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martedì 7 febbraio 2017

UNA STRATEGIA ENERGETICO-CLIMATICA PER L’ITALIA



Pubblicato anche per l'Italia il Riesame dell'attuazione delle politiche ambientali dell'UE.
Si fa un gran parlare delle possibili procedure di infrazione per lo sforamento dei parametri economici stabiliti per la UE, ma si dimenticano troppo spesso le procedure di infrazione già aperte, e quelle che verranno sicuramente, in materia ambientale.

Le principali sfide in relazione all'attuazione in Italia delle politiche e della normativa ambientali dell'UE restano, ancora:
- migliorare la gestione dei rifiuti e le infrastrutture idriche, così come il trattamento delle acque reflue, che rappresentano delle preoccupazioni persistenti, in particolare, nel Sud Italia;
- migliorare la gestione dell'utilizzazione del suolo, delle alluvioni e dell'inquinamento atmosferico nelle regioni centrali e settentrionali (lo smog killer di queste settimane è a lì a ricordarcelo un filino).

Qui il rapporto: http://ec.europa.eu/environment/eir/pdf/report_it_it.pdf

Proprio venerdì scorso ho partecipato alla assemblea provinciale degli Ecologisti Democratici, associazione di persone fuori e dentro il PD che si batte perché le politiche ambientali diventino il comune denominatore delle scelte pubbliche. Soprattutto a e da sinistra. 
Stando al mio campo continuo a pensare che, nonostante fosse uno dei pilastri su cui abbiamo costruito il PD, questa scelta politico-culturale sia ancora ben lontana dal potersi ritenere acquisita.

Nel giugno del 2013 la nostra associazione pubblicò il manifesto: “Il futuro dell’Italia ha un cuore verde”. Sottotitolo: "Un new deal ecologico per uscire dalla crisi". 

Ebbene, da allora ci sono stati dei singoli provvedimenti, di alcuni abbiamo discusso anche alla Festa Ecodem a San Gimignano nel 2015 (reati ambientali, agenzie ambientali, spreco alimentare, collegato ambientale alla finanziaria 2016, etc...).


Ma continua a mancare la cornice strategica in cui tutte queste singole azioni si inquadrano. 
Serve politicamente di rendere esplicita, traducendola nero su bianco, quella scelta di fondo di fare della green economy e dell’economia circolare la cornice in cui incardinare tutte le politiche pubbliche. 
Il così detto “Green Act” poteva e doveva essere questa occasione. Ma si è perso tra un “ciaone” post referendum trivelle e lo sblocca Italia. Tristezzza.

A quelli che continuano a dire che un congresso del PD non serve, così come non servirebbe una conferenza programmatica, cioè confrontarsi sul programma – appunto – delle cose da fare, soprattutto alla luce di tutto ciò che è successo in questi tre anni di larghe intese, dico che è vero esattamente il contrario: servirebbe, eccome, anche in virtù dell’affanno in cui si è cacciato il nostro partito. 
Ho il leggerissimo sospetto che iscritti, simpatizzanti e semplici cittadini siano decisamente più interessati a parlare delle cose da fare e del come farle, che riproporre le coalizioni inconcludenti o le scissioni che inevitabilme il sistema proporzionale rimette in moto.

Il Partito Democratico non è nato solo per unire forze politiche e tradizioni progressiste che vengono del ‘900. E’ nato per dare voce e forza al riformismo del 21° secolo. Ma non c’è riformismo possibile, oggi più di quanto dicevamo allora, se non mette al centro le sfide dell’ambiente, della sostenibilità dello sviluppo, della conversione ecologica dell’economia. Che è poi anche una formifabile occasione di creazione di posti di lavoro e di produzione di reddito.

E’ per queste scelte di campo che vale la pena ancora battersi e contribuire, finalmente, a determinare un profilo politico-identitario del PD più marcato di quanto fatto in questi tre anni, anche in materia di strategia energetica e climatica nazionale. Non ci sono alternative.

Ce lo ricorda e ce lo chiede di recente anche il Coordinamento FREE (Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica), associazione che raccoglie veriea associazioni attive in tali settori, oltre a vari Enti e Associazioni. E lo fa con un approccio "bottom-up", giustamente e finalmente, con una strategia dal basso verso l'alto, per coinvolgere cittadini ed istituzioni in un percorso di crescita sulla necessità di affrontare con decisione la crisi energetico-ambientale ed anche per far maturare la consapevolezza della necessità di assumersi, a tutti i livelli, responsabilità condivise. 
E' possbile, è stato fatto in altri paesi europei. E' l'ora di farlo sul serio anche da noi.

martedì 22 marzo 2016

Referendum 17 aprile 2016



Il 17 aprile, naturalmente, andrò a votare
E siccome ho sempre preso parte, altrettanto naturalmente, non mi asterrò e voterò sì.
Tuttavia non lo farò per le motivazioni che sento prevalere in giro: cioè quella ideologica per cui da domattina possiamo fare a meno di gas e petrolio e quella, tutta politica, che vuol fare  lo sgambetto al “Governo di turno", tanto più se targato Renzi.

Detta in modo molto più laico e prosaico di tante (spesso confuse) argomentazioni che leggo in questi giorni, voterò sì solo perché preferivo la normativa precedente: cioè quella che legava le attività al rinnovo, via via, delle concessioni di estrazione, nel caso specifico soprattutto di gas e un po' meno di petrolio, invece di legarla alla durata di vita utile del giacimento, come oggi previsto dalla modifica al Testo Unico Ambientale prodotta dal decreto “Sblocca Italia”. Una normativa che non mi pare, per quello che mi è dato conoscere, che avesse destato particolari problemi di applicazione. Forse un atteggiamento 'conservativo' il mio questa volta e poco progressista ma, è così. Del resto non si sta parlando di interrompere nulla dopo domani di ciò che è ogg già autorizzato, ma tra qualche anno alla scadenza delle concessioni. Inoltre è stato giustamente ricordato il fatto che l'Italia abbia una dotazione comunque modesta di idrocarburi, con riserve di una certa entità nell'alto Adriatico per il gas naturale ed in Basilicata per il petrolio. Dotazioni naturalmente non in grado di rendere l'Italia meno dipendente dal petrolio e dal gas importati.

Non partecipo quindi al voto con l’illusione/convinzione che se vincerà il sì dal giorno dopo vivremo in un mondo tutto “rinnovabili” (per quello non basta un sì ad un referendum o un mi piace su facebook, ma comportamenti conseguenti tutti i giorni, assai più difficili), così come non mi sentirò orgoglioso di aver fermato nessuna nuova trivella (già oggi vietate tra l’altro entro le 12 miglia, mentre a pochi metri più in là si potrà continuare a farlo in quanto consentito).
Tutto questo dovrebbe già far riflettere sulla portata limitata del quesito referendario, frutto più di uno scontro istituzionale che di uno spontaneo movimento di massa. Così come dovremmo riflettere alla fine, e senza confondere i fabbisogni elettrici con quelli energetici complessivi del nostro Paese, anche sul fatto che i costi ed i benefici della scelta non sono così evidentemente sbilanciati né da una parte né dall’altra, ma piuttosto controversi.

Certo è che l’Italia ha urgente bisogno di definire quanto prima la sua Strategia energetica nazionale o Piano Energetico che dir si voglia, in coerenza con gli impegni volontari assunti alla recente Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi e in ragione di un obbligo morale e politico di tutela della nostra casa comune (il 2015 è stato l’anno più caldo della storia da quando esistono le misurazioni, lo stesso dicasi per i mesi di gennaio e febbraio 2016; gli scienziati che lavorano al Global Greenhouse Gas Reference Network della Noaa - National Oceanic and Atmospheric Administration -, hanno sottolineato che il 2015 è stato il quarto anno consecutivo in cui la CO2 è cresciuta più di 2 ppm, vale a dire che i livelli di anidride carbonica stanno aumentando più velocemente di quanto hanno fatto in centinaia di migliaia di anni...). Criticavamo questa mancanza di strategia verso i governi berlusconi di allora, non possiamo certo stare zitti oggi, sorpattutto dopo la Conferenza di Parigi 2015.

