Voglio ricordare prima di tutto il compagno partigiano delle Brigate
Garibaldi, esponente di quella straordinaria generazione che si avvicinò
alla politica passando dall'esperienza della Resistenza.
Mi hanno sempre colpito di Alfredo Reichlin due aspetti.
Il primo: la sua modernità. Lontano anni luce dalle faziosità e dalle
tifoserie che caratterizzano oggi giorno le appartenenze politiche,
capace di analisi profonde come era nella scuola del PCI. Era, a mio
avviso, costantemente in grado di
guardare più in là della fase contingente, non limitandosi alla critica
fine a se stessa ma accompagnandola sempre ad una proposta politica e
programmatica. Ricordo, negli anni in cui iniziavo ad occuparmi di
politica, i suoi scritti dallo sguardo innovativo, spesso con Giorgio
Ruffolo, sul ruolo della sinistra nel mondo avviato alla
globalizzazione. A dispetto della sua età una mente aperta, libera,
sempre autocritica e al tempo stesso propositiva. In confronto a tanti
replicanti di oggi, modernissimo.
Il secondo: l'umiltà. L'umiltà
dell'uomo di sinistra, che non smania per la carriera, che sa stare al
suo posto, che sa che c'è una fase da vivere in prima persona ed una
fase da guardare in seconda fila. Tutto ciò senza mai rinunciare al
proprio contributo culturale, politico e programmatico. Un gigante
rispetto al carrierismo odierno.
Infine, su tutto, i valori saldi, di una sinistra autenticamernte riformista.
Ricordo del sospiro di sollievo che tirai, nel 2007, quando Reichlin fu
indicato presidente della commissione che avrebbe scritto il Manifesto
dei Valori del Partito Democratico. Ci sentivamo in buone mani, e fu
così.
Un Partito a cui, non poteva essere diversamente per la sua figura, non ha mai risparmiato critiche e suggerimenti gratuiti.
Ecco: oggi non riproporrò il suo ultimo articolo ("Non lasciamo la
sinistra sotto le macerie"), ma lo saluto con l'invito a rileggere quel
Manifesto dei Valori del Partito Democratico. E ad esserne conseguenti.
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mercoledì 22 marzo 2017
lunedì 13 marzo 2017
IL LINGOTTO E’ DI TUTTI NOI DEL PD
Premesso che ogni occasione di discussione politica e di
coinvolgimento è la benvenuta e che ognuno si riunisce come e dove vuole, non
ho seguito i lavori un po’ perché impegnato in altro un po’ per scelta. Leggerò
e ascolterò cosa ha prodotto la reunion
renziana, come ho sempre fatto. E sono convinto che troverò anche stavolta idee e
valutazioni interessanti.
Tuttavia quello che qui voglio ricordare è che il Lingotto è il luogo
simbolo del PD, dove il PD è nato per unire e fondere culture politiche, non
per chiudere un cammino ma per aprirne uno nuovo ed unitario, per allargare il campo di una sinistra che vogliamo certamente plurale ma inclusiva e non rinchiusa.
“Fare una Italia nuova. Riunire l’Italia, farla sentire di nuovo grande”, “Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: nord e sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi”, diceva Veltroni all’inizio del suo discorso del 2007.
“Fare una Italia nuova. Riunire l’Italia, farla sentire di nuovo grande”, “Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: nord e sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi”, diceva Veltroni all’inizio del suo discorso del 2007.
Il Lingotto, dunque, come simbolo e luogo fisico dell’unità
della sinistra riformista italiana, dell’unità del Partito Democratico che si
candida a guidare l’innovazione del sistema politico e del sistema istituzionale.
Per questo penso che lì, 10 anni dopo, avrebbe dovuto
esserci tutto il partito. Avremmo dovuto esserci tutti, dal Segretario
nazionale al coordinatore del più sperduto circolo d’Italia.
A ragionare su
cosa è stato il PD in questi 10 anni e su cosa non è stato - verrebbe da dire -, su
come si sta e siamo stati insieme, su come funziona ed è
organizzato sul territorio, su come si finanzia e coinvolge i propri iscritti e
simpatizzanti magari usando meglio i circoli ed un po' di più la tecnolgoia, su come si sta insieme tra di noi quando siamo al governo e quando siamo all’apposizione, su cosa ci hanno insegnato e lasciato questi 4 anni di governo
di maledette larghe intese e cosa andrebbe corretto e migliorato, con chi
vorremmo allearci se andremo verso la sciagurata ipotesi del proporzionale puro, dicendolo prima e non dopo.
Su quale è la nostra idea di contrasto alla
povertà dilagante, alla disuguaglianza crescente, sulle idee per la leva
fiscale, su quali politiche industriali per l’economia circolare e quali
strategie per la doppia emergenza di questo secolo: la crisi
energetico-climatica e l’immigrazione.
Del perché non intercettiamo il consenso
dei giovani e come, nel mentre ed intanto, ci attrezziamo almeno per farli contare un po' di più
in Italia, dandogli voce e rappresentanza.
Di come sia sbagliato, soprattutto a sinistra, non avere l’umiltà di ascoltare.
Di come sia impossibile governare
sempre, e soprattutto in una fase in cui c’è una contestazione fortissima in
tutta Europa verso le varie manifestazioni delle élite, attraverso il “ce ne
faremo una ragione” ripetuto ai sindacati o attraverso i “ciaone” dopo una
consultazione referendaria in cui il popolo, tanto o piccolo che sia, si
esprime dopo averlo invitato caldamente a disertare le urne.
Così come avremmo potuto e dovuto ragionare assieme ed affinare meglio politiche e strategie sui temi del mercato del lavoro, sulla scuola, sui diritti civili, sulla sicurezza, sul ruolo delle città, sull’agricoltura.
Politiche e strategie che, anche per merito di Renzi va detto, hanno avuto il merito di essere affrontate
con determinazione da riforme necessarie, ma quanto realmente condivise?
Chiamatela conferenza programmatica o come vi pare se così
non fa troppo figo, ma al Lingotto avrebbe dovuto esserci un partito intero a
discutere di queste cose: senza conte, senza nomi e senza fretta.
Provando a
definirsi e a definire, finalmente, un profilo politico-programmatico
condiviso, alla luce di questi 10 anni e di questa travagliata legislatura.
Ho scritto qui, subito dopo la batosta del referendum, che
non possiamo più essere il partito del ‘tutto e del contrario di tutto’. Facendo
finta di niente. Anche nei confronti di quelle proposte positive che abbiamo
messo in campo e che dobbiamo radicare di più e meglio.
A chi, come me e tanti altri seppure nel loro piccolo contesto
locale, ha vissuto in prima persona quella fase dieci anni fa male vedere il
Lingotto “usato”, neanche troppo velatamente, a scopo di parte.
Non c'è solo una parte che può considerarsi e
autoproclamarsi la vera “erede” del PD del Lingotto, l’interpretazione
autentica di quello spirito. Non ci devono essere tra di noi i più ganzi e i
meno ganzi, ci deve essere una comunità politica che sta insieme per unire le
forze riformiste del nostro Paese, per cementarle in una proposta di governo
che le conduca, finalmente e senza larghe intese, al governo del Paese - se non
da sole almeno in coalizioni corte, realmente omogenee - e soprattutto radicate
nel campo del centro sinistra.
E che lo faccia nel rispetto reciproco e della maggioranza e minoranza di turno. Quella “forza riformista che, unita, l’Italia non ha mai avuto”. “Il partito – ancora Veltroni - dell'innovazione, del cambiamento realistico e radicale, della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese”. E' il motivo per cui resto convintamente nel PD, nonostante tutto.
E che lo faccia nel rispetto reciproco e della maggioranza e minoranza di turno. Quella “forza riformista che, unita, l’Italia non ha mai avuto”. “Il partito – ancora Veltroni - dell'innovazione, del cambiamento realistico e radicale, della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese”. E' il motivo per cui resto convintamente nel PD, nonostante tutto.
Dal discorso del Lingotto emergeva un messaggio di unità che
la sinistra, almeno quella che voleva e vuole ancora fare i conti con
il Governo, non aveva mai conosciuto; una prospettiva di unità fortissima di
culture diverse – quella socialista, comunista progressista, cattolico
democratica, ulivista, ecologista – che si mettevano insieme per lanciare un
messaggio unitario al Paese.
Oggi, scegliere quel luogo per una sola parte, come terreno di sfida e di rivincita dopo la prima vera scissione nella storia del PD – per quanto triste nelle idee e povera nei numeri, ma pur sempre dolorosa e da rispettare e da comprendere –, lo trovo un segnale in netto contrasto col messaggio unitario che il Lingotto ha sempre rappresentato.
Oltre che l’ennesima prova che, davvero, non si è capita la delicata fase che stiamo vivendo, soprattutto dal post referendum costituzionale.
Difficile essere credibili parlando di unità ora, dopo una
scissione (che per chiarezza non condivido per nulla, essendo invece molto più preoccupato di quella diaspora silenziosa avvenuta già in precedenza da parte
di tanti iscritti, anche a livello locale), e dopo aver governato contro tutti
e con il “ciaone”, pur sapendo bene quanto, da sempre, sia difficile il
riformismo in questo Paese.
L’unità non è una narrazione. Ma una pratica quotidiana,
fatta di ascolto, di reciproco rispetto. Vale per i renziani quanto per gli ormai scissionisti. L’unità è fatta, soprattutto, da toni, parole, gesti,
comportamenti, disponibilità e sintesi del segretario politico di turno, che è
il primo ad avere e a dover sentire questa responsabilità.
La scelta del Lingotto va, a mio avviso e buon ultima, nella
direzione opposta.
A me pare che, ancora una volta, a sinistra l’atteggiamento
sia più quello della sfida che quello del dialogo.
Caro Matteo non permetteremo a D’Alema di distruggere e di dividere ulteriormente il PD, ma neppure a te. Perché è tuo quanto mio. Perché è, in una parola, nostro. E non di uno solo. Perché la leadership è importante, ma è il collettivo che smuove e radica il consenso e cambia le cose.
Caro Matteo non permetteremo a D’Alema di distruggere e di dividere ulteriormente il PD, ma neppure a te. Perché è tuo quanto mio. Perché è, in una parola, nostro. E non di uno solo. Perché la leadership è importante, ma è il collettivo che smuove e radica il consenso e cambia le cose.
Al Congresso sosterrò la candidatura di Andrea Orlando, dopo che ne ho letto la mozione (quanto gente che si schiera senza aver letto un bel nulla) che mi convince per larghi tratti, a partire da un metodo di conduzione di maggiore ascolto e più inclusivo, assai diverso di quello conosciuto fin qui, e per alcune proposte utili a correggere la nostra rotta, tornando a dialogare con tutti. Ho letto, naturalmente, anche quella di Matteo (che l'altra volta votai, finendo l'idillio dopo appena tre mesi con
l'operazione da prima Repubblica fatta al Governo Letta. Anche lì: a chi
lo chiedeste se eravamo d'accordo o no?), e ci trovo alcune cose più che condivisibili. Purtroppo il congresso per mozioni è strumento divisivo di per sè: le mozioni - che che se ne dica - sono fatte per non dialogare tra loro. Non sono tesi che si possono condividere, emendare, affinare per diventare patrimonio di tutti. Le mozioni sono monoliti. Ma ci sono ragioni nelle une quanto nelle altre. Anche per questo sarebbe servito un momento unitario vero sui programmi, sul profilo politico-programmatico del partito. Magari proprio al Lingotto.
