto si accorcia. Per capirne di più (a chi si applica, quali tempi, come) consiglio questo post di Susanna .

Nel 1974 l’'Unità titolava:"grande vittoria della libertà". Oggi, al tagliando dei 41 anni è giusto parlare di civiltà, oltre che di buon senso. Perché non aveva senso, una volta maturata la scelta consensuale o giudiziale aspettare tutto quel tempo. Soprattutto al tempo della società liquida.

Ma ciò che mi ha più colpito è il dato del largo consenso registrato dalla norma in Parlamento, più esattamente alla Camera: 398 sì, 28 no e 6 astenuti.

Le letture possono essere tante e diverse tra loro. 
Ne dico almeno due.
La prima, più immediata,  è nel segno del tasso di ipocrisia che pervade larga parte della politica italiana, quel “si fa ma non si dice” che caratterizzò anche chi si oppose allora all’introduzione della normativa sul divorzio. In un Paese fortemente caratterizzato ed influenzato dalla religione cattolica, in cui a quasi ogni votazione si invoca la libertà di coscienza (c’è chi l’ha invocata perfino sull’atto più politico che politico non ce n’è, come la legge elettorale…) non ci sarebbe stato da aspettarsi una maggioranza così larga. Ma tant’è, e personalmente non me ne duolgo.

La seconda è che, invece,  il Parlamento più giovane della storia della Repubblica, grazie soprattutto ai massicci innesti di nuove leve operati nel 2013 in particolare dal PD e dal M5S (le principali due forze in Aula) fa sì che a misurarsi su questi temi siano generazioni più aperte e meglio disposte verso queste tematiche.

La prova del nove l’avremo sul tema delle unioni civili. 
Ora che anche la cattolicissima Irlanda ha detto si all’unione tra persone dello stesso sesso… (sì: io preferisco chiamarle così: uinioni civili. Nozze gay non mi piace; anche perché la parola matrimonio ci fa da specchietto per le allodole, ci fa deviare il discorso e ci allontana dall’obiettivo vero al di là della parola utilizzata: allargare concretamente il campo dei diritti).

C’è un ddl in discussione, che a sua volta raggruppa diversi progetti di legge.
A parole siamo tutti (o quasi) d’accordo, segnali di velato progressismo arrivano anche da Papa Francesco. Al di là degli slogan, che sia davvero la volta buona?

Me l’auguro. Anche perché nel nostro piccolo ci abbiamo lavorato, in Consiglio Comunale anche con i compagni di Sel fin dalla passata legislatura, approvando atti politici che, senza la presunzione di avere la verità in tasca, invitavano seriamente il legislatore nazionale, indipendentemente dal colore politico del governo del momento, a provvedere: a colmare la lacuna normativa senza dover ricorrere, cosa che non abbiamo mai fatto passare, ad esempio, qui a San Gimignano, alla presa in giro dell’istituzione dei registri comunali. Che servivano a piantare la bandiera dell’ideologia ma che, purtroppo e nei fatti, non allargavano di un cm il campo dei diritti, non rendevano esigibili ed opponibili a terzi nessun diritto tra coppie dello stesso sesso. Che invece è da sempre quello che ci interessa e per cui, nel nostro piccolo lavoriamo. 

La politica nazionale è chiamata a recuperare sul terreno della propria credibilità non solo sul fronte dell'abbattimento degli odiosi privilegi fuori dal tempo, ma anche se dimostra di essere in grado di registrare e codificare con lungimiranza i cambiamenti sociali in atto, dando certezze, libertà, diritti e doveri per tutti.