Francamente penso che di questo dovremmo discutere, di questo dovrebbe discutere la politica tutta, confrontandosi, per non scrivere l'ennesima pagina delle occasioni sprecate: di come accelerare la transizione dalle fonti energetiche fossili a quelle rinnovabili, di come migliorare qualità, efficacia ed efficienza delle prestazioni energetiche, di come migliorare i sistemi di accumulo, di come accelerare la mobilità elettrica (mobilità e riscaldamento civile sono tra le prime cause di inquinamento: l’OMS ha recentemente dichiarato che 1 morte su 4 a livello mondiale è determinata da fattori di rischio ambientale, legati al luogo in cui si vive o si lavora). E lo strumento del referendum abrogativo, per quanto strumento prezioso di democrazia diretta intendiamoci, non è di sicuro quello più adatto per questioni di simile portata. Inutile caricarlo di significati che non può avere e di risultati che non può produrre.

Tanto più che per la prima volta nelle storia repubblicana, il referendum è stato promosso non da movimenti di masse e/o di coscienze, quanto dalla volontà di alcune Regioni (nemmeno tutte, ma quelle che bastano ai sensi dell’art. 75 della Costituzione) a seguito di un aspro confronto col Governo centrale. Divergenze recuperate in massima parte con l’ultima legge di stabilità, tranne che per il punto oggetto della consultazione.A me questa cosa colpisce molto.

Mi aspetterei, invece, che dal giorno dopo il referendum, indipendentemente dall’esito referendario, il sistema politico lavorasse a questa prospettiva, senza avere l’assillo di “mandare a casa Renzi” da una parte (il futuro del pianeta mi sembra un pochino più importante delle sorti di una persona) e, dall’altra, parlo anche del mio partito, di fare davvero della sostenibilità ambientale, del modello economia verde e circolare il nuovo comune denominatore delle scelte politiche del futuro, così prossimo da essere già in ritardo. 

Non partiamo da zero: i dati (fonte: Eurobserv’ER) ci dicono che nel 2014, ad asempio, le rinnovabili hanno prodotto il 15,9% dell’energia totale consumata nell’UE e che quindi l’obiettivo del 20% entro il 2020 è più vicino, mentre a livello di singole nazioni, tra le 9 che hanno già raggiunto i loro obiettivi al 2020, c’è anche la vituperatissima Italia. Si può fare di più? Si deve. E l’occasione a mio avviso è il così detto “Green Act”, più volte annunciato dal Governo ma ancora non definito. Fuori dai paroloni inglesi si stratta di definire, finalmente e nero su bianco, una strategia condivisa e di lungo termine per la de-carbonizzazione a cui vuole e deve concorrere il nostro Paese. Penso che su questo dovremmo insisitere e concentrare gli sforzi del 'sistema Paese'. Del resto è vero che l'Italia, sul fronte rinnovabili ed efficienza energetica, partita da fanalino di coda in Europa, ha recuperato terreno, ma è vero anche che negli ultimi 3-4 anni l'intero settore segnala un arretramento, anche con perdite di posti di lavoro costruiti negli anni precedenti grazie agli incentivi, gli investimenti e gli sgravi fiscali. Non decidere non è mai una buona strategia, tanto più ora e in questo campo.

TRE POST SCRIPTUM NON RICHIESTI:
1) ho trovato insopportabile le campagne sull’election day. Secondo me sbagliava Renzi quando non era premier a chiederlo, sbagliano oggi quelli che, politica e associazioni ambientaliste, hanno gridato allo scandalo. Io non ci vedo scandalo. E trovo corretto che i referendum  si svolgano in momenti separati dalle tornate elettorali. Proprio per dargli la giusta attenzione, il giusto risalto, il corretto approfondimento sganciati dalla contingenza politica del momento, dai secondi fini di "mandare a casa" o "regolare i conti" con questo e quello, se possibile. Del resto è vero anche che la legge non vieta l’unificazione in un sol giorno ma, personalmente, trovo opportuno che restino momenti separati. 
Si dimentica spesso, anche e soprattutto a sinistra a quanto vedo e leggo, che la democrazia, non le chiacchiere, ha un costo. 
2) per chiarezza, infine, ho trovato sbagliato l'invito all'astensione del mio partito,  amio avviso frutto della sovrapposizione tra le figure di premier e segretario. Invitare a non andare a votare è sempre sbagliato per me. Tuttavia, con tutti i nostri difetti, io stesso potrò votare come mi pare, resterò libero di acconsentire o di criticare, senza che nessuno mi butti o ci butti fuori dal partito per questo.
3) sto studiando la riforma costituzionale. Ebbene questa prevede una revisione degli strumenti della partecipazione diretta che, in prima istanza, reputo per nulla negativa: sono introdotti quorum diversi per il referendum abrogativo, a seconda del numero dei sottoscrittori della proposta abrogativa; si introduce l'obbligatorietà della discussione parlamentare delle leggi di iniziativa popolare, con tempi, forme e limiti della discussione e della deliberazione garantiti dai regolamenti parlamentari; inoltre, sono disciplinati condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d'indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali, insomma: degli esiti se ne dovrà tenere conto. Ma di questa storia ne parlermo un'altra volta.


martedì 12 maggio 2015

Consumare meno suolo si può. La Toscana ci pensa, con o senza EXPO

Pochi giorni fa è stato pubblicato il rapporto ISPRA sul consumo di suolo in Italia.
Qui ci sono numeri e informazioni che, in sintesi, ci dicono che l'Italia del 2014 perde ancora terreno, come segue:
- è stato impermeabilizzato il 19,4% di suolo compreso tra 0-300 metri di distanza dalla costa e il 16% compreso tra i 300-1000 metri;
- persi 34.000 ettari all'interno di aree protette, il 9% delle zone a pericolosità idraulica e il 5% delle rive di fiumi e laghi;
- contaminato dal cemento anche il 2% delle zone considerate non consumabili (montagne, aree a pendenza elevata, zone umide);
- 7% la percentuale di suolo direttamente impermeabilizzato (il 158% in più rispetto agli anni '50) e oltre il 50% il territorio che, anche se non direttamente coinvolto, ne subisce gli impatti devastanti;
- rallenta la velocità di consumo, tra il 2008 e il 2013, e viaggia ad una media di 6-7 mq al secondo.
Da segnalare anche la perdita prevalente di aree agricole coltivate (60%), urbane (22%) e di terre naturali vegetali e non (19%).


Si dice che il suolo, come del resto il pianeta, appartenga ai nostri figli.
Al di là delle belle suggestioni, che comunque traducono una verità che è nelle cose, la limitazione del consumo del suolo e la messa in sicurezza del territorio sono una scelta non solo strategica ma ormai necessaria per l’Italia. E per le Regioni che la compongono. E che in materia hanno molti poteri.


In questi anni in Toscana, dove pur vantando risultati migliori di altre regioni, non siamo immuni dal fenomeno, sono state assunte, non senza aspre polemiche, decisioni e atti legislativi importanti in questa direzione. Frutto certamente dei mutamenti climatici che hanno pesantemente portato la Toscana a confrontarsi con politiche di adattamento e di mitigazione degli effetti. Ma anche, per quello che ho potuto constatare direttamente, da una crescente consapevolezza che fosse arrivato il tempo di assumere scelte nette per la tutela del territorio regionale.

Questo ha portato all'approvazione di nuove norme per il governo del territorio: basta nuovo consumo di suolo, divieti per le edificazioni oltre i perimetri urbani, edilizia residenziale attraverso interventi di rigenerazione, riuso e ristrutturazione, tutela dei territori agricoli. Sono state bloccate le costruzioni in tutte le aree a rischio idraulico (il 7% della superficie pianeggiante) e sbloccate opere ferme da anni.
E' stato previsto un piano straordinario da 113 milioni per interventi di messa in sicurezza ma, a mio avviso ciò che più conta, è stato previsto uno stanziamento costante, annuale, pari a 50 mln per la messa in sicurezza del territorio toscano.

Ultima cosa, per favorire un recupero equilibrato all'uso agricolo del territorio, i terreni abbandonati tornano a produrre. Da un lato la messa a disposizione della terra a chi vuole fare l’agricoltore/allevatore con il progetto “Banca della terra”, avviato nel 2013, per contribuire a restituire all’agricoltura oltre 500 ettari di terreno e 12 fabbricati di proprietà pubblica con la priorità di accesso al progetto per gli under 40.
A questo si aggiungerà il ritorno all'uso agricolo, grazie al nuovo (e contestatissimo) piano del paesaggio, di circa 200 mila ettari di bosco risultanti dall'abbandono delle terre.