Resto convintamente del PD e nel PD che ho fondato, non mi sento un reduce di nulla nè un gazzilloro di prime seconde o terze ore. Coltivo l'ambizione politica che descrisse bene Walter ormai dieci ani fa: fare un'Italia nuova, portare finalmente e per bene la sinistra al governo grazie ad una grande forza riformista che l'Italia non ha mai avuto. Un progetto politico di cui il PD è strumento, e mai fine, di partecipazione popolare, di cambiamento e di innovazione della politica e del sistema istituzionale. Ancora siamo lontani dall'obiettivo, il referendum è lì a dimostrarcelo. E servirebbe una maggiore dose di analisi e di autocritica sul perchè. Anche per questo continuo a stare nel mio partito ma da uomo libero, senza occhi foderati di prosciutto, consapevole delle dfifficoltà enormi che abbiamo di fronte. Soprattutto senza alcuna corrente, ma con spirito autenticamente unitario. Dopo il congresso, tutti al lavoro con il nuovo segretario, facendo la cosa più moderna che ci sia: occuparsi delle persone, delle nostre terre e del nostro Paese.
giovedì 9 febbraio 2017
GIOVANI: L’ANOMALIA ITALIANA
Ieri due notizie a dir poco contrastanti: “assunta al 9°
mese di gravidanza” e “si uccide a 30 anni, precario, di una generazione
perduta”.
Sulla prima, solo due considerazioni: stupisce che faccia
notizia, perché in un paese moderno non dovrebbe esserlo; servono uomini
(imprenditori e non) così.
Sulla seconda, fa notizia eccome. Come deve fare notizia il
livello italiano di disoccupazione giovanile. Perché se già non è accettabile di
morire sul lavoro, non vorrei che cominciassimo ad “abituarci” alle morti per
assenza di lavoro, valore fondamentale della nostra Costituzione.
Ne scrivo malvolentieri, perché dio solo sa il travaglio
interiore che deve essere passato dentro a questo nostro coetaneo. E però la
sua lettera ci dice del dramma di generazioni che si scoprono come derubate del
proprio futuro, e di come, alla fine, venga meno quello che di solito è ciò che
non dovrebbe mai mancare in un giovane: la voglia di fare, di lottare. Di
reagire. Perché anche questi ormai sono vissuti come valori inutili, non
appaganti. Dunque il conflitto generazionale è come disattivato. Manca la
spinta al rinnovamento e la società rimane rigida, poco reattiva davanti alle
grandi sfide. A tutto ciò segue la poca mobilità sociale.
Da sempre sono i giovani la parte più dinamica di una
società: sono loro a rinnovare le tradizioni, sono loro a superarle, sono loro
a sperimentare, sono loro a proporre con forza idee e visioni nuove della
realtà. Oggi tutto questo, in Italia, non avviene più, o solo in pochissimi casi.
E poi in Italia, si sa, oggi i giovani sono pochi e hanno poca voce, poco peso, anche politico. Non
è un caso che la politica si interessi poco di loro. Ma se non vogliamo
rischiare del tutto quello è stato definito un salto di generazione, le
politiche giovani-lavoro, giovani-formazione, giovani-saperi devono tornare ad
essere l’assillo principale di qualsiasi governo, facendo i conti col mercato
del lavoro che cambia e con le nuove tecnologie che modificano profondamente la
disponibilità di lavori e la tipologia stessa dei lavori.
Non servono nè le paternali, nè le frasi di disprezzo di alcuni esponenti politici. Serve la Politica.
“Non possono più restare senza risposta le grandi domande
dei giovani i quali, per la prima volta
dal dopoguerra, non hanno fiducia nel futuro e temono un
destino di precarietà e insicurezza permanenti.
È tempo di abbattere gli ostacoli che vengono da una società
chiusa, soffocata dai corporativismi, e che difende l’esistente e le rendite di
posizione.
Ridare voce ai giovani è essenziale perché sono loro a porre
quella domanda di valorizzazione dei talenti e delle energie e di
liberalizzazione della società che è ormai ineludibile”.
martedì 7 febbraio 2017
UNA STRATEGIA ENERGETICO-CLIMATICA PER L’ITALIA
Pubblicato anche per l'Italia il Riesame dell'attuazione delle politiche ambientali dell'UE.
Si fa un gran parlare delle possibili procedure di
infrazione per lo sforamento dei parametri economici stabiliti per la UE, ma si
dimenticano troppo spesso le procedure di infrazione già aperte, e quelle che
verranno sicuramente, in materia ambientale.
Le principali sfide in relazione all'attuazione in Italia delle politiche e della normativa ambientali dell'UE restano, ancora:
- migliorare la gestione dei rifiuti e le infrastrutture
idriche, così come il trattamento delle acque reflue, che rappresentano delle
preoccupazioni persistenti, in particolare, nel Sud Italia;
- migliorare la gestione dell'utilizzazione del suolo, delle
alluvioni e dell'inquinamento atmosferico nelle regioni centrali e
settentrionali (lo smog killer di queste settimane è a lì a ricordarcelo un
filino).
Qui il rapporto:
http://ec.europa.eu/environment/eir/pdf/report_it_it.pdf
Proprio venerdì scorso ho partecipato alla assemblea provinciale degli Ecologisti Democratici, associazione di persone fuori e dentro il PD che si batte perché le politiche ambientali diventino il comune denominatore delle scelte pubbliche. Soprattutto a e da sinistra.
Stando al mio campo continuo a pensare che, nonostante
fosse uno dei pilastri su cui abbiamo costruito il PD, questa scelta politico-culturale
sia ancora ben lontana dal potersi ritenere acquisita.
Nel giugno del 2013 la nostra associazione pubblicò il
manifesto: “Il futuro dell’Italia ha un cuore verde”. Sottotitolo: "Un new deal ecologico per uscire dalla crisi".
Ebbene, da allora ci
sono stati dei singoli provvedimenti, di alcuni abbiamo discusso anche alla
Festa Ecodem a San Gimignano nel 2015 (reati ambientali, agenzie ambientali,
spreco alimentare, collegato ambientale alla finanziaria 2016, etc...).
Ma continua a mancare la cornice strategica in cui tutte queste singole azioni si inquadrano.
Serve politicamente di rendere esplicita, traducendola nero su
bianco, quella scelta di fondo di fare della green economy e dell’economia circolare
la cornice in cui incardinare tutte le politiche pubbliche.
Il così detto “Green
Act” poteva e doveva essere questa occasione. Ma si è perso tra un “ciaone” post referendum trivelle e
lo sblocca Italia. Tristezzza.
A quelli che continuano a dire che un congresso del PD
non serve, così come non servirebbe una conferenza programmatica, cioè
confrontarsi sul programma – appunto – delle cose da fare, soprattutto alla luce di tutto ciò che è successo in questi tre anni di larghe intese, dico che è vero esattamente il
contrario: servirebbe, eccome, anche in virtù dell’affanno in cui si è cacciato
il nostro partito.
Ho il leggerissimo sospetto che iscritti, simpatizzanti e semplici cittadini siano decisamente più interessati a parlare delle cose da fare e del come farle, che riproporre le coalizioni inconcludenti o le scissioni che inevitabilme il sistema proporzionale rimette in moto.
Il Partito Democratico non è nato solo per unire forze
politiche e tradizioni progressiste che vengono del ‘900. E’ nato per dare voce
e forza al riformismo del 21° secolo. Ma non c’è riformismo possibile, oggi più
di quanto dicevamo allora, se non mette al centro le sfide dell’ambiente, della sostenibilità
dello sviluppo, della conversione ecologica dell’economia. Che è poi anche una formifabile occasione di creazione di posti di lavoro e di produzione di reddito.
E’ per queste scelte di campo che vale la pena ancora
battersi e contribuire, finalmente, a determinare un profilo politico-identitario
del PD più marcato di quanto fatto in questi tre anni, anche in materia di
strategia energetica e climatica nazionale. Non ci sono alternative.
Ce lo ricorda e ce lo chiede di recente anche il Coordinamento FREE (Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza
Energetica), associazione che raccoglie veriea associazioni attive in tali settori, oltre
a vari Enti e Associazioni. E lo fa con un approccio "bottom-up", giustamente e finalmente, con una strategia dal basso verso l'alto, per coinvolgere cittadini ed istituzioni in un percorso di crescita sulla necessità di affrontare con decisione la crisi energetico-ambientale ed anche per far maturare la consapevolezza della necessità di assumersi, a tutti i livelli, responsabilità condivise.
E' possbile, è stato fatto in altri paesi europei. E' l'ora di farlo sul serio anche da noi.
martedì 31 gennaio 2017
CORTE COSTITUZIONALE E LEGGE ELETTORALE
Dunque abbiamo un proporzionale puro al Senato (con coalizioni e senza premio) ed un proporzionale con premio, ma senza coalizione, alla Camera.
Insomma, abbiamo un “bellissimo” ritorno al proporzionale. Il passato che avanza.
Con forti disomogeneità ancora evidenti tra Camera e Senato: soglie di sbarramento diverse, capilista bloccati e doppia preferenza di genere per i deputati e preferenza unica per i senatori, 100 piccoli collegi alla Camera contro 20 grandi collegi regionali al Senato, mentre dei premi ho già detto.
C’è da armonizzare e non poco, mi pare.
C’è da armonizzare e non poco, mi pare.
Ma, soprattutto, quella che abbiamo davanti è una scelta politica di fondo: tornare al “gioioso” passato della scelta delle liste di partito (già riassaporata col Porcellum – votato dal centrodestra tanto per essere chiari) e le preferenze multiple ed i governi non scelti prima dal voto dei cittadini ma formatisi in parlamento dopo le elezioni, quando la famosa “seggiola” ormai è acquisita, ennesima anticamera di nuove larghe intese, o proseguire sulla via del maggioritario coi governi scelti prima dal voto dei cittadini e non dopo in Parlamento, con la democrazia dell’alternanza, con i collegi piccoli (e contendibili) ma dove stretto è il rapporto ed il controllo candidato/eletto?
Io non ho dubbi e sto con la seconda ipotesi.
Mi spiace dirlo ma tra le gravi responsabilità del Pd a guida Bersani c’è anche quella, dopo l’essere arrivati primi ma non aver vinto nel 2013, di non aver riproposto subito il Mattarellum (maggioritario con collegi uninominali a turno unico e una piccola quota di proporzionale) quando era il tempo. Poi è venuto Renzi e forse, per i modi dell'Italicum più che negli intenti, si è fatto pure peggio.
Al caro Grillo e al suo #obiettivo40% (al quale auguro naturalmente la stessa fortuna del mitico #vinciamonoi delle europee 2014) ed a tutti gli altri, compresi eventuali inciucisti del mio partito, una sola domanda: nel 1993 gli italiani votarono in massa ad un referendum che poneva il quesito di abbandonare il proporzionale e passare ad un sistema maggioritario. E l’anno dopo venne il Mattarellum.
Che facciamo dunque?
Gli esiti referendari li brandiamo e ne chiediamo il rispetto solo quando fanno comodo e per fare propaganda o li rispettiamo sempre indipendentemente dalla convenienza politica?
Anche qui, ed anche per questo, non ho dubbi su come rispondere.
Anche qui, ed anche per questo, non ho dubbi su come rispondere.