Inevitabilmente si sono scontrati e si scontrano interessi fortissimi su questo fronte, ma ritengo che la strada intrapresa sia quella corretta se dalle parole si vuole ogni tanto scendere veramente sul 'terreno', è il caso di dirlo, delle azioni.

mercoledì 21 maggio 2014

La CO2 della discordia (e dell’arroganza)


Trovo le parole del Signor Piazzini su gonews di stamani di un'arroganza fuori misura.
A parte il fatto che il Tar si pronunci dopo 2 anni (e ha fatto presto), consiglierei più prudenza e cautela. Oltre che a moderare i toni e le parole.

E premetto subito, a scanso di equivoci, che comprendo anche una certa agitazione di chi, alla fine, se stiamo alle parole, chiede solo di poter fare il suo lavoro. Tutto legittimo. Addirittura, tutto garantito dalla Costituzione (più che dal Tar ad essere precisi).

Vorrei però ricordare che nessuno (almeno della maggioranza uscente Centrosinistra per San Gimignano), ha mai messo in dubbio il suo diritto (né quello di altri) a fare impresa.
E a farla nel rispetto della normativa vigente.

Vorrei anche ricordare che nessuno è ed ha mai “voluto andare contro legge”, soprattutto chi è dentro e rappresenta le istituzioni. Ma di che parla?

Affermare poi che “Ai candidati a Sindaco dei Comuni di San Gimignano e Barberino dico solo “state sereni” il Tribunale ha chiarito l’evidente e cioè che San Paolo si trova a Certaldo e che tutte le procedure fatte sono del tutto regolari. In conclusione la legge ci da ragione e noi siamo disposti al dialogo e determinati a portare in fondo le nostre attività ma per fare un percorso rispettoso della cittadinanza abbiamo bisogno di persone che rappresentano le istituzioni che siano serie e responsabili nel far rispettare le leggi e non ciarlatani o maghi del consenso che vogliono solo e comunque, anche contro legge come con l’istituzione di un nuovo parco, ostacolare le attività di impresa e non dialogare istituzionalmente per trovare soluzioni che possano dare nuove opportunità al territorio nel pieno rispetto dell’uomo e dell’ambiente”.

Caro Piazzini, ecco un po’ di cose su cui la sua uscita non c’è piaciuta per nulla (per non dire peggio), senza troppa polemica:

1)      ognuno di noi le riconosce il sacrosanto diritto di fare impresa a normativa vigente. Si figuri se istituzioni democratiche si permetterebbero di fare il contrario. Ancora: di cosa parla?
2)      Nessuno di noi (e con noi intendo noi PD e SEL di San Gimignano -coalizione Centrosinistra per S.Gimignano-, ha mai dato la stura a ciarlatani o maghi, nessuno di noi ha mai usato violenza (ci mancherebbe altro) né fisica né verbale contro di lei o altri.
3)      Nessuno di noi ha mai cavalcato il Comitato, convinti come siamo che ciascuno debba fare il proprio mestiere, con rispetto reciproco.
4)      Anzi, nostro malgrado, dal Comitato a volte abbiamo preso male parole perché abbiamo sempre spiegato (e capisco che l’argomento non faccia presa, nell’epoca dei berci elevati a politica), che alle istituzioni non spetta gridare, ma usare gli strumenti della legge ed i procedimenti amministrativi per tradurre le volontà politiche in azioni concrete. Questa è la democrazia e lo stato di diritto. Chi non lo capisce vada a scuola.
5)      Quindi: se lei rivendica il sacrosanto diritto di fare impresa nella legalità, sappia che c’è anche il nostro altrettanto sacrosanto diritto ad agire nella medesima legalità, con gli strumenti normativi vigenti affinché prevalgano altri interessi, cioè quello pubblico della comunità e del territorio rispetto al suo privato. E’ quello che stiamo facendo come Comuni (almeno come San Gimignano ne sono certissimo), all’interno della VIA regionale, con l’Odg approvato dal Consiglio Regionale a novembre scorso, con le azioni per la modifica del Piano Estrattivo e quello Ambientale regionale.  
6)      Se ha scarsa memoria la informiamo che a San Gimignano siamo contrari a questo tipo di attività da oltre 10 anni, quando la SOL ci provò nel territorio di San Gimignano ad inizio anni 2000. Ora che siamo a 3-4 km più in là, in Comune di Certaldo, non abbiamo cambiato idea. 
7)      Siamo stati anche contrari fin dal 2012, nel caso specifico, al suo nuovo progetto a S.Polo, per le stesse motivazioni di allora. Leggere qui per rinfrescare la memoria, grazie.
8)      L’idea del parco fluviale, dovrebbe saperlo, non è certo di ora. Anzi se proprio dobbiamo dirla tutta i nostri Comuni sono rimasti anche un po’ indietro (anche per alcune buone ragioni, prima tra tutte il coordinamento di tutti i diversi strumenti urbanistici comunali). Mica pensiamo ad un parco fluviale per bloccare un’attività di impresa!!! Se lo si fa lo si fa per un’idea di territorio e di paesaggio, di fruizione pubblica del territorio stesso, di conservazione e tutela della biodiversità, di attrazione turistica in una zona vocata turisticamente, etc… Ma per chi ci ha preso?
9)      Infine, anche se qui si entra nel campo delle opinioni, siamo da sempre poco (per nulla ) convinti che per il nostro territorio, per la Valdelsa, la sua attività possa “dare nuove opportunità al territorio nel pieno rispetto dell’uomo e dell’ambiente”.


Per tutto questo ci battiamo, nelle regole, perché le regole cambino a maggior tutela di un interesse più pubblico che privato. Senza minacce, senza violenza, con gli strumenti che la legge e la democrazia ci mettono a disposizione.
Questo è quello che può e deve fare la politica, senza acredine, senza rivalse personali, a tutela 
dell’interesse generale. Il mondo, per fortuna, non finisce in un TAR. Ci farà fare il nostro lavoro? 

Si scrive agricoltura, si legge territorio, paesaggio, reddito e impresa


Premessina (ina ina...)
In una campagna elettorale locale che vedo molto interessata al cicciolo ma molto meno alle idee (ne sento poche in giro), mi ostino a parlare e scrivere di quello che vogliamo fare come centrosinistra  (e di un po’ di opinioni personali su ciò che vorrei fare) per San Gimignano nei prossimi anni.
Credo sia più utile.
O, se non altro, mi diverte di più.
Ma se invece, per dirla con il Manzoni, “fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta”.

Qui di seguito, rapidamente se ci riesco, quello che ho detto (venerdì scorso incontrando coi candidati al Consiglio ed il nostro candidato Sindaco alcuni imprenditori agricoli) e quello che penso.
 


Si scrive agricoltura, si legge territorio, paesaggio, reddito e impresa
Veniamo da 5 anni di rivoluzione nel mondo agricolo. 
Rivoluzione indotta da Roma ma, indirettamente, subita anche a San Gimignano. 
E di norma le rivoluzioni servono per fare (anche) progressi a ciò che, appunto, si intende rivoluzionare. 
In agricoltura è successo il contrario. 
Si è rischiato pesantemente di tornare indietro. 
Ed il dato economico condiviso da tutti su quest’ultimo lustro (si dice: “l’agricoltura a San Gimignano non è cresciuta ma ha tenuto”) appare quasi come un mezzo miracolo. 
E siccome i miracoli non sono di questo mondo, penso più prosaicamente che il merito sia dei nostri agricoltori che si sono rimboccati le maniche, hanno fatto due conti ed indossato la giacca pesante in attesa del passaggio della burrasca.  

Al mondo agricolo negli ultimi anni, infatti, è stato chiesto un contributo importante nel risanamento del Paese. Faccio alcuni esempi, così ci capiamo:
-         la novità assoluta dell’IMU sui fabbricati rurali (novità storica!)
-         la vicenda del tributo di bonifica
-         il continuo aumento dei carburanti agricoli
-         la riforma Fornero che ha interessato anche questo settore, solo per fare qualche esempio...

Soprattutto la vicenda dell’IMU è emblematica.
Per San Gimignano, per terre come le nostre, ma verrebbe da dire per un Paese come l’Italia, ha significato la fine di un patto fiscale prima e sociale poi.
La rottura di quel patto/concetto per cui lavorare la terra, curare e mantenere il paesaggio per trarne fonte di reddito e di vita costa fatica, rischio di impresa elevatissimo e sconta difficoltà dovute al fattore più incerto ed imprevedibile del nostro pianeta: la natura.

Penso dunque che, prima di tutto, sia necessario rimettere al centro delle politiche agricole, a tutti i livelli attraverso condizioni e strumenti concreti, i suoi veri protagonisti:
-         il territorio, il lavoro e dunque l’impresa e l’imprenditore agricolo

Così come è necessario, anche a San Gimignano, almeno per quello che a noi compete e sui cui possiamo incidere, aprire una discussione per un rinnovato rapporto tra città e campagna (non solo perché in campagna c’è la nostra storia e la nostra tradizione, ma perché oggi sempre di più c’è un presidio di gestione del territorio ed un fattore produttivo e di reddito prezioso, ma in difficoltà). Se così non sarà tra poco ci penserà, a cose fatte tra l'altro, la nuova LR sul paesaggio in costruzione in queste settimane. 

Ho detto dunque bene e ok alla salvaguardia del territorio, così come prevede la nuova LR sul governo del territorio (anch’essa in discussione in queste settimane), ma comunque no a rigidità. 
Non sbracare (sul territorio e sul paesaggio non si scherza!), ma senza ingessare tutto. Mi spiego. 

Se il tema è rimettere al centro territorio, lavoro ed impresa agricola, l’imprenditore agricolo deve essere messo però nelle condizioni di lavorare.
E di lavorare anche sapendo di farlo da una condizione di partenza per cui la nostra campagna, come è stato giustamente fatto osservare, ha un costo di produzione più alto di altre. 
Ma sapendo altrettanto bene che è proprio questa visione complessiva, questa visione di non sfruttamento intensivo della nostra campagna che ancora oggi fa la nostra differenza e, in moltissimi casi, la nostra eccellenza qualitativa.

Dunque l’imprenditore agricolo deve essere messo nelle condizioni di lavorare.
Alcune cose possono essere fatte subito:
-         dai cambi di coltivazione che non prevedono opere edilizie da fare senza titoli abilitativi (i famosi permessi), alle norme sui reimpianti (ma chi si avventura oggi in simili azzardi? Eroi...), ai movimenti terra per attività agricole, alle modifiche delle inclinazioni delle falde in caso di sostituzione delle coperture oggi in eternit, etc…

Per farlo la prima cosa da fare è semplificare! Norme e procedure.
Senza mollare di un centimetro la tutela del territorio e del paesaggio, ma togliendo tutto ciò che fa perdere tempo e, soprattutto, non aggiunge una virgola sul piano ambientale e tecnico.

E semplificare non dicendolo e basta (e poi sperando che lo facciano o lo debbano fare altri).
Ma partendo da ciò che dipende da noi!

Vista anche l’esperienza di questi ultimi 5 anni in Consiglio Comunale, faccio sempre questo esempio: di Consiglio sono passati soltanto 2 PMAA, per essere prima adottati e poi approvati come Piani attuativi. Tempo medio (perso) circa 3-4 mesi. Al netto della crisi e di molto alto, questo è un passaggio da eliminare. Attuazione di un principio giusto (avere lenti addosso a chi intende intervenire su di un territorio di pregio come il nostro), oggi sconta un contesto totalmente diverso da quando la norma fu pensata.Senza che, diciamocelo francamente, il Consiglio possa aggiungere nulla (o pochissimo) sul piano tecnico all'istruttoria eseguita.

Dunque, ecco alcune cose che abbiamo proposto di fare:
-         niente Piano attuativo per i PMAA (poi vediamo la nuova LR che cosa dirà, se metterà delle soglie  sopra le quali il piano sarà comunque necessario e, dico i, può essere ragionevole una simile soluzione)
-         nuovo Regolamento Urbanistico (RU), il secondo del nuovo Piano Strutturale (PS), che inevitabilmente comporterà una variante allo stesso PS
-         abolizione della commissione edilizia comunale (resta quella paesaggistica, obbligatoria per legge)
-         riorganizzazione dell’ufficio urbanistica
-         aggiornamento del regolamento edilizio (con particolare attenzione alle agri-energie)
-         no deciso, come diciamo da oltre 3 anni e come avevamo già detto oltre 10 anni fa quando interessato era il Comune di San Gimignano, a progetti di estrazione di CO2
-         tavolo verde caratterizzato da: presenze qualificate degli operatori agricoli e maggiore funzione ex ante sulle scelte determinanti.
-         Aggiungo un tema (personale) che andrà definitivamente risolto e su cui siamo rimasti indietro: gli scarichi fuori fognatura in territorio aperto. Recupero del pregresso, condivisione a livello valdelsano di un solo ufficio competente, procedure, tempi di rilascio certi e controlli a campione. La qualità e la tutela del territorio,  a casa mia, passano anche da questa roba.

Su tutto questo abbiamo ribadito una scelta da cui non possiamo e non vogliamo tornare indietro: la qualità come criterio guida di ogni passaggio della filiera.

Noi infatti vogliamo sostenere, sia in modo diretto che attraverso azioni incentivanti come abbiamo fatto in questi anni, tutti quei progetti che vanno in questa direzione e che puntano ad accrescere il valore delle nostre produzioni.

Il Consorzio della Vernaccia, in tal senso, è il luogo fisico, ad esempio, di cosa si intenda per "fare qualità", confrontarsi sulla qualità (di sè e degli altri), investire in qualità (vedi il progetto sulla selezione clonale della Vernaccia).

Qui mi sono fermato, garantendo l’impegno su questi temi e ricordando le principali azioni el nostro programma.

Eccoli in sintesi e per farla breve ve li metto per titoli:


  1. IL PARADIGMA DELLA QUALITÀ: unico criterio in ogni passaggio della filiera.
  2. IL PAESAGGIO RURALE: UNA RESPONSABILITÀ DI TUTTI: salvaguardare la bellezza del territorio come elemento competitivo. 
  3. IL RUOLO STRATEGICO DELLA VERNACCIA E DEL CONSORZIO DELLA DENOMINAZIONE SAN GIMIGNANO: il vino di qualità come prodotto principale della nostra produzione agricola.
  4. UN NUOVO PROTAGONISMO PER GLI AGRITURISMI: Agriturismi docg: creare un’offerta garantita di qualità. 
  5. SOSTENERE E SVILUPPARE IL BIODISTRETTO: far crescere le produzioni biologiche. 
  6. INCENTIVARE LE PRODUZIONI A KM 0: gli ortolani son tornati di moda, evviva!
  7. OLIO E ZAFFERANO E ALTRI PRODOTTI: creare redditività per l’olio extravergine d’oliva.
  8. MENO BUROCRAZIA NEL SECONDO REGOLAMENTO URBANISTICO: semplificare si deve e stavolta tocca a noi.
Il PROGRAMMA COMPLETO lo trovate qui, in particolare a pag. 20.

lunedì 3 maggio 2010

Nel golfo del Messico l'oro nero si trasforma in fango

Siamo di fronte ad uno dei più clamorosi e gravi casi di internalizzazione dei profitti (e fin qui niente di male in un mercato libero) e di esternalizzazione dei costi. In Messico la BP dice che si accollerà «tutti i costi necessari e appropriati di bonifica» delle zone contaminate dalla marea nera provocata dall’esplosione e l'affondamento di della piattaforma offshore «Deep Water Horizon», gestita dalla compagnia petrolifera britannica nel Golfo del Messico. Sarà. Ma, se andrà bene, pagheranno i costi vivi, quelli dell'immediata emergenza e bonifica delle coste contaminate. Ma i danni a lungo termine? Un dato che fa impressione. Per chiudere la falla sotto la Horizon ci vorranno tre (dicasi 3 mesi..). Un conto salatissimo, economico e ambientale. E non solo per la BP. Ma per tutti noi.
Pare però che la tecnologia possa dare una mano. Leggete qui.

mercoledì 24 marzo 2010

Dal territorio la "rivoluzione" verde

Lo abbiamo scritto nel programma, dobbiamo rilanciarlo con forza (patto di stabilità permettendo e a parte). Resto convinto che il territorio è ancora in grado di produrre valore aggiunto. E di dare un contributo formidabile alle politiche per la sostenibilità. Come dimostra il rapporto di Legambiente il Rapporto Comuni rinnovabili 2010.

martedì 23 marzo 2010

Fotovoltaico: si può fare, siamo secondi in Europa

Alla fine del 2009 siamo secondi in Europa. Secondi solo alla Germania per potenza di FV installata. Resta però un problema di politiche industriali e di filiera. Al boom della potenza installata non corrisponde il boom di una filiera italiana. Lo sosteniamo da tempo. Lo si ribadisce in questo articolo.