La voglia del voto subito con le leggi attuali mi sembra solo l'anticamera di nuove larghe intese, del classico cambiare tutto per non cambiare nulla, con il passato che ritorna nella sua veste peggiore.
martedì 6 dicembre 2016
MATITA E VOTO: GLI UNICI POTERI DAVVERO FORTI
Sono 32 milioni gli italiani che sono andati a votare (più del 2006
e del 2001). Tanti ed è un bene.
Gli appelli ad andare a
votare per me non sono mai retorica o tattica. Quello del voto è l’unico potere
davvero “forte” in cui credo.
Oltre 19 mln per il No, oltre 13 milioni per il Sì. Dal
punto di vista democratico una bella prova.
Il Sì ha perso nonostante continui a pensare che la riforma
contenesse ragioni di merito più che valide. Il No ha prevalso nettamente. O
meglio: hanno vinto vari No e non uno solo.
Aspettando le analisi sulla composizione del voto, nel
merito penso queste cose, guardando alla Sinistra, al PD che è il campo che mi
interessa. Non penso infatti che la soluzione sia semplicemente nel sostituire
l’arroganza di Renzi con la superbia di Di Maio o le ruspe di Salvini.
2) L’errore della personalizzazione, dunque, cioè legare le
sorti del governo all’esito della consultazione, si è rivelato micidiale, come
ampiamente pronosticato. Giusta e corretta la scelta conseguente di dimettersi.
La responsabilità di tale errore è tutta sua: ha confuso i piani ed i ruoli, ha
fatto trasparire la presunzione di avere già vinto, ha fatto sembrare la riforma
un “affare del governo”, rendendola ancora più distante dal popolo. Morale?
Governo a casa, sinistra divisa, PD a pezzi. Riforme costituzionali al palo per
diverso tempo.
3) “La maggioranza silenziosa” si è fatta sentire eccome.
Nelle zone in cui il disagio è maggiore, il reddito minore, la disoccupazione
più dura, la legnata sembra essere arrivata più forte. E si aggiunge a quella
delle amministrative della primavera 2016. Dove abbiamo perso capoluoghi
importanti, anche in Toscana. E si aggiunge alle regionali del 2015 dove
abbiamo vinto a fatica regioni sempre ben disposte verso il centrosinistra. E
si aggiunge alla legnata di pochi giorni fa in Friuli. Tutti zitti. La risposta
del gruppo dirigente non potrà più essere come quella del dopo-amministrative,
che fu imbarazzante: liquidata ad un voto locale, marginale e fluido senza
riflessi nazionali. Senza analisi, né sulle politiche di governo né
sull’atteggiamento tenuto dal partito. Oltre ad ignorare vergognosamente una
proposta di riorganizzazione del PD sul territorio elaborata da Barca. Vogliamo
liquidare anche questa volta con un cretino “ciaone” tutti questi dati politici?
4) Ho scritto altre volte che non mi iscriverò mai al “partito
del ciaone”, cioè di chi pensa che si possa fare politica irridendo e contro
tutti. Ma quanto ci vuole al gruppo dirigente del Pd a capire che stiamo sulle
palle a tanti anche per questi atteggiamenti? Come si fa a non capire che non
c’è sinistra se si governa contro i sindacati, contro il mondo della scuola
(anche se assumi 100.00 precari)? Che se è pur vero che per riformare a volte
si deve essere impopolari, è impensabile governare contro tutti perché tutti
alla prima occasione se ne ricorderanno. A Renzi riconosco di praticare il primato della politica. Ma serve più collegialità. E guardare in
faccia la realtà. Quello di D’Alema era un riformismo senza popolo, questo non
può essere solo quello del “ciaone” o del “ce ne faremo una ragione” di chi non
è d’accordo con noi.
5) Gli elettorati si sono dimostrati piuttosto fedeli.
Quelli degli altri, non i nostri: militarizzati i 5S, abbastanza stabili quelli
del centrodestra, molto mobili quelli del PD per quasi il 25%. Morale della
favola: non hanno tenuto “i nostri” si è sfondato poco o nulla nell’altro campo. A forza di rincorrere i
verdini e la destra si è perso pezzi in
casa nostra. E’ arrivato il momento di conclamarlo e farci definitivamente i
conti, senza i tweet del menga sul 40%.
6) 4 giovani su 5 sotto i 35 anni non ci considerano. Un
dramma. Ed un paradosso se pensiamo di avere un segretario di partito ed un
Presidente del Consiglio di appena 40 anni. Ma è ovvio, il problema non è
l’età. Nessuno che a Roma si renda conto di come siamo percepiti: il Pd come un
partito in cui ci sta tutto ed il contrario di tutto! Quello che è stato il
partito del “Sindaco Pescatore” Vassallo è oggi anche quello di De Luca, quello
delle unioni civili e dei giustissimi 80 euro è anche quello dell’imu abolita a
tutti, quello del contratto a tempo indeterminato per tutti è anche quello dei
voucher e della miriade di forme contrattuali precarie non eliminate, per fare
alcuni esempi. Abbiamo fatto, giustamente, un partito post ideologico, perché
le ideologie e le rigide identità che ne seguivano avevano fatto il loro tempo.
Ma è arrivato il momento di riconsiderare la questione: quando si è giovani si
è alla ricerca di esempi e di identità. E noi rischiamo di non dare né i primi
ne di avere la seconda. Non possiamo essere solo “il partito delle banche”! Che
non è vero ma è quel che passa.
7) siamo la principale forza del socialismo europeo, mentre
tutte le socialdemocrazie e le sinistre in Europa sono ai minimi storici.
Abbiamo e dobbiamo avere un ruolo in Europa, verso un Parlamento ed una
Commissione europea a guida centrodestra. Siamo gli unici che, come si era
cominciato a fare, possono agire per far invertire la rotta dall’austerità a
quella degli
investimenti e della solidarietà. Non lo fanno né la Lega ne i 5S, che in
Europa siedono con Le Pen e Farage, cioè col peggio della destra. Non sfasciamo
tutto.
E’ arrivato il momento di pensare all’Italia, come sempre,
ma di occuparsi finalmente della sinistra e del PD. Ricucendo con umiltà quel
che c’è da ricucire, discutendo apertamente, senza buttare via anche le tante
buone proposte avanzate in vari settori. Io ci credo ancora. Al Pd e alla sinistra
che vuole andare al governo. Perché la verità è ancora questa. Che siamo ancora
perdenti, che al governo ci è andato prima Fini di noi, e che non possiamo
accontentarci di esserci stati in coalizione con Alfano. Quello che vedo
all’orizzonte, infatti, è solo un ritorno in grande stile della Destra. Che a
tanti piace, ed è legittimo. Ma non è il mio campo.
giovedì 24 novembre 2016
Un sì ragionato, con voglia di unire, nonostante Renzi
Prima di tutto: andiamo a votare! Il 4 dicembre andiamo a votare. Per me è un diritto ed un dovere. Come per altre consultazioni, anche non di questo tipo, credo sia necessario e doveroso ricordare di andare a votare, spronare a prendere parte, a partecipare, a non lasciare che altri decidano per noi. Non sprechiamo questa opportunità. Inutile lamentarsi delle scarse occasioni di partecipazioni alla vita politica se poi quelle che ci sono non sono utilizzate al meglio.
Piccola ma doverosa premessa. Il mio sì non è un sì politicizzato, ideologico e/o di appartenenza. E’ un sì ragionato. Tanto più dopo aver letto anche le ragioni del fronte del No, che rispetto ma non condivido. Ed avendo letto ed ascoltato di tutto, sulla carta stampata e in tv, fino ad un limite che però mi sono autoimposto: quello della faziosità e della disonestà intellettuale che non sopporto mai in politica. Appartengono alla prima, ad esempio, i Rondolino (Unità) ed i Travaglio (Il Fatto) e vari politici espressioni del sì e del no; appartengono alla seconda i Salvini e i Berlusconi, quelli che nel 2006 volevano introdurre il premierato, il potere di scioglimento delle camere al Premier, l’alterazione dei poteri costituzionali con un Presidente della Repubblica depotenziato. Non scherziamo!
Il dibattito politico sulla riforma ha superato davvero in questi ultimi giorni i toni ed il garbo di un confronto sereno e civile. La politica è uno strumento importantissimo ma è anche un’arena, si sa. E tuttavia credo che si possa votare sì o no senza insultare chi la pensa diversamente, senza toni polemici o irridenti delle ragioni altrui, senza le miserie del linguaggio politico attuale, formidabilmente sintetizzate nei tristissimi “ciaone” o “pidioti”.
Ma in quest’ultimi giorni si è sentito pure di peggio. Da una parte e dall’altra. E francamente, tutto ciò mi fa schifo, perché l’uso di un certo tipo di linguaggio, in politica più che altrove, è sempre il primo drammatico sintomo del degrado della politica stessa. Servirebbe più accortezza.
La cosa che mi più di tutte mi fa pena quando sento le parole dei vari De Luca, dei vari Ingroia o dei vari Grillo o dei vari analisti finanziari che invocano chissà quali drammi del post voto, solo per citare gli ultimi edificanti esempi, non è solo il tipo di parole usate ma è l’artificiosa creazione della paura, l’intimidazione delle persone creando ad arte scenari apocalittici. Penso che compito della politica con la “P” maiuscola sia invece sempre quello di informare e di costruire opinioni consapevoli, non creare paure, evocare catastrofi e distruggere.
Così facendo si fa solo un servizio al crescente distacco tra cittadini e politica.
Per tutto questo, di seguito, ci sono soltanto alcune considerazioni di chi questa riforma se l’è letta e studiata non da ora, approfondita fin dove ha potuto, per farsene una ragione libera ed autonoma. Come dovrebbe essere in questi casi. Perché l’appartenenza ad un partito per me non sarà mai un limite alla libera scelta e alla maturazione dell’autonomia delle proprie idee.
La riforma perfetta è quella che non si farà mai, dunque giudichiamola per quella che è. Stiamo al merito, senza secondi fini, facendo lo sforzo di astrarci da Renzi e dalla contingenza politica. Una riforma costituzionale traguarda ad alcuni decenni, non a domani mattina. Dopo un Governo, bello o brutto, ne verrà senz’altro un altro. Soprattutto se vincerà il no. Probabilmente sarà ancora uno tecnico o di larghe intese, una ennesima iattura, ma cerchiamo di fare lo sforzo di non distrarci. Così come la legge elettorale si cambia dalla sera alla mattina con legge ordinaria (il centrodestra col Porcellum lo ha disastrosamente dimostrato, oggi pare che ce ne siamo già scordati) e, soprattutto, non rientra nel quesito referendario. Anzi per dirla tutta come la penso, ritengo che la riforma del bicameralismo paritario, seppure con qualche limite, vada bene a prescindere da quella che sarà la futura legge elettorale. Peraltro mi pare evidente che gli effetti del mitico “combinato disposto” siano stati disinnescati alla radice. Ormai l’ha capito anche il gatto che l’Italicum sarà cambiato: superamento del ballottaggio (personalmente ero per mantenerlo, inserendo però l’obbligo di apparentamento tra primo e secondo turno), ritorno ai collegi, superamento capolista bloccati e candidature plurime (la cosa che più di tutte non mi è mai piaciuta dell’Italicum, pur riconoscendogli invece nel complesso vari pregi), premio di governabilità (che non vuol dire più di maggioranza) alla coalizione o al partito. In sostanza tutto ciò che la minoranza PD aveva chiesto e che molti fieri oppositori, da destra e da sinistra, auspicavano.
So bene che la politica non è un mondo irenico, di pace e gioia. Ma è triste vedere come si giochino molte partite sulla data del 4 dicembre, tranne forse quella che veramente conta: spiegare cosa c’è realmente dentro la riforma e perché, almeno secondo il mio punto di vista, il Paese farebbe un piccolo ma significativo passo avanti se la riforma passasse. E non sto parlando di accontentarsi, sto parlando di cose molto concrete, di andare in una direzione politica auspicata più volte anche da sinistra.
Un sì ragionato. Perché, intanto, non ravviso nella riforma nessun rischio di deriva autoritaria a differenza, ad esempio di quella del 2006 – anche qui le parole hanno un peso -, così come va detto che non arriveranno le cavallette ed i famosi mercati comunque andranno avanti, come hanno sempre fatto. Certo, avremo perso tutti un’occasione di fare alcune delle cose che la giurisprudenza costituzionale, ed in larga parte anche il sistema politico quasi nel suo insieme ci dicono di fare o di voler fare. Centrosinistra incluso, dai DS all’Ulivo almeno. Per questo dico sì. Non per un mero calcolo tra aspetti positivi e negativi, ma perché vi ravviso una direzione, una scelta politica che condivido.
Le riforme costituzionali non si fanno a maggioranza. Inoltre sono consapevole che lo strumento referendario, di per sé, è naturalmente divisivo: o tutto o niente. Con tutti i limiti che questo metodo comporta. Ma altrettanto nettamente bisognerebbe avere la decenza di dire che, tanto per stare al tema, è proprio quello che prevede la nostra Costituzione all’art 138, quando il Parlamento non riesca ad approvare la revisione costituzionale con i due terzi dei suoi componenti nella seconda votazione. Come è avvenuto per la riforma in questione. Fermatasi attorno al 57% dei voti (180 senatori su 315, 361 deputati su 630). Chi grida al “golpe” sbaglia di grosso: che piaccia o no la riforma è stata fatta proprio come la stessa Carta prescrive.
Si dice: ma non si fanno le riforme a colpi di maggioranza. Verissimo. Nel 2001 il centrosinistra fece un errore e ce lo siamo detti più volte. Più grosso lo fece il centrodestra nel 2006. Può essere considerata questa una riforma a colpi di maggioranza? Ci sarebbe da discutere. Ci dimentichiamo del gruppo di lavoro messo in piedi da naplitano subito dopo la sua rielezione e la sua Relazione finale sulle riforme istituzionali, composto da Mauro, Onida,Violante e Quagliarello. Poi ci dimentichiamo del lavoro collegiale dei 42 costituzionalisti messo in piedi con funzione consultiva dal Governo Letta, composta dai principali costituzionalisti italiani.
Se si eccettua la autoesclusione del M5S, come noto assai restio al compromesso che invece è uno dei compiti principali di un organo legislativo, la riforma è stata elaborata e poi anche votata in prima battuta da tutto il centrodestra. E’ stata la tattica politica e solo quella a far cambiare idea a parte del centrodestra, mentre altri hanno continuato a sostenerla. A me, questa volta, pare un falso problema se confrontato con gli altri precedenti.
Se si eccettua la autoesclusione del M5S, come noto assai restio al compromesso che invece è uno dei compiti principali di un organo legislativo, la riforma è stata elaborata e poi anche votata in prima battuta da tutto il centrodestra. E’ stata la tattica politica e solo quella a far cambiare idea a parte del centrodestra, mentre altri hanno continuato a sostenerla. A me, questa volta, pare un falso problema se confrontato con gli altri precedenti.
Perché sì. Più che dei berci, della parolacce e degli insulti la riforma andrebbe ben ponderata. Weber diceva che in politica vige l’etica della responsabilità, che di norma è bene prevalga su quella dei principi. Probabilmente la riforma si poteva fare ancora meglio, è del tutto naturale che in una riforma non vada sempre tutto bene. Ma penso che tanto più se si parla di Costituzione la riforma perfetta è quella che non si farà mai, inutile illudersi se si ha un po’ di senso delle cose e di come funziona un Parlamento.
Almeno per me le questioni che spingono in favore della riforma sono: 1) non altera l’equilibrio dei poteri dello Stato; 2) non tocca il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica; 3) non cambia la forma della nostra democrazia, che resta saldamente parlamentare; 4) non introduce nessun “Premierato” o “semi presidenzialismo”; 5) non dà alcun potere in più al Presidente del Consiglio che resta primus inter pares (tutti motivi per cui, fieramente, mi opposi invece alla riforma del 2006 che oltre a questo, prevedeva pure il potere di scioglimento della Camere da parte del Premier, così per dire).
Invece questa riforma supera: A) il bicameralismo paritario, criticato dagli stessi padri costituenti fin da subito; B) modernizza l’organizzazione dello Stato; C) dà un giusto rafforzamento al Governo (non al Premier!) con i tempi certi alla sua azione, con la fine dell’abuso della decretazione d’urgenza (uno scandalo della così detta costituzione materiale) e D) con contrappesi e garanzie (lo Statuto delle Opposizioni assurge a rango costituzionale); E) riorganizza le competenze tra Stato e Regioni all’origine dello spaventoso contenzioso sorto davanti alla Suprema Corte dal 2001 in poi. Me lo dicevano all’Università che sarebbe andata così e avevano ragione. Leggete il libro di Sabino Cassese “Dentro la Corte” per farvi un’idea.
Una riforma nella giusta direzione. Dunque un sì da cui l’Italia, per tutte queste ragioni, penso possa trarre benefici. Una riforma che, nel suo complesso, rende il Paese più chiaro nella sua articolazione istituzionale e forte nella sua organizzazione statale, ma non per questo meno democratico. A me il punto centrale pare proprio questo, al netto delle singole obiezioni che ognuno di noi può avere. Lo dico stando al merito della riforma e solo a quello, senza scendere nel tifo o nella demonizzazione delle idee altrui. Stiamo infatti parlando delle regole della nostra comune convivenza, che vanno un po’ più in là dei destini personali di ciascuno di noi, o di Renzi, Grillo e Salvini.
Un sì nonostante l'errore di Renzi. Sostengo il sì per alcuni buoni motivi e non in favore di o contro qualcuno. E’ miope pensare di utilizzare una così importante occasione, quella della riscrittura delle regole che tengono insieme il nostro ordinamento e la nostra vita democratica, per mandare a casa il Renzi di turno. E invece questo sembra essere l’obiettivo di tanti.
A Renzi riconosco il merito di aver praticato il ‘primato della politica’, di aver indicato una strada di riforma dopo molti cincischiamenti – basandosi sul lavoro istruttorio fatto dal gruppo dei costituzionalisti già messo in piedi da Letta dopo la rielezione di Napolitano – e di averla portata in fondo. Il Parlamento ha rivisto peraltro profondamente il testo originario, molte sono state le modifiche.
Ma proprio perché ritengo che una riforma costituzionale come quella in atto sia un tantino più importante dei singoli destini di ciascuno di noi e che travalichi la contingenza politica, guardando necessariamente al futuro di una comunità nazionale, penso altrettanto convintamente che alla campagna elettorale così spiacevole abbia contribuito non poco lo stesso Renzi. Che ha commesso fin dall’inizio l’errore clamoroso della personalizzazione del referendum, legando la sua sorte a questa consultazione. Questo ha scatenato una propaganda anti Governo e anti Presidente del Consiglio di notevoli proporzioni, coagulando contro la riforma tutto ed il contrario di tutto, anche chi della Costituzione ne farebbe davvero strame e chi col tricolore ci si puliva letteralmente parti del corpo poco nobili. Personalizzare è stato un errore politico che rende tuttora complicato un serio, pacato ed efficace confronto nel merito. Che però è irrinunciabile, nonostante tutto. Tuttavia la personalizzazione, le poche volte che è messa da parte, va detto altrettanto onestamente, scioglie il collante di forze assai eterogenee sul fronte del no, smascherando quelle a cui, davvero e nel merito, della riforma non importa un fico secco se non gli effetti su Renzi per mandarlo a casa e poi si vedrà.
Un sì per unire perché dopo il 4 dicembre c’è anche il 5. E penso anche che si debbano spiegare le ragioni della riforma senza il bisogno di scomodare personaggi politici importanti ma assenti dal dibattito presente, soprattutto a sinistra, così come ritengo invece più consono utilizzare le ragioni e le considerazioni dell’oggi alla luce delle proposte di modica degli ultimi 20 anni avanzate sia dal mondo politico che dal dibattito costituzionale, oltre che dalla giurisprudenza costituzionale. Mi è dispiaciuto vedere all’inizio della campagna strattonate da una parte e dall’altra associazioni o istituzioni, a molte delle quali peraltro appartengo, che fondano la propria storia nelle radici del movimento progressista della sinistra italiana.
Siamo di fronte ad un passaggio fondamentale della vita democratica dell’Italia che deve essere affrontato con maturità e piena consapevolezza della complessità della materia.
Vengo da partiti politici che, almeno dal 1993 in poi e almeno nella loro parte più progressista, hanno fatto della democrazia “decidente” e dell’alternanza, con la possibilità di scelta dei governi da parte dei cittadini e non da parte del consociativismo parlamentare, punti fermi delle loro proposte politiche. Oggi, invece, vedo molte amnesie. E lo dico con il rispetto necessario. Un rispetto che spesso manca tuttavia, perché si può anche dissentire, ma senza insultarci. Soprattutto a sinistra.
Si affrontano problemi irrisolti da tempo. Questo è un punto di forza della riforma. Sono convinto che gli italiani, messi di fronte alle soluzioni che tentano di risolvere problemi irrisolti da anni, che rendono il nostro sistema istituzionale più chiaro e funzionante, per questo io dico più moderno anche paragonandolo alle altre esperienze europee, ne comprenderanno le ragioni e le prospettive.
Nel 1994 i Progressisti che persero conto Berlusconi preponevano il superamento del bicameralismo paritario con la Camera con funzione proprie di una assemblea nazionale ed un Camera delle Regioni. Nel 1996 l’Ulivo proponeva che il Senato fosse trasformato in una Camere delle Regioni composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservassero le cariche locali e che potessero esprimere il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza.
Certo non mi sfugge anche che in precedenza, a sinistra, si sia propugnato addirittura il monocameralismo. Ma se siamo seri e abbiamo seguito l’iter della riforma dobbiamo constatare che in Parlamento una maggioranza per questo non c’era. Inoltre va anche detto, come riportano gli esempi citati in precedenza e come fu addirittura nel dibattito della Costituente, che uno stato regionalista ha necessità di vedere rappresentate le istituzioni territoriali al centro dell’ordinamento, in una camera dedicata.
No all’abolizione del Senato, certo lo avrei preferito alla tedesca. Tutto ciò ricordato devo dire che la parte sul nuovo Senato è quella che mi crea i maggiori dubbi sulla riforma. Quale riforma non ne porta? Personalmente, avrei preferito un Senato modello tedesco dove si esprimesse la volontà dei governi regionali, con voto univoco e vincolo di mandato. A questo avrei aggiunto però una riforma del numero delle Regioni, attraverso una loro aggregazione, abolendo le regioni a statuto speciale. Soprattutto, se si pensa anche al giusto riordino delle funzioni legislative tra Stato e Regioni che la riforma comporta, avrei rilanciato sul rafforzamento delle autonomie locali, stringendo un patto con loro, perché oggi gli enti locali sono allo stremo, così come avrei finalmente regolato la vita democratica di partiti e sindacati. Il discorso ci porterebbe lontano ma il punto politico è per me rafforzare tutto ciò che è nel mezzo tra Comuni e Stato, così da favorire la partecipazione. Del resto però, anche qui, se si vuol essere seri, va riconosciuto che in parlamento una maggioranza per questa soluzione non c’era. Siccome nel Senato alla tedesca non siederebbero i consiglieri ed i sindaci ma i governi regionali, considerando che il PD governa larga parte delle regioni (oggi 17 su 21), apriti cielo spalancati terra. Altro che di deriva autoritaria si sarebbe parlato… Per questo è venuto fuori il Senato che è nel testo nella riforma.