E' l'occasione per vedere che cosa propone su questi temi il candidato Presidente alla Regione Toscana Enrico Rossi.

IDEE PER LA TOSCANA. SVILUPPO ECOSOSTENIBILE
Tre i punti cardine per uno sviluppo integrato energia-ambiente-sviluppo:
- Il ciclo integrato dei rifiuti
- La produzione eco-compatibile di energia
- Prevenzione dei rischi ambientali

Con i no a prescindere non si cura il territorio e non si fa il suo bene. La difesa e la valorizzazione di ciò che la natura ci ha dato sono punti irrinunciabili, ma non significano opporsi sempre e comunque a qualsiasi tipo di intervento.
L’ambiente e il governo del territorio devono continuare a ispirarsi a una logica di utilizzo e preservazione.
Sostenibilità energetico-ambientale e sviluppo economico sono infatti due obiettivi resi reciprocamente compatibili dalla crisi attuale. I toscani hanno necessità di tutelare il loro habitat come fattore di sviluppo turistico e agro-alimentare, ma al tempo stesso hanno bisogno di produrre lavoro e ricchezza.


ALCUNE PROPOSTE PER UNO SVILUPPO ECOSOSTENIBILE

1. Accelerare i tempi per il completamento del ciclo integrato dei rifiuti nella cornice dei 3 ATO previsti
E’ necessario avviare un percorso che ci consenta di superare la logica dello stoccaggio in favore del riuso. Occorre in questo senso, una politica dei rifiuti a tutto sesto, dagli accordi per la riduzione degli imballaggi, agli standard eco-compatibili per gli acquisti della pubblica amministrazione, al potenziamento della raccolta differenziata (riducendo il conferimento in discarica, ricorrendo al “porta a porta” dove sostenibile), all’uso degli impianti di termovalorizzazione per la parte residuale (attuando con rapidità il piano regionale e ponendosi successivamente come obiettivo, in una logica di area vasta, la realizzazione di impianti meno numerosi e più efficienti, sostitutivi di quelli più impianti piccoli e vecchi, uniformandosi ai migliori standard di sicurezza ed ambientali possibili).

2. Sviluppare un distretto energetico regionale per la produzione di energia, valorizzando in particolare le fonti rinnovabili ed adottando un piano regionale di efficienza energetica che consenta di abbattere le emissioni inquinanti.
La Toscana deve e può giocare un ruolo primario a livello nazionale ed europeo in quanto l’approvvigionamento e la produzione di energia sono ormai imprescindibili da una vera sostenibilità della crescita economica. Diciamo quindi no al nucleare (anche a quello di ultima generazione, perché produce scorie tossiche, richiede ingenti investimenti, tempi lunghi e… qualche volta scoppia!). Vogliamo altresì sviluppare un “polo energetico costiero” che consenta una valutazione strategica degli effetti di una politica che deve produrre più energia riducendo le emissioni nell’area, risanando gli ambienti più compromessi e sviluppando le energie rinnovabili.

3. Una nuova politica energetica rispettosa dell’ambiente e votata all’innovazione
Fatti salvi gli aspetti di tutela ambientale, di sicurezza, e di sostegno all’occupazione, occorre garantire lo sviluppo eco-sostenibile della geotermia, favorire la riconversione di centrali elettriche inquinanti, incentivare l’uso delle biomasse, risanare le aree industriali dismesse valutando, come nel caso di Rosignano-Solvay, la funzione di un impianto di rigassificazione nell’ambito di un bilancio energetico e ambientale positivo.

4. Coordinare su un orizzonte pluriennale gli interventi regionali e nazionali per la prevenzione del rischio idro-geologico e costituire un unico ATO regionale che consenta di mantenere e rafforzare un controllo pubblico sull’acqua
Viste le crescenti evidenze a favore di una ri-publicizzazione di un bene così particolare, è prioritario effettuare investimenti infrastrutturali urgenti per l’approvvigionamento e la manutenzione della rete idrica, la realizzazione di bacini o invasi, depuratori, nonché le politiche per il riuso delle acque reflue industriali e agricole.

5. Attivare una cabina di regia regionale
Pensiamo a un organo in grado di pianificare ed esercitare un’azione di governance nei confronti di Province e Comuni, per la realizzazione di grandi progetti urbanistici ed infrastrutturali di interesse regionale.

6. Favorire nelle zone montane una corretta gestione del patrimonio boschivo toscano
I boschi della Toscana sono i più diffusi a livello italiano: una ragione in più per impegnarsi a fondo per la loro tutela, sia in termini di contributo alla prevenzione del rischio idro-geologico, sia di difesa della qualità del territorio, sia per una produzione eco-compatibile di biomasse.

7. Sviluppare una pianificazione integrata energia-ambiente-sviluppo economico
E’ necessario in quest’ottica prevedere anche strumenti di successiva implementazione mediante accordi di programma con gli enti pubblici, partnership con le imprese e forme di partecipazione pubblica.

8. Migliorare la gestione di parchi ed aree protette
In rapporto con il mondo dell’associazionismo e l’attività di ricerca delle Università, è necessario tutelare e valorizzare il patrimonio boschivo della nostra Regione – già oggi uno dei più sviluppati d’Italia – con l’obiettivo minimo di non intaccare la flora esistente.

9. Potenziare al massimo il riuso dei volumi edilizi esistenti
Occorre contenere il consumo del suolo e invertire il processo di sviluppo disordinato degli insediamenti urbani (noto anche come sprawling), dando nuove linee di indirizzo per la pianificazione urbanistica e territoriale volte alla costruzione di nuovi spazi pubblici come incubatori di socialità e a impedire la formazione di “ghetti”.

lunedì 22 marzo 2010

22 marzo giornata mondiale dell'acqua

GIORNATA MONDIALE DELL'ACQUA. COMUNICATO MINISTERO AMBIENTE:
"Il 22 Marzo si celebra la giornata mondiale dell'acqua a Nairobi, in Kenya, per ricordare l'importanza di un elemento naturale di primaria necessità che, nelle stime degli scienziati, andrà nel futuro sempre più scarseggiando.
Nel 1993 l'assemblea generale delle Nazioni Unite indicò il 22 marzo come la prima giornata Mondiale dell'Acqua, da allora ogni anno invitano le nazioni membri a dedicare questo giorno a espletare le raccomandazioni raggiunte con l'Assemblea Generale e alla promozione di attività concrete all'interno dei loro Paesi. Un'occasione per affrontare l'importanza di un elemento che è necessario garantire a tutti gli abitanti del mondo, e che va rispettato anche attraverso un uso sostenibile dell'ambiente".

Niente male detto da chi ha imposto come unica modalità di affidamento dei servizi di gestione del servizio idrico integrato quello della gara tra soli privati ed ha abolito gli ato (gli ambiti territoriali ottimali e le relative Autorità).
La mia personale celebrazione sarà un rifornimento al fontanello (fontana pubblica) di Belvedere, in rigoroso contenitore di vetro.

venerdì 12 marzo 2010

A PARMA LA CONFERENZA EUROPEA SU AMBIENTE E SALUTE

L’Organizzazione Mondiale della Sanità fa il punto sulle principali tendenze degli ultimi vent’anni di ambiente e salute in Europa.
Anche ARPAT interviene alla Conferenza con un contributo su "Le migliori pratiche per il risparmio energetico nel settore della salute in Toscana".

In occasione della Quinta conferenza ministeriale su ambiente e salute, il 10-12 marzo 2010 a Parma, Italia, l’OMS pubblica due nuovi studi: un nuovo rapporto in cui si osservano i principali trend degli ultimi vent’anni di ambiente e salute in Europa; e una revisione delle evidenze sulle ineguaglianze nei Paesi. I quattro principali fattori di rischio ambientale per la salute stabiliti nel 2004 nel Children Environment and Health Action Plan for Europe (CEHAPE), forniscono il contesto per valutare e promuovere i progressi nel tempo.
Vent’anni fa, fu sollevata grande preoccupazione sulla scarsa qualità dell’ambiente e l’impatto sulla salute delle popolazioni nel presente e nel futuro. Questo ha rilasciato un enorme potenziale per intraprendere un’azione internazionale concertata.