Chiariamoci però su come verrà eletto. Quanto alla presunta non elezione dei futuri Senatori si raccontano storie, purtroppo, del tutto false. E’ stato chiarito ormai più volte che (art. 57) i Consigli Regionali sceglieranno “fra i propri componenti” i Senatori con metodo proporzionale ma “in conformità alle scelte degli elettori”, sulla base di modalità stabilite dalla legge ordinaria. Quest’ultima sarà approvata dopo il referendum e non potrebbe essere diversamente e il Pd, come ha deciso la Direzione su proposta di Renzi, sosterrà in Parlamento il Disegno di legge (Ddl) che i senatori Fornaro e Vannino Chiti e altri hanno predisposto. Secondo questa legge i 74 consiglieri regionali-senatori saranno eletti dai cittadini in modo proporzionale con una scheda elettorale apposita, diversa da quella con cui eleggeremo i consiglieri semplici e il presidente della Regione; la selezione dei candidati avverrà in collegi uninominali. I Consigli regionali si limiteranno ad una presa d’atto. Punto. Chi afferma il contrario o omette di dire questo, come fa Travaglio quasi tutte le sere su La7, mente sapendo di mentire. Vannino Chiti, per fare un esempio su tutti, ex Presidente della Regione Toscana era tra quei senatori che avevano annunciato il suo No se non si fosse fatta chiarezza, prima del voto, sul punto della diretta indicazione dei consiglieri da eleggere nel nuovo Senato direttamente da parte dei cittadini. Non è che Chiti era un mito prima quando diceva di votare no ed un bischero ora che, chiarito questo punto, ha detto di votare sì.
Non c’è tutto ma c’è molto di quel che serve. In conclusione a me pare proprio, pur a fronte anche delle osservazioni mosse in precedenza, che nella riforma, come hanno scritto oltre 200 costituzionalisti che si sono firmati a favore della modifica, “non c'è forse tutto, ma c'è molto di quel che serve, e non da oggi”, per affrontare efficacemente alcune fra le maggiori emergenze istituzionali del nostro Paese. Ed è proprio a questo che dobbiamo guardare: al complesso del disegno e rispondere alla domanda se, tutta insieme, questa riforma rappresenti comunque un passo avanti nella direzione di una migliore organizzazione dell’ordinamento dello Stato oppure no. Per me sì, lo rappresenta.
Ad esempio: non si può non riconoscere come in tutti e cinque i progetti organici di riforma costituzionale presentati prima di quello attuale (Bicamerale Bozzi 1983-85; Bicamerale Iotti-De Mita 1992-94; Bicamerale D'Alema 1997-98; Riforma costituzionale Berlusconi 2005; Bozza Violante 2007) fosse indicato come necessario il superamento del bicameralismo perfetto e la differenziazione di compiti tra le due camere, con l’obiettivo sostanziale di togliere al Senato il potere di decidere sulla vita del Governo e di rappresentare invece le istituzioni locali.
4 ragioni di fondo a sostegno di questa riforma, prevalenti sulle singole obiezioni.
La prima: il superamento del bicameralismo perfetto, l’unicum tutto italiano figlio, allora, delle paure del passato fascista ma anche dei timori sul futuro indotti dall’inizio della guerra fredda. Ebbene la riforma ha il merito di modernizzare l’architettura istituzionale dell’Italia e di snellire il Parlamento con la riforma del Senato (semplificato e specializzato nelle funzioni quanto ridotto nella sua composizione). La sola Camera sarà la camera politica, che darà la fiducia al Governo. Il Senato avrà un ruolo diverso e ridotto, ma più specializzato rispetto al passato: le istituzioni locali avranno finalmente una rappresentanza al centro dello Stato, così come auspicato fin dal dibattito nella Costituente. Sì, avremo anche la riduzione dei parlamentari, sempre promessa e mai fatta, e qualche indennità in meno. Ma quello dei costi e dei risparmi non è per me un motivo dirimente per cui sono a favore della riforma. Da sinistra dobbiamo ribadire con forza, contro ogni demagogia pauperistica soprattutto dei 5S, che la democrazia ha un costo, da Pericle fino ai giorni nostri. Quello che da sinistra va combattuto è l’abuso, il ladrocinio ed il privilegio. Non i principi alla base della democrazia e della separazione dei poteri. Tra i quali, che piaccia o meno, rientra pure l’immunità parlamentare per l’esercizio delle proprie funzioni che oggi si sostanzia di fatto nella richiesta per i casi di arresto, non certo di avvio a procedere. Con questa smania dei politici ‘tutti da mandare a casa’ si rischia da più parti di fare fuori non solo elementi portanti delle democrazia, ma conquiste della sinistra costate sacrifici perché la politica potesse essere praticata da tutti, senza limitazioni di censo e di censura, anche della propria libertà individuale. Certi dibattiti su questi aspetti fanno veramente pena.
La seconda: la razionalizzazione del processo legislativo, con la chiarezza dei compiti delle Regioni ed il rafforzamento dell’azione del Governo. La fine del bicameralismo perfetto, infatti, ha riflessi positivi anche sul procedimento legislativo. La Camera avrà così la preminenza sul Senato nella produzione delle leggi, come auspicato da tempo. Si supera finalmente la legislazione concorrente e si ridefiniscono i rapporti tra Stato e Regioni con incremento delle materia di competenza statale, come peraltro indicato dalla giurisprudenza costituzionale dalla riforma del 2001 in poi. Si rafforza l’azione del Governo con il voto “a data certa” sui disegni di legge per l’attuazione del programma, ma senza introdurre alcun “premierato”. La forma di governo non cambia e resta quella parlamentare: il Presidente del Consiglio non avrà potere di nomina e di revoca dei ministri, oltre a dover richiedere la fiducia alla Camera. E se da un lato l’azione del Governo viene rafforzata, dall’altro viene riequilibrata con le limitazioni all’uso sconsiderato e vergognoso dei decreti legge. Nessun “eccesso di potere” o “rischio di derive autoritarie” dunque. Anzi il nuovo art. 64 prevede che “I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari”, inoltre ‘il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo Statuto delle Opposizioni’. Perciò assume rango costituzionale la previsione che le forze di opposizione dovranno essere correttamente rappresentate all’interno del Parlamento. Quelle di ora e quelle di domani, si badi bene.
La terza, infine, sta nel fatto che non si
modificano i ruoli di garanzia previsti dalla Carta ed i contrappesi all’azione
di governo. Intanto: il Presidente della Repubblica* avrà un quorum più alto
dell’attuale per essere eletto e resta il garante della Costituzione. Non si
toccano la Magistratura, il Csm e la Corte Costituzionale (mentre, devo dirlo,
trovo improprio per il ruolo di giudice delle leggi che la Corte riveste che
essa debba valutare la costituzionalità delle leggi elettorali in via
preventiva e non dopo).
La quarta. La democrazia diretta registra, secondo me, significativi passi in avanti, per favorire la partecipazione dei cittadini alla funzione legislativa, alla vita politica e sociale del Paese. Un aspetto, questo, che mi pare sia troppo sottovalutato o raccontato in modo falso dai detrattori della riforma che animo i talk show televisivi. A me paiono invece punti importanti.
L’innalzamento delle firme (150mila a fronte delle 50mila oggi previste) necessarie alla presentazione di una proposta di legge popolare, hanno come garanzia l’inedito di tempi certi per l’esame parlamentare, cosa mai avvenuta fino ad oggi. Così come il referendum abrogativo che, in caso di 800mila firme raccolte, avrà il quorum per la validità fissato al 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni politiche e non più degli aventi diritto. Attenzione, una forma non esclude l’altra: 500 mila firme (come oggi) con un quorum del 51% degli elettori, oppure 800 mila firme con un quorum del 51% dei votanti alle ultime elezioni politiche.
Si introduce anche, per la prima volta in Costituzione, l’istituto del referendum propositivo e di indirizzo, da disciplinarsi con apposita legge costituzionale. Non mi sembrano istituti di poco conto in uno dei momenti più bassi del rapporto cittadini-politica-istituzioni.
Potremmo continuare. Così come non ci sfuggono difetti, incongruenze e qualche dubbio applicativo di cui ho provato a dare conto. Ma quale riforma non ne porta con sé? Ad esempio: funzionerà il nuovo Senato che porta le istituzioni al centro dell’ordinamento, che passa da una legislazione paritaria ad una per tipi distinti, differenziata in parte anche per materia? Dipenderà dal buon senso e dai protagonisti politici. Ma la semplificazione, nel rispetto della democrazia parlamentare che non muta, mi pare evidente.
Attuare la Costituzione resta comunque la battaglia da fare. La gara su chi sia più legittimato o titolato a riformare la nostra Costituzione, a mio avviso, non solo non è utile, ma neppure ci piace e ci appartiene. E la riforma migliore in assoluto è sempre quella prossima. Perché, dunque, rinunciare a molte delle cose di cui si ravvede la necessità da tempo per l’aggiornamento delle nostre istituzioni? Questo è quel che mi interessa e che richiede alla politica ed ai suoi interpreti di fare il suo mestiere: quello di approfondire, di provare a spiegare, di organizzare strumenti per maturare opinioni e fare scelte consapevoli. Dovendo alla fine prendere parte.
Nel mio piccolo, dunque, sono stato attivo insieme a tanti altri all’interno del Comitato per il sì, con buon senso e misura. Certamente convinto delle ragioni illustrate e dell’occasione che ha il nostro Paese di fare un passo in avanti per garantire un nuovo patto tra politica e cittadini. Più trasparente, efficiente, misurabile, sobrio, senza alibi per i governi. Dove chi vince le elezioni può governare, le opposizioni possono esercitare il loro ruolo nobile di controllo, dove gli organismi di garanzia sono determinati da larghe maggioranze e non si tocca il Presidente della Repubblica, dove non cambia il nostro sistema parlamentare, ma lo si rende più snello ed in grado di agire più tempestivamente.
Ma nel mentre approfondiamo quale sia il modello migliore possibile per l’organizzazione dello Stato e delle sue istituzioni - in rapporto però alle condizioni date e non ai desiderata di ciascuno, se no ci prendiamo in giro -, credo che non dobbiamo smarrire quella che invece è sempre stata una rivendicazione ed un punto fermo dell’azione politica di larga parte della sinistra italiana: la battaglia per la piena attuazione dei valori e dei programmi sanciti nella prima parte della Costituzione. Un cammino per nulla ancora concluso. E che per questo va riaffermato e ripreso con forza, da sinistra. Perché se è vero che la proposta di ammodernamento dell’organizzazione dello Stato è importante, lo sono ancora di più quei valori, quei principi e quei programmi che dalla riforma non sono toccati e da cui, ad esempio, nascono l’allargamento del campo dei diritti (come le Unioni civili per citare l’ultimo caso) o il rafforzamento degli strumenti di welfare a sostegno delle politiche sociali per il superamento delle disuguaglianze sempre più crescenti nel nostro Paese.
***
*Si fa una notevole confusione sugli effetti della riforma, se passerà, sul Presidente della Repubblica. Stiamo ai fatti e a qualche numero, senza prendere in giro nessuno. Per eleggere il PdR ed i componenti del CSM è richiesta almeno la maggioranza dei 3/5, cioè il 60% (438 voti) dei votanti. Per eleggere i giudici costituzionali sempre il 60%, ma dei componenti (così suddivisi: 3 eletti dalla Camera e 2 dal nuovo Senato). Per la revisione costituzionale senza referendum i 2/3 cioè il 66.6% (487 voti) dei componenti.
Per l’elezione del Presidente della Repubblica la riforma prevede, come quella attuale, che per le prime tre votazioni il Presidente debba essere eletto dai 2/3 del Parlamento in seduta comune – dunque 487 voti. Secondo l’attuale testo “dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta”, ovvero la metà più uno. La riforma prevede invece che dal quarto al sesto scrutinio il quorum necessario sia i 3/5 dei voti degli aventi diritto – 438 voti -, dal settimo scrutinio in poi i 3/5 dei votanti effettivi e non dei componenti. Ma è noto che alle sedute per l’elezione del Capo dello Stato tutte le forze sono sempre presenti. E ne deduce che nessuna forza politica potrà da sola eleggersi il Presidente. Ad esempio, anche se abbiamo visto che non sarà così, nel caso in cui restasse come legge elttorale l’Italicum e vincesse Grillo, questo come è congegnato oggi assicura 340 deputati.
martedì 22 marzo 2016
Referendum 17 aprile 2016
E siccome ho sempre preso parte, altrettanto naturalmente,
non mi asterrò e voterò sì.
Tuttavia non lo farò per le motivazioni che sento prevalere in
giro: cioè quella ideologica per cui da domattina possiamo fare a meno di gas e
petrolio e quella, tutta politica,
che vuol fare lo sgambetto al “Governo di turno", tanto più se targato Renzi.
Detta in modo molto più laico e prosaico di tante (spesso confuse) argomentazioni che leggo in questi giorni, voterò sì solo perché preferivo la normativa precedente: cioè quella che legava le attività al rinnovo, via via, delle concessioni di estrazione, nel caso specifico soprattutto di gas e un po' meno di petrolio, invece di legarla alla durata di vita utile del giacimento, come oggi previsto dalla modifica al Testo Unico Ambientale prodotta dal decreto “Sblocca Italia”. Una normativa che non mi pare, per quello che mi è dato conoscere, che avesse destato particolari problemi di applicazione. Forse un atteggiamento 'conservativo' il mio questa volta e poco progressista ma, è così. Del resto non si sta parlando di interrompere nulla dopo domani di ciò che è ogg già autorizzato, ma tra qualche anno alla scadenza delle concessioni. Inoltre è stato giustamente ricordato il fatto che l'Italia abbia una dotazione comunque modesta di idrocarburi, con riserve di una certa entità nell'alto Adriatico per il gas naturale ed in Basilicata per il petrolio. Dotazioni naturalmente non in grado di rendere l'Italia meno dipendente dal petrolio e dal gas importati.
Non partecipo quindi al voto con l’illusione/convinzione che se
vincerà il sì dal giorno dopo vivremo in un mondo tutto “rinnovabili” (per quello non basta un sì ad un referendum o un mi piace su facebook, ma comportamenti conseguenti tutti i giorni, assai più difficili), così come non mi
sentirò orgoglioso di aver fermato nessuna nuova trivella (già oggi vietate tra
l’altro entro le 12 miglia,
mentre a pochi metri più in là si potrà continuare a farlo in quanto consentito).
Tutto questo dovrebbe già far riflettere sulla portata limitata
del quesito referendario, frutto più di uno scontro istituzionale che di uno spontaneo movimento di massa. Così come dovremmo riflettere alla fine, e senza confondere i fabbisogni
elettrici con quelli energetici complessivi del nostro Paese, anche sul fatto
che i costi ed i benefici della scelta non sono così evidentemente sbilanciati
né da una parte né dall’altra, ma piuttosto controversi.
Certo è che l’Italia ha urgente bisogno di definire quanto prima
la sua Strategia energetica nazionale o Piano Energetico che dir si voglia, in
coerenza con gli impegni volontari assunti alla recente Conferenza sui
cambiamenti climatici di Parigi e in ragione di un obbligo morale e politico di
tutela della nostra casa comune (il 2015 è stato l’anno più caldo della storia
da quando esistono le misurazioni, lo stesso dicasi per i mesi di gennaio e febbraio
2016; gli scienziati che lavorano al Global Greenhouse Gas Reference Network
della Noaa - National Oceanic and Atmospheric Administration -, hanno sottolineato che il 2015 è stato il quarto anno consecutivo
in cui la CO2 è cresciuta più di 2 ppm, vale a dire che i
livelli di anidride carbonica stanno aumentando più velocemente di quanto hanno
fatto in centinaia di migliaia di anni...). Criticavamo questa mancanza di strategia verso i governi berlusconi di allora, non possiamo certo stare zitti oggi, sorpattutto dopo la Conferenza di Parigi 2015.
Francamente penso che di questo dovremmo discutere, di
questo dovrebbe discutere la politica tutta, confrontandosi, per non scrivere l'ennesima pagina delle occasioni sprecate: di come accelerare la
transizione dalle fonti energetiche fossili a quelle rinnovabili, di come
migliorare qualità, efficacia ed efficienza delle prestazioni energetiche, di come
migliorare i sistemi di accumulo, di come accelerare la mobilità elettrica
(mobilità e riscaldamento civile sono tra le prime cause di inquinamento: l’OMS
ha recentemente dichiarato che 1 morte su 4 a livello mondiale è determinata da fattori
di rischio ambientale, legati al luogo in cui si vive o si lavora). E lo strumento del referendum abrogativo, per quanto
strumento prezioso di democrazia diretta intendiamoci, non è di sicuro quello più adatto per
questioni di simile portata. Inutile caricarlo di significati che non può avere e di
risultati che non può produrre.
Tanto più che per la prima volta nelle storia repubblicana,
il referendum è stato promosso non da movimenti di masse e/o di coscienze,
quanto dalla volontà di alcune Regioni (nemmeno tutte, ma quelle che bastano ai
sensi dell’art. 75 della Costituzione) a seguito di un aspro confronto col
Governo centrale. Divergenze recuperate in massima parte con l’ultima legge di
stabilità, tranne che per il punto oggetto della consultazione.A me questa cosa colpisce molto.
Mi aspetterei, invece, che dal giorno dopo il referendum,
indipendentemente dall’esito referendario, il sistema politico lavorasse a
questa prospettiva, senza avere l’assillo di “mandare a casa Renzi” da una
parte (il futuro del pianeta mi sembra un pochino più importante delle sorti di
una persona) e, dall’altra, parlo anche del mio partito, di fare davvero della
sostenibilità ambientale, del modello economia verde e circolare il nuovo
comune denominatore delle scelte politiche del futuro, così prossimo da essere
già in ritardo.
Non partiamo da zero: i dati (fonte: Eurobserv’ER) ci dicono
che nel 2014, ad asempio, le rinnovabili hanno prodotto il 15,9% dell’energia totale
consumata nell’UE e che quindi l’obiettivo del 20% entro il 2020 è più vicino,
mentre a livello di singole nazioni, tra le 9 che hanno già raggiunto i loro
obiettivi al 2020, c’è anche la vituperatissima Italia. Si può
fare di più? Si deve. E l’occasione a mio avviso è il così detto “Green Act”, più volte
annunciato dal Governo ma ancora non definito. Fuori dai paroloni inglesi si stratta di definire, finalmente e nero su bianco, una strategia condivisa e di lungo termine
per la de-carbonizzazione a cui vuole e deve concorrere il nostro Paese. Penso che su questo dovremmo insisitere e concentrare gli sforzi del 'sistema Paese'. Del resto è vero che l'Italia, sul fronte rinnovabili ed efficienza energetica, partita da fanalino di coda in Europa, ha recuperato terreno, ma è vero anche che negli ultimi 3-4 anni l'intero settore segnala un arretramento, anche con perdite di posti di lavoro costruiti negli anni precedenti grazie agli incentivi, gli investimenti e gli sgravi fiscali. Non decidere non è mai una buona strategia, tanto più ora e in questo campo.
TRE POST SCRIPTUM NON RICHIESTI:
1) ho trovato insopportabile le campagne sull’election day. Secondo me sbagliava Renzi quando non era premier a chiederlo, sbagliano oggi quelli che, politica e associazioni ambientaliste, hanno gridato allo scandalo. Io non ci vedo scandalo. E trovo corretto che i referendum si svolgano in momenti separati dalle tornate elettorali. Proprio per dargli la giusta attenzione, il giusto risalto, il corretto approfondimento sganciati dalla contingenza politica del momento, dai secondi fini di "mandare a casa" o "regolare i conti" con questo e quello, se possibile. Del resto è vero anche che la legge non vieta l’unificazione in un sol giorno ma, personalmente, trovo opportuno che restino momenti separati.
1) ho trovato insopportabile le campagne sull’election day. Secondo me sbagliava Renzi quando non era premier a chiederlo, sbagliano oggi quelli che, politica e associazioni ambientaliste, hanno gridato allo scandalo. Io non ci vedo scandalo. E trovo corretto che i referendum si svolgano in momenti separati dalle tornate elettorali. Proprio per dargli la giusta attenzione, il giusto risalto, il corretto approfondimento sganciati dalla contingenza politica del momento, dai secondi fini di "mandare a casa" o "regolare i conti" con questo e quello, se possibile. Del resto è vero anche che la legge non vieta l’unificazione in un sol giorno ma, personalmente, trovo opportuno che restino momenti separati.
Si dimentica spesso, anche e
soprattutto a sinistra a quanto vedo e leggo, che la democrazia, non le chiacchiere, ha
un costo.
2) per chiarezza, infine, ho trovato sbagliato l'invito all'astensione del mio partito, amio avviso frutto della sovrapposizione tra le figure di premier e segretario. Invitare a non andare a votare è sempre sbagliato per me. Tuttavia, con tutti i nostri difetti, io stesso potrò votare come mi pare, resterò libero di acconsentire o di criticare, senza che nessuno mi butti o ci butti fuori dal partito per questo.
3) sto studiando la riforma costituzionale. Ebbene questa prevede una revisione degli strumenti della partecipazione diretta che, in prima istanza, reputo per nulla negativa: sono introdotti quorum diversi per il referendum abrogativo, a seconda del numero dei sottoscrittori della proposta abrogativa; si introduce l'obbligatorietà della discussione parlamentare delle leggi di iniziativa popolare, con tempi, forme e limiti della discussione e della deliberazione garantiti dai regolamenti parlamentari; inoltre, sono disciplinati condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d'indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali, insomma: degli esiti se ne dovrà tenere conto. Ma di questa storia ne parlermo un'altra volta.
venerdì 26 febbraio 2016
Ecco le nostre scelte sul progetto del nuovo Villaggio Scolastico
Una scelta politica. Diciamoci la verità: il nuovo villaggio scolastico nel
programma di legislatura scritto dal PD e da SEL, quello che ha ottenuto oltre
il 70% dei consensi dei Sangimignanesi, non c’era. Perché, allora, un progetto così complesso di rifacimento ed
ammodernamento delle scuole comunali? La risposta è perché sulle scuole non si
scherza, così come non si scherza sulla sicurezza. Per noi sono una priorità. E
lo sono da sempre, a San Gimignano, per le forze di sinistra e di
centrosinistra che hanno governato la nostra città e che hanno investito nella
formazione e nell’educazione scolastica: non solo per rispondere ad un obbligo
di legge, ma nella consapevolezza che è dalla scuola, dai suoi insegnanti, dai
suoi programmi e dalle sue strutture che si formano i cittadini di domani. E
con la convinzione che accanto ad insegnanti capaci e preparati, a piani
dell’offerta formativa completi servissero anche strutture adeguate, moderne,
efficienti e soprattutto sicure. Fu così negli anni Settanta, lo è anche oggi.