Già nel 1989 a margine della prima conferenza ministeriale ambiente e salute, un documento politico di grande rilievo - The European Charter on Environment and Health - definì i principali principi, meccanismi, e priorità per ottenere un guadagno in salute attraverso un ambiente migliore. Da allora, ogni cinque anni, in occasione delle conferenze ministeriali, i governi hanno revisionato i progressi ottenuti e concordato le azioni da intraprendere. Alla conferenza di Parma questi stessi governi affrontano una realtà nota ma spesso trascurata: i contaminanti ambientali fanno male alla salute ma ancora di più alla salute dei poveri.

I 10 trend principali tra i paesi
Il rapporto appena pubblicato Salute e Ambiente in Europa: valutazione dei progressi descrive i progressi dei paesi della regione europea OMS negli ultimi 20 anni. Il rapporto si focalizza sui principali fattori di rischio: acqua e igiene insicure, incidenti e inattività fisica, inquinamento dell’aria, sostanze chimiche e rumore. Per l’analisi è stata selezionata una gamma di indicatori dello European Environment and Health Information System (ENHIS). Lo status delle politiche di salute ambientale è stato valutato attraverso dati forniti da 40 paesi che hanno risposto ad un’indagine OMS del 2009: Health and Environment in Europe: Progress Assessment.
1.L’accesso a fonti d’acqua sicure e ad un’igiene adeguata è generalmente aumentato nella Regione europea, specialmente nell’Europa centrale ed orientale, con un conseguente calo dell’80% delle malattie diarroiche nei bambini più piccoli tra il 1995 e il 2005. Tuttavia, in molti paesi nella parte orientale, oltre il 50% della popolazione rurale non ha ancora accesso ad acqua sana.
2. Il 40% di riduzione della mortalità per incidenti stradali dagli inizi degli anni ‘90, dimostra che queste morti sono evitabili. Purtroppo, in Europea orientale questo trend in discesa si è fermato negli ultimi 10 anni, aumentando il divario tra i tassi di mortalità dell’Europa dell’est e dell’Unione Europea fino oltre il 50%.
3. Vanno dal 3% ad oltre il 30% le percentuali dei bambini tra gli 11 e i 15 anni in sovrappeso e obesi. Oltre il 50% dei bambini di 11 anni non pratica sufficiente attività fisica e la proporzione è maggiore tra coloro che hanno 13 e 15 anni.
4. L’incidenza della mortalità infantile per malattie respiratorie è scesa nella maggior parte dei paesi, ma si aggira ancora intorno al 12% della mortalità infantile per tutte le cause e rimane un problema soprattutto ad est. Sempre di più asma ed allergie sono causa di malattia nei bambini, e fino al 25% degli adolescenti tra 13 e 14 anni ne soffre.
5. Dopo una riduzione sostanziale dell’inquinamento dell’aria outdoor nella maggior parte della Regione negli anni ’90, nell’ultima decade il progresso è stato minimo. Oltre il 92% della popolazione urbana vive in città in cui i limiti raccomandati dalle linee guida OMS sulla qualità dell’aria per il particolato fine sono superate.
6. In alcuni paesi, fino all’80% dei bambini è regolarmente esposto al fumo passivo in casa, ed anche più fuori casa. Nonostante sia provato che le politiche che hanno regolamentato i luoghi pubblici senza fumo abbiano ridotto gli effetti del tabacco sulla salute, in gran parte della Regione non sono state ancora introdotte o sviluppate.
7. E’ ormai stabilito che l’umidità e le muffe rappresentano a tutti gli effetti un rischio per la salute particolarmente comune tra i gruppi di popolazione più svantaggiati. Oltre il 20% delle famiglie europee vive in case con problemi di umidità e muffe, con livelli di esposizione che vanno dal 4% al 37% tra i Paesi.
8. Tra il 1990 e il 2003 le emissioni di piombo nell’atmosfera sono scese del 90% soprattutto grazie al passaggio completo al carburante senza piombo in gran parte della Regione. Questo si è riflesso in un calo dei livelli di piombo nel sangue dei bambini. Tuttavia, carburanti contenenti piombo sono ancora usati in alcuni paesi orientali e sud-orientali e l’esposizione a vernici al piombo e a tubi dell’acqua piombati resta un problema per la salute.
9. Il rumore è percepito come una delle cause di maggiore stress nelle aree urbane: un quarto della popolazione della UE è esposta a livelli di rumore tali da condurre ad un’ampia serie di effetti sulla salute ed è probabile che i livelli di esposizione al rumore siano sostanzialmente più elevati in molti agglomerati dei paesi non-UE.
10. La sicurezza sul lavoro è aumentata molto negli anni ’90, ma nell’ultima decade, i miglioramenti si sono appiattiti nella parte est della Regione.

Gap principali all’interno dei paesi
La più ampia compilazione di evidenze europee sulle ineguaglianze nei rischi ambientali, pubblicata dall’OMS/Europa in occasione della Conferenza di Parma e pubblicata sullo European Journal of Public Health, indica grandi variazioni all’interno dei paesi su base sociale e di sesso nella distribuzione dell’esposizione ambientale e relative malattie. Le caratteristiche sociali sono state misurate usando una gamma di indicatori quali educazione, reddito e deprivazione. Per tutti i fattori di rischio ambientali sono individuate ineguaglianze socio-economiche come presentato di sotto (vedi Environment and health risks: a review on the influence and effects of social inequalities).
Le variazioni di accesso ad acqua e igiene tra ambiente urbano e rurale sono ancora estreme in alcuni paesi della Regione europea. In particolare l’igiene è insufficiente in alcune aree rurali dei paesi occidentali e orientali, dove le famiglie più povere non hanno un gabinetto per uso privato. Questo accade sia nei paesi della UE15 che nei nuovi stati membri (rispettivamente fino al 2.5% e 30.4% per i gruppi di popolazione meno abbiente). In alcuni Paesi dell’est, la mancanza di gabinetti nelle scuole è una barriera alla frequentazione e all’educazione femminile.
Nonostante le conseguenze degli incidenti stradali siano diminuite per tutte le fasce di reddito, le ineguaglianze restano tra i pedoni. I bambini appartenenti a famiglie senza reddito hanno un rischio di quasi cinque volte maggiore di subire ferite fatali da incidente stradale rispetto ai bambini di famiglie più abbienti. In Grecia nelle città più povere il rischio di incidenti per i pedoni è doppio rispetto alle città più ricche; e in Svezia i pedoni delle aree più povere rischiano il 90% in più di subire un incidente rispetto a quelli che vivono in aree più ricche. I giovani maschi riportano i tassi di incidente più alti per tutte le età ed in tutti i Paesi rispetto alle femmine.
I bambini che vivono nelle famiglie più povere rischiano fino a 37,7 volte in più di morire per le conseguenze dell’esposizione alle fiamme rispetto ai bambini che vivono nelle famiglie più ricche. Uno studio danese sugli incidenti domestici ha osservato un rischio fino a 2,4 volte maggiore per bruciature da acqua calda, tea e caffè nei gruppi meno abbienti rispetto ai più abbienti. I tassi di ricovero ospedaliero per gli avvelenamenti accidentali tra i bambini fino a 4 anni sono da 2 a 3 volte maggiori nei quartieri più poveri dell’East Midlands (Regno Unito) rispetto ai meno poveri. In Europa, 3 su 4 morti per incidente sono giovani maschi.
Differenze nella concentrazione degli inquinanti nell’aria indoor sono ad oggi i migliori marcatori delle diseguaglianze sociali nell’esposizione. Presso le residenze dei bambini svedesi più e meno abbienti sono stati misurati valori per il biossido di nitrogeno che vanno rispettivamente dai 13,5 ai 21,8µg/m3. La parte finlandese del progetto Expolis, che ha misurato l’esposizione agli inquinanti nelle città, ha rilevato che la disoccupazione aumenta di quasi tre volte l’esposizione al particolato fine rispetto a soggetti con un impiego.
Studi europei hanno concluso che i bambini provenienti da famiglie a basso reddito sono esposti al fumo passivo circa il doppio rispetto ai loro coetanei più ricchi, e ancora di più in automobile. Una gamma di determinanti sociali quali bassa fascia di reddito e livello di educazione, famiglie di disoccupati, di emigranti o di genitori single determina la frequenza del fumo in casa e di conseguenza il livello di esposizione.
Uno studio tedesco ha concluso che l’esposizione al traffico intenso è doppia per le persone che svolgono lavori di manovalanza o hanno un reddito basso rispetto ai colletti bianchi o a coloro che hanno un reddito alto. Risultati simili sono stati ottenuto in Svizzera in cui è stato rilevato che il 65% delle famiglie più povere vive in aree industriali in cui i livelli del rumore di sottofondo sono circa 7dB più alti rispetto alle zone residenziali.
Nella UE27 e Paesi candidati, il rischio di avere problemi di abitazione (mancanza di spazio, umidità e perdite, mancanza di un gabinetto con scarico, mancanza di doccia o vasca da bagno) per le famiglie più povere è spesso doppio e può arrivare fino a cinque volte di più rispetto alle famiglie più ricche. In circa il 30% dei Paesi UE le famiglie che vivono in povertà relativa hanno la metà delle possibilità di mantenere le loro case adeguatamente riscaldate. Inoltre, nei quartieri più bassi le famiglie con problemi di umidità o perdite sono rispettivamente il doppio o il triplo rispetto ai quartieri alti. Le Linee Guida OMS sulla qualità dell’aria concludono che coloro che occupano palazzi umidi o con muffe corrono fino al 75% di rischio in più di contrarre sintomi respiratori e asma.
In Inghilterra, le persone appartenenti ai gruppi più deprivati che vivono a 500 metri da un sito dichiarato contaminato sono cinque volte di più rispetto a quelle appartenenti ai gruppi meno deprivati.
Gli effetti del cambiamento climatico sulla salute sono già osservabili. Nell’ondata di calore dell’estate del 2003, furono riportate oltre70 000 morti in eccesso in 12 paesi europei. Il rischio di mortalità per calore aumenta con l’età, ma le persone che hanno una particolare vulnerabilità fisica o sociale sono a più alto rischio. Tra le quasi 1,100 morti in eccesso, l’Italia ha osservato il 17,8% di eccesso di mortalità nei gruppi di popolazione più povera rispetto al 5.9% dei meno poveri. In Francia, in tutti i gruppi d’età, la mortalità femminile è stata maggiore di quella maschile del 15-20%.