Una scelta in continuità con l’attenzione di questi anni. A riprova di quanto appena detto
ecco alcuni esempi di investimenti effettuati nella passata legislatura
2009-2014: A)
ristrutturato/ammodernato l’Asilo Nido; B)
realizzata la pista ed il campo d’atletica anche ad uso scolastico; C) realizzata la nuova Scuola Materna
di Ulignano; D) ristrutturata la
Scuola Elementare di Ulignano per l’ottenimento del Certificato di Prevenzione
Incendi (CPI).
Una scelta di responsabilità. E’ sulla base di questa premessa che il Comune di San
Gimignano ha deciso di commissionare a dei professionisti specializzati uno
studio che verificasse se i fabbricati
scolastici fossero o meno coerenti con le nuove norme costruttive in materia di
sicurezza dell'edilizia scolastica. Oggetto dello studio sono state le
scuole realizzate negli anni '70 con la tipologia "a pannelli
prefabbricati": la Scuola Media, la Scuola Materna e la Scuola
Elementare di Ulignano. I risultati dell’indagine sono stati consegnati al
Comune a fine estate 2014. Ecco perché l’intero progetto non era nel programma
di legislatura. E soprattutto questi risultati hanno evidenziato un fatto
inedito e preoccupante: le tre scuole, per la loro tipologia costruttiva e per
la loro concezione strutturale, pur essendo state costruite a regola d'arte in
base alla normativa vigente in quegli anni, oggi non rispondono ai requisiti
realizzativi richiesti dall'attuale normativa.
I problemi si affrontano, non si scansano. E’ per questo che è nato il progetto
delle nuove scuole. Perché non abbiamo voluto far finta di non vedere. A
lasciarle così, beninteso, non sarebbe stato compiuto nessun reato. Ma abbiamo
scelto, pur in condizioni di bilancio comunale molto rigide, di affrontare il
problema che il Sindaco e la Giunta ha correttamente evidenziato, di non
restare fermi e di trovare delle soluzioni per dare una prospettiva ai nostri
edifici scolastici nella piena sicurezza e con la massima modernità.
Le soluzioni scelte. Le soluzioni non potevano essere che due: una manutenzione
spinta degli edifici o il loro totale rifacimento. Perché la seconda ipotesi?
Perché la Giunta comunale ha correttamente incaricato anche una altro soggetto,
l’Università di Firenze, affinché analizzasse anch’essa quanto prodotto dai
professionisti incaricati dal Comune, così da avere la massima garanzia del
quadro emerso. Le analisi condotte e le prime valutazioni hanno fatto emergere
la non economicità di un intervento di adeguamento. Questo il dettaglio: A) per la Scuola Media, l'unica
costruita su vari piani, un intervento di adeguamento alle normative vigenti ed
un miglioramento dell’efficienza energetica ed ambientale sarebbe risultato più
oneroso rispetto ad un edificio totalmente nuovo con tali caratteristiche; B) per la Scuola Materna è
risultata la convenienza di una nuova realizzazione in quanto i costi avrebbero
eguagliato quelli della manutenzione necessaria; C) per la Scuola Elementare di Ulignano, invece, è risultato
più conveniente l’intervento di manutenzione. Anche perché, come abbiamo appena
visto, già nella passata legislatura il Comune era intervenuto su questa scuola
con la messa a norma dell’impianto antincendio ed altre ristrutturazioni,
quando l’Amministrazione è intervenuta con i lavori di costruzione della nuova
Scuola Materna di Ulignano connessa a quella Elementare.
Interventi previsti su
Materna, Media del capoluogo e su Elementare di Ulignano. E per quella di San
Gimignano? Anche la
Scuola Elementare di San Gimignano è stata oggetto di un’indagine
approfondita dell’Università di Firenze. Da questa indagine è emerso che la
scuola può essere utilizzata a condizione che nell’arco di alcuni anni siano
effettuati alcuni lavori di miglioramento dell’edificio. Nell’estate 2015,
intanto, sono stati fatti i primi lavori per ospitare nella scuola elementare
del capoluogo, separando accessi e spazi didattici, anche gli alunni della Scuola
Media che è stata dichiarata inagibile. Intanto sono già stati stanziati gli 80mila euro per il Progetto Preliminare della Scuola
Elementare che dovrà essere redatto e che ci dirà, sulla base dell’indagine
dell’Università di Firenze, quale sarà l’esatto costo degli interventi di adeguamento
da fare.
Nuove scuole, gli interventi da realizzare: un progetto complesso e
completo. Alla fine di queste indagini il
quadro è risultato chiaro ed abbiamo capito subito di essere di fronte ad
un’opera eccezionale per le nostre forze, per il nostro bilancio e per la
nostra macchina comunale. Servono, infatti: 1) una nuova Scuola Media; 2) una nuova Scuola Materna; 3) una nuova palestra al posto della vecchia palestra delle
elementari.
A questi interventi andranno aggiunti, come detto, i lavori
per la manutenzione della Scuola Elementare di Ulignano, per la manutenzione
della Scuola Elementare di San Gimignano, i lavori per la sistemazione
delle aree esterne alle scuole e quelli per gestire la fase transitoria (alcuni
già realizzati per consentire, ad esempio, il trasloco dalle media alle
elementari del capoluogo).
Tutti gli interventi hanno le seguenti caratteristiche: a) rispondenza alle più recenti
normative in materia di sicurezza; b)
attuazione delle migliori pratiche in materia di qualità ambientale e
prestazioni energetiche; c)
riqualificazione e riorganizzazione urbanistica delle aree interessate,
soprattutto nel capoluogo; d) la
creazione di un nuovo impianto sportivo costituito dalla nuova palestra che
sarà costruita al posto di quella della elementari.
Un progetto grande e
dunque costoso. Ecco il dettaglio. I costi del progetto non sono indifferenti per le casse di
un Comune come il nostro. Ecco il dettaglio dei quadri economici:
A) la nuova
Scuola Media: € 2.930.000, di cui 2 mln da Regione e Governo e 930mila dal
Comune; B) la nuova Scuola Materna €
2.240.000 di cui 1.950.000 mln da Regione e Governo e 290mila dal Comune; C) la nuova palestra € 1.110.000 di cui
950mila da Regione e Governo e 160mila euro dal Comune, per un totale complessivo
di € 6.280.000.
A
questi costi si sommano 200mila euro per le sistemazioni degli spazi esterni,
gli 800mila euro per la sistemazione della Scuola Elementare di Ulignano, i
circa 300.000 euro per la gestione della fase transitoria, gli 80mila euro del
Progetto Preliminare della Scuola Elementare. Quindi un grande progetto, dal
costo complessivo di quasi 8 milioni di euro.
Da dove arrivano le risorse? Dei 6.280.000 milioni di euro di costo per i tre nuovi
edifici, circa 4.900.000 milioni di euro sono venuti da un contributo della
Regione Toscana a valere su risorse del Governo Renzi, che finanzia un piano
triennale di interventi strutturali sugli edifici scolastici in tutta Italia.
Il Comune ha partecipato al bando della Regione che è scaduto a fine marzo 2015
ed ha intercettato più risorse di tutti in provincia di Siena, vedendosi
finanziati 3 progetti su 4. Il quarto è quello della Scuola Elementare di
Ulignano che è però risultato ammissibile e in buona posizione, così che non
appena la graduatoria scorrerà potrà anch’esso beneficiare dei finanziamenti.
Un risultato per nulla scontato, di cui andare orgogliosi e che rende oggi
tutta l’operazione sostenibile anche dal punto di vista finanziario, anche per
un altro motivo. La Legge di Stabilità per il 2016 ha da un lato
considerato questi contributi comunque fuori dai vincoli dei limiti di spesa
imposti agli Enti Locali ed ha di fatto superato il vecchio funzionamento del
Patto di Stabilità interno. Per cui, per farla breve, un Comune può spendere i
soldi che ha. Sembra una banalità dirlo, ma non era così fino all’anno scorso.
E San Gimignano ne era un esempio, purtroppo.
Gira questa storiella: “si rifanno le
scuole perché sono arrivati i soldi””…
Si tratta di una bufala che più bufala non si può. L’arrivo dei finanziamenti
dalla Regione/Governo rendono certo il cammino più agevole. Ma da un punto di
vista di scelte politiche le scuole si sarebbero fatte comunque. Come
Consiglieri comunali, ad esempio, abbiamo fin da subito apprezzato la decisione
della Giunta di affrontare il problema e di risolverlo. Tuttavia, mentre da un
lato abbiamo fatto tutti i passi necessari e ci siamo assunti tutte le
responsabilità del caso votando deliberazioni pesantissime in Consiglio
Comunale, dall’altra, nelle more degli esiti del bando, abbiamo chiesto alla
Giunta di lavorare anche ad un “piano b”: cioè ad uno scenario che
contemplasse anche la possibilità di non ricevere nemmeno un euro o pochissime
risorse esterne di finanziamento e di trovarci nelle condizioni di non reggere
il peso degli investimenti necessari con il solo bilancio comunale. Ci sarebbe
voluto più tempo, ancora più disagi probabilmente, con un eventuale “piano b”,
ma l’obiettivo e la determinazione di risolvere il problema della sopravvenuta
inadeguatezza delle nostre scuole lo avremmo affrontato comunque e senza tergiversare.
Tutti bravi! Ora che sono arrivate le
risorse… Leggiamo e sentiamo qua e là che ora tutte
le forze politiche si dichiarano d’accordo con il progetto, che tutti si
prodigano nel voler dare informazioni di qualunque tipo, qualcuno vorrebbe
sostituirsi alla Giunta Comunale, altri rivendicano a sé tutti i meriti e via
discorrendo. Bene. A noi non fa altro che piacere che finalmente ci sia
convergenza. Quello che però ci preme ricordare, per onestà intellettuale e
rispetto verso il lavoro svolto dal Gruppo Consiliare del Centrosinistra per
San Gimignano (di cui fino ad inizio del 2015 faceva parte anche SEL) è che
quando il 28 novembre 2014 c’era da votare la variazione di bilancio per consentire
al Comune di partecipare ai bandi della Regione per intercettare le risorse, i
voti a favore sono venuti soltanto dal nostro gruppo. Mentre hanno votato
contro i gruppi M5S e Lista Civica. Con quel voto abbiamo di fatto
rivoluzionato il bilancio comunale nella parte degli investimenti, fermando
tantissime opere pubbliche, dichiarandoci disponibili a vendere anche una buona
parte del patrimonio disponibile del nostro Comune pur di partecipare a quel
bando per fare le scuole. Un voto pesantissimo, che cambiava le priorità di
spesa dell’Amministrazione, che impegnava patrimonio pubblico e che cadeva in
una fase politico-amministrativa in cui il Patto di Stabilità era pienamente
vigente e non c’era nessuna certezza che gli eventuali contributi che avremmo
ricevuto sarebbero stati fuori dal conteggio del Patto, o che il Patto di
Stabilità sarebbe poi stato superato (come di fatto è avvenuto solo dal gennaio
2016). E sempre per onestà intellettuale va ricordato anche quanto successo a
giugno 2015. Cioè quando c’è stato bisogno di finanziarie, una volta avuta la
certezza dei 4,9 milioni della Regione/Governo, la quota parte a carico del
Comune per completare il finanziamento dei tre nuovi interventi, per un totale
di 1,7 milioni di euro, così da poter bandire la gara di appalto, oltre
all’ipotesi di intervento sulla Scuola Elementare di Ulignano. Ebbene, anche in
questo caso, i voti a favore per questa operazione sono arrivati ancora una
volta e solamente dal Gruppo Consiliare Centrosinistra per San Gimignano. Mentre
si sono astenuti M5S e Lista Civica. Ora tutte le forze politiche si dicono
favorevoli al progetto delle nuove scuole. Bene, ci fa piacere che finalmente
sia così. Ma almeno si raccontino le cose per come sono andate. Quel nostro voto
è stato importantissimo: perché il rischio era di non fare in tempo a bandire
le gare di appalto e perdere così le risorse assegnate.