(Fonte: ARPATNEWS)

lunedì 8 febbraio 2010

Il design democratico e a costo contenuto produce un'energia democratica

Il micro-eolico che avanza. Philippe Starck, designer delle microturbine, ha commentato: «Da oggi abbiamo la migliore arma per iniziare questa guerra: il design democratico e a costo contenuto produce un'energia democratica». L'azienda è la Pramac, del valdelsano Paolo Campinoti, con sede a casole d'Elsa.
"Revolutionair!".

martedì 26 gennaio 2010

Senza strategia resta lontano il miraggio green

Lo dice bene Annalisa D'Orazio qui.

Ma quand'anche ci arrivassimo, come dice il prof Frey, la rivoluzione ha bisogno di coerenza.

Intanto in Italia - denuncia Legambiente che ha annunciato assieme all'Inu (istituto nazionale urbanistica) la creazione di un centro di ricerca sui consumi di suolo - 100 ettari al giorno scompaiono sotto il peso del cemento, una trasformazione del territorio che negli ultimi decenni ha assunto una dinamica accelerata e non commisurata ai reali bisogni insediativi.

venerdì 15 gennaio 2010

Novità ambientali e un pò di lavoro

EMAS III: pubblicato il nuovo Regolamento Europeo n. 1221/2009.
È stato pubblicato il nuovo Regolamento (CE) n. 1221/2009 (cd. EMAS III) del Parlamento Europeo e del Consiglio del 25 novembre 2009 sull'adesione volontaria delle organizzazioni a un sistema comunitario di ecogestione e audit (EMAS) al fine di promuovere il miglioramento continuo delle prestazioni ambientali delle organizzazioni.Il nuovo regolamento, che abroga il precedente regolamento (CE) n. 761/2001 (cd. Emas II) e le decisioni della Commissione 2001/681/CE e 2006/193/CE, entrerà in vigore l'11 gennaio 2010.Le organizzazioni registrate in conformità del regolamento (CE) n. 761/2001 continuano a figurare nel registro EMAS e soltanto al momento della successiva verifica il verificatore ambientale controllerà la conformità ai nuovi requisiti. Dettagli maggiori sulla gestione dl transitorio, verranno forniti dopo l'incontro tra i Verificatori Accreditati ed il Comitato Emas previsto nella prima settimana del mese di Febbraio 2010.La nuova versione del Regolamento EMAS (Eco-Management and Audit Scheme) ha la finalità di rafforzare il sistema comunitario di ecogestione ed audit, migliorandone l'efficienza e l'interesse che riveste per le organizzazioni, soprattutto di piccole dimensioni, in termini di costi, snellimento delle procedure di registrazione, passaggio da altri sistemi di gestione ambientale ad EMAS, nonché agevolando l'accesso ai finanziamenti disponibili e la partecipazione agli appalti ed acquisti pubblici.Da segnalare, inoltre, la previsione della semplificazione dei controlli regolamentari, degli obblighi normativi e degli oneri per le aziende registrate che dimostrino la conformità a tutte le prescrizioni applicabili in materia di ambiente.
Emas.

Rifiuti, arriva il SISTRI (nome un pò sinistro, ma speriamo che funzioni).
Comunicato del Ministero dell'Ambiente. Roma, 13.01.10: "Legalità, trasparenza, risparmio, semplificazione, informatizzazione. Sono questi gli obiettivi a cui puntiamo con l'introduzione del SISTRI, il sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti speciali. Una massa di rifiuti, oltre 147 milioni di tonnellate all'anno, il 10% dei quali pericolosi, che richiedono precisi adempimenti per lo smaltimento. Sono gli stessi rifiuti su cui hanno costruito una parte del loro business le ecomafie, affari criminali per il territorio e per la salute pubblica. D'ora in poi ogni rifiuto speciale potrà essere seguito in qualsiasi fase della filiera produttiva, dalla produzione allo smaltimento. Grazie al SISTRI, infatti, la cui gestione è affidata al Comando dei Carabinieri per la tutela dell'ambiente, finalmente potremo contare su un apparato di controllo adeguato e su un sistema in grado di sostituire procedure obsolete, inefficienti e onerose. Intendiamo lanciare oggi, così, un ulteriore segnale, forte, nella lotta contro l'illegalità, insistendo sulla tolleranza zero nei confronti dei crimini ambientali. Con il SISTRI viene posta particolare attenzione al trasporto e alla fase finale di smaltimento, con l'utilizzo di sistemi elettronici in grado di dare visibilità al flusso in entrata e in uscita degli autoveicoli nelle discariche. E va in pensione il sistema di rilevazione cartaceo che finora, purtroppo, ha consentito di conoscere i dati relativi alla gestione dei rifiuti speciali con un ritardo di due, tre anni, creando difficoltà nell'impostazione di politiche ambientali mirate e con scarsa utilità ai fini dei controlli di legalità volti a specifici interventi repressivi."
Sistri.

lunedì 11 gennaio 2010

2009 via col vento

Sono 1.114 i MW installati e 6,7 i TWh di elettricità prodotti nel 2009 nel settore dell'energia eolica, pari al consumo domestico di 7 milioni di italiani e circa 4,7 milioni di tonnellate di anidride carbonica risparmiate. A fornire i dati sono Anev, Enea, Aper e Ises in un comunicato congiunto.

Venti buoni, pare, anche nel 2010.

mercoledì 9 dicembre 2009

Age of stupid

Raise your voice - Change climate change!




Una suggestiva e appassionante docu-fiction sugli effetti futuri del global warming
Fonte: my movies

Nel 2055 la Terra appare devastata. I cambiamenti climatici hanno scatenato ogni genere di violento fenomeno atmosferico e hanno condannato tutte le più importanti capitali mondiali e le loro popolazioni.

Dall'alto di un'imponente torre situata su quel che resta della calotta artica, un uomo che ha costruito un immenso archivio della storia artistica e culturale dell'umanità, si domanda di fronte ad un database di vecchi filmati e interviste raccolte cinquant'anni prima: “Avremmo potuto evitarlo?”

Il linguaggio delle campagne di sensibilizzazione ha scoperto con un certo ritardo la componente suggestiva e spettacolare del cinema. Se prima calcava principalmente sulla forza del messaggio o sulle potenzialità estetiche del medium, da qualche tempo preferisce concentrarsi sul modello high concept del cinema hollywoodiano, quindi meno sullo shock che sulla familiarità e sul dinamismo della rappresentazione.

All'incrocio ideale fra pedagogia e intrattenimento, fra Una scomoda verità e The Day After Tomorrow, si colloca la docu-fiction The Age of Stupid.
A partire da una cornice narrativa da disaster movie fatta di efficaci effetti visivi low budget e suggestioni musicali fra il tragico e l'apocalittico firmate dai Radiohead, davanti agli occhi dello shakespeariano archivista Pete Postlethwait e ai nostri, scorrono le immagini di sei testimonianze di vita provenienti dai vari continenti.
C'è chi è sopravvissuto da eroe all'uragano Katrina, vi è una coppia di inglesi che lottano per l'immissione di centrali eoliche nella campagna, un'anziana guida dei ghiacciai del Monte Bianco che racconta le sue esperienze, il ricco imprenditore indiano in procinto di aprire la sua terza compagnia aerea low cost, due bambini iracheni orfani di guerra fuggiti in Giordania e, infine, una giovane donna nigeriana che combatte contro fame e malattie per potersi garantire un'istruzione e diventare un medico riconosciuto.

Al contrario del documentario con Al Gore, The Age of Stupid parte dalla posizione forte di chi ritiene che la responsabilità umana nel processo del surriscaldamento globale non possa più permettersi di esser messa in discussione e che fare un'efficace sensibilizzazione passi attraverso un discorso esplicitamente politico. Così, memore di un'esperienza a fianco di Ken Loach per il documentario McLibel, la britannica Franny Armstrong racconta il global warming in termini di lotta di classe e di logica dello sfruttamento, identificando il petrolio e i suoi derivati come denominatore comune delle varie situazioni che racconta.
A poco a poco, infatti, il passaggio fra le varie dimensioni delle testimonianze e i vari continenti abbandona la progressione narrativa e si fa sempre più fluido, senza soluzione di continuità, arrivando a tematizzare anche le colpe e le responsabilità del colonialismo e della politica belligerante del mondo occidentale. Una tale visione d'insieme significa elaborare un racconto senza dubbio partigiano ma non parziale sulla contemporaneità. Un racconto dove la necessità drammaturgica di dare un respiro epico e persuasivo alla sostanza del proprio messaggio non venga meno al rigore analitico di chi compartecipa senza confondersi o prevaricare sui discorsi degli intervistati. Così da vanificare ogni possibile accusa di moralismo o integralismo da parte di chi ancora si ostina ad essere uno “stupido”.

lunedì 7 dicembre 2009

Seal the deal Copenhagen 7-18 dicembre 2009

Da oggi al via 15 giorni di negoziati per un accordo vincolante per la riduzione mondiale dei gas serra secondo il principio delle responsabilità condivise.
Per i link vedete il post precedente.

Report: Proposed emission cuts close to what is needed
A study released by the UN Environment Program Sunday indicated that pledges by industrial countries and major emerging nations fall just short of the reductions of greenhouse gas emissions that scientists have called for — and the gap is narrower than previously believed.

07/12/2009 06:15
"For those who claim a deal in Copenhagen is impossible, they are simply wrong," said UNEP director Achim Steiner, releasing the report compiled by British economist Lord Nicholas Stern and the Grantham Research Institute.
Environmentalists have warned that emissions commitments were dangerously short of what UN scientists have said were needed to keep average temperatures from rising more than two degrees Celsius (3.6F) above what the industrial age began 250 years ago. But most of those warnings were based on pledges only from industrial countries.
The UNEP report included pledges from China and other rapidly developing countries, which in turn were contingent on rich-country funding to help. UNEP said all countries together should emit no more than 44 billion tons of carbon dioxide by 2020 to avoid the worst consequences of a warming world. Computing the high end of all commitments publicly announced so far, the report said emissions will total some 46 billion tons annually in 2020. Emissions today are about 47 billion tons.
"We are within a few gigatons of having a deal," Steiner said. "The gap has narrowed significantly."


PICCOLO VADEMECUM
Cina, Usa, Ue, Russia, India e Giappone sono la top 6 dei maggiori emettitori di Co2 e producono il 70% delle emissioni totali. Ecco i numeri (Fonte: Fondazione per lo sviluppo sostenibile):
dal 1990 al 2008 la metà dell'aumento mondiale delle emissioni è stato prodotto dalla Cina; la Cina produce il 22,2% delle emissioni globali (1,9 miliardi di tonnellate di carbonio nel 2008), gli Usa producono il 18% delle emissioni (1,5 miliardi di tonnellate nel 2008).
Cina e Usa producono il 40% delle emissioni mondiali.
20 paesi producono il 75% delle emissioni mondiali e il 78% del loro aumento.
L'Italia è al 13° posto per emissioni totali di CO2 (119 milioni di tonnellate di CO2 nel 2008).


FONDAZIONE SVILUPPO SOSTENIBILE E KYOTO CLUB PER UN NUOVO TRATTATO SUL CLIMA
Cinque proposte da portare a Copenhagen per far svolgere all'Italia un ruolo da protagonista al vertice Onu sui cambiamenti climatici e arrivare al varo di un nuovo trattato sul clima.

La Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e il Kyoto Club le hanno presentato oggi a Roma in occasione di una Conferenza Stampa alla presenza di politici, rappresentanti dell'industria, dei sindacati, delle autonomie locali e delle associazioni. Le proposte prevedono l'assenza di ulteriori rinvii e la definizione di un Trattato legalmente vincolante; una riduzione delle emissioni di gas serra del 30% entro il 2020 rispetto al 1990 per i paesi più industrializzati; impegni di riduzione minori anche da parte dei paesi di nuova industrializzazione, in particolare della Cina; meccanismi di cooperazione internazionale per le misure di adattamento, per il trasferimento tecnologico e il sostegno dei Paesi in via di sviluppo; efficaci sistemi di controlli e sanzioni. "Per mantenere l'aumento della temperatura entro i due gradi -ha osservato il Presidente della Fondazione, Edo Ronchi - non si dovrebbero emettere in atmosfera dal 2000 al 2050 più di 1.000 Gton di CO2, ne abbiamo già emesse 313 e ce ne restano 687. Per rispettare questo "budget", la ripartizione della riduzione delle emissioni al 2020 potrebbe essere questa: -30% di CO2 per i paesi industrializzati, come proposto dalla UE; -25% per la Russia, -2% per la Cina, mentre l'India potrebbe aumentarle del 60%. Si tratta di una grande sfida ed è quindi necessario un nuovo trattato che coinvolga tutta la comunità internazionale". L'Italia da parte sua, per la crisi economica ma anche per le politiche per il risparmio energetico e lo sviluppo delle energie rinnovabili, ha visto, dal 2005, le emissioni di gas serra in costante diminuzione e quindi potrebbe centrare l'obiettivo di Kyoto nel 2012. Ma per essere pronta ad attuare il nuovo trattato e per svolgere un ruolo di traino nella trattativa sul clima, deve compiere un cambio di passo in otto azioni. In particolare dovrà definire con le Regioni un programma di sviluppo delle rinnovabili per realizzare l'obiettivo del 17% del consumo finale lordo; aggiornare gli incentivi; rimuovere gli ostacoli burocratici e tecnici per la diffusione delle rinnovabili; intervenire per l'efficienza energetica negli usi finali a cominciare dagli edifici pubblici; definire nuovi standard di efficienza energetica; rilanciare il programma "Industria 2015" per lo sviluppo delle imprese energetiche verdi e per i prodotti a basso impatto; definire un piano per la mobilità sostenibile; promuovere i consumi sostenibili e gli acquisti pubblici verdi.
"Il mondo politico e industriale italiano ha capito in ritardo la portata della rivoluzione industriale legata al cambiamento del clima e dovrà ora recuperare il ritardo?, ha detto Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. Ed ha aggiunto che "esiste ancora una finestra di 5-7 anni per ritrovare un ruolo di punta nelle tecnologie delle rinnovabili e dell'efficienza