Una volta completato il finanziamento non
si poteva partire subito con i lavori della nuova Scuola Materna? E’ stata una domanda legittima che molti hanno fatto.
Iniziare subito i lavori della nuova materna senza doverla liberare per
abbatterla per creare lo spazio per la nuova Scuola Media e la nuova palestra.
Ma purtroppo come abbiamo sempre detto la struttura del bando regionale non ci
consentiva differenziazioni tra progetto e progetto e obbligava
l’Amministrazione ad impiegare le risorse immediatamente e tutte insieme.
Aggiungere altre risorse dal solo bilancio comunale per anticipare i tempi,
avrebbe voluto dire non rispettare il disegno del nuovo villaggio e aggravare
ancora di più il bilancio comunale, oltre a spendere due volte.
Ecco perché è stata scelta Ulignano per i
bambini della scuola materna del capoluogo. Una
volta ottenuti i finanziamenti e appaltati i lavori in questi primi mesi del
2016, si è posto il tema di come svolgere il prossimo anno scolastico 2016-2017
senza la materna del capoluogo. Su questo punto come consiglieri abbiamo
suggerito che l’opzione di non fare l’anno scolastico per la materna non era
una opzione all’altezza del nostro Comune e della nostra storia. Il servizio
andava garantito. Anche se, a termini di legge, la scuola materna non è scuola
dell’obbligo ed il Comune non sarebbe stato sanzionabile di nulla. Tuttavia la
scelta politica è stata molto chiara. Un minuto dopo abbiamo caldeggiato,
seppure a fronte di qualche evidente disagio, la soluzione che i bambini
trovassero ospitalità in una struttura nata e progettata con la funzione di
scuola, anziché pensare a soluzioni temporanee di pre-fabbricati o di altre
strutture che non sono nate per ospitare delle scuole. Questo perché nel primo
caso i costi sarebbe stati alla fine quasi come quelli di un’altra scuola nuova
(e chi l’avrebbe pagata non si sa…), nel secondo caso perché siamo convinti che
un edificio progettato per le funzioni scolastiche, seppure con spazi più ristretti,
sia comunque ed in ogni caso più idoneo ad ospitare le attività didattiche di
ogni giorno. E’ quello che alla fine è accaduto.
Deciso il “se” fare le nuove scuole, ora va
gestito il “come”: con il maggior dialogo possibile e con la massima
trasparenza. Con le scelte che
abbiamo descritto ora il progetto è entrato nella fase realizzativa. E per
quanto ci riguarda, come consiglieri comunali di maggioranza, abbiamo chiesto e
concordato con la Giunta, che già si era attivata in tal senso, che questa fase
sia ora gestita con la più ampia disponibilità al dialogo e la massima
trasparenza possibile. Noi siamo consapevoli che la fase esecutiva creerà
alcuni disagi alle famiglie che hanno i figli nelle scuole coinvolte dal
progetto. Inutile nascondersi. Al tempo stesso siamo consapevoli che non una
massiccia, costante e chiara informazione alle famiglie tutti questi problemi
non solo possono essere affrontati ma, soprattutto, gestiti.
In
proposito pensiamo che: a) sia
positivo il lavoro già avviato dal Sindaco e della Giunta con i genitori e col
neo costituito Comitato dei genitori; b)
sia positiva la costituzione del Comitato dei genitori, perché contribuisce a
semplificare i canali di informazione, contribuisce a dare certezza alle
informazioni che circolano, evita inutili e fastidiose distorsioni delle
informazioni stesse, rappresenta un soggetto ed un luogo per un confronto
costruttivo nel merito dei problemi; c)
che le informazioni ufficiali al Comitato, alle famiglie ed alla cittadinanza
non possono che venire dall’organo esecutivo dell’Amministrazione, cioè dal
Sindaco e dalla Giunta Comunale, che tutti i giorni hanno rapporti con le
imprese, le direzioni lavori, la direzione scolastica e con la struttura
tecnica del Comune che soprintende ai lavori.
Noi
consiglieri comunali siamo naturalmente a disposizione dei Sangimignanesi per
tutto il tipo di segnalazioni, suggerimenti, considerazioni del caso ma non
potranno essere confusi i ruoli. A noi spetta un ruolo di indirizzo e lo
abbiamo già esercitato, dicendo sì al bilancio e al progetto per fare il nuovo
villaggio scolastico.
Intanto: che cosa ha comportato la
chiusura della Scuola Media?
L’ordinanza di chiusura della Scuola Media ha comportato alcune conseguenze:
dolorose ma necessarie. Vediamole, nell’ordine: 1) la chiusura della cucina e quindi
della mensa in gestione diretta con conseguente appalto esterno della fornitura
di pasti (non sono cambiati i requisiti quali-quantitativi richiesti dal
Comune) ; 2) lo spostamento a Colle
Val d’Elsa dell’Istituto Enogastronomico. Scelta molto sofferta ma obbligata,
anche perché la Provincia di Siena si è dichiarata indisponibile a costruire un
nuovo fabbricato a San Gimignano, preferendo la soluzione già pronta nel plesso
dei Licei a Colle; 3) l’accorpamento
dentro la Scuola Elementare di tutte le classi della Scuola Media; 4) il trasferimento per l’anno
scolastico 2016/2017 di tutti bambini della Scuola Materna presso la Scuola di
Ulignano; 5) l’acquisto di un
capannone industriale a Fugnano per la delocalizzazione del magazzino comunale;
6) la prossima chiusura degli
spogliatoi del Palazzetto dello sport con la costruzione di nuovi spogliatoi e
altri volumi esterni di tipo prefabbricato.
E dopo che saranno realizzati i 3 nuovi edifici? Andranno
necessariamente fatti alcuni interventi. Eccoli: A) il completamento
della sistemazione degli spazi esterni con l’appalto del progetto di
costruzione del parcheggio e della nuova viabilità (circa 200.000 euro); B) la sistemazione antisismica ed
efficientamento energetico, oltre ad una ristrutturazione globale, della Scuola
Elementare di Ulignano (800.000 euro); C)
la realizzazione del Progetto per gli interventi da fare nella Scuola
Elementare del Capoluogo (come abbiamo visto è stato finanziata la
progettazione preliminare per 80.000 euro).
Una opportunità di riqualificazione urbanistica, non solo
un nuovo villaggio scolastico. E’ quello che
pensiamo sia, e abbiamo voluto che fosse assieme alla Giunta comunale, questo
progetto: non solo un’operazione per le nuove scuole ma un’operazione
urbanistica. Infatti l’abbattimento dell’attuale Scuola Materna e dell’attuale
Palestra delle Elementari, la costruzione della nuova Scuola Media e della
nuova Palestra e la costruzione della nuova Scuola Materna accanto all’attuale
Asilo Nido, configurano la creazione di due nuovi poli, collegati dalle
infrastrutture sportive del campo d’atletica e dell’attuale palazzetto dello
sport. Ma tutte queste azioni sono anche l’occasione per sistemare e migliorare
l’attuale viabilità e sosta di fronte e nelle vicinanze di questi due nuovi
poli, con interventi per la circolazione veicolare, la sicurezza stradale, la
gestione/separazione dei flussi di traffico e una nuova dotazione di parcheggi.
Se poi i lavori della circonvallazione riprendessero presto (come speriamo), la
realizzazione di questa fondamentale opera consentirebbe di attuare pienamente
le previsioni del Piano Strutturale. Piano che già oggi prevede una viabilità
che, costeggiando l’attuale campo di calcio di Belvedere per intenderci, si
riconnette con il tracciato della circonvallazione. Questo consentirà di
gestire meglio il traffico, di evitare imbottigliamenti e istituire sensi unici
per fluidificare la circolazione.
Una operazione urbanistica ed un’idea per il dopo scuole
medie. Nel mentre abbiamo affrontato l’emergenza della chiusura
della Scuola Media, una volta trovate le soluzioni per la collocazione delle
classi in altri edifici, abbiamo iniziato anche a ragionare su cosa vogliamo
farne di questo edificio non più utilizzabile. La nostra volontà politica è
chiara fin da adesso: non vogliamo che resti una “cattedrale nel deserto”.
Abbiamo delle idee. Così come le abbiamo avute per la ricollocazione del cantiere
comunale che da lì se ne andrà. Abbiamo infatti condiviso la proposta della
Giunta e datole mandato di partecipare ad un’asta fallimentare per l’acquisto
di un fabbricato in località Fugnano. Vediamo quali saranno gli esiti. Ma se
saranno positivi questi consentiranno all’Amministrazione di collocare in
un’unica sede tutti i vari magazzini comunali sparsi qua e là nel nostro territorio
e avremo un luogo dove poter ricollocare anche alcuni servizi pubblici vicini
alla circonvallazione (come, ad esempio, la Polizia Municipale o l’Urp)
rivedendo così anche altre previsioni urbanistiche che ipotizzavano questi
servizi in località Santa Chiara, quindi con la stessa funzionalità ma con
minore consumo di suolo.
Per il futuro
della Scuola Media (che andrà demolita) pensiamo anche di cogliere l’occasione
della revisione degli strumenti urbanistici prevista dalla legge e che
affronteremo già nei prossimi mesi (in particolare la redazione del POC – Piano
Operativo Comunale, quello che si chiamava prima RU – Regolamento Urbanistico e
l’adeguamento alle normative sopraggiunte del PS – Piano Strutturale). Ebbene,
noi pensiamo che sia necessario fin da subito prevedere la destinazione futura
del fabbricato. E pensiamo che queste possano essere due: o il mantenimento di
una destinazione formativa (se ad esempio, ulteriori indagini sulle nostre
scuole richiedessero ancora nuovi spazi, cosa che oggi non possiamo sapere),
oppure una destinazione ad usi civici, in coerenza con quanto scritto nel
nostro programma di legislatura. San Gimignano ha un tessuto ricchissimo di
associazionismo, di impegno civico che noi pensiamo meriti una sua casa. Una “Casa
per il nostro senso civico”, dove le nostre associazioni possano trovare una
sede e spazi funzionali alle attività sociali, culturali, ricreative, con spazi
idonei ed attrezzati, sale polivalenti. Insomma, un luogo per tutti i
Sangimignanesi.
Febbraio 2016 - A cura del Gruppo
Consiliare Centrosinistra per San Gimignano -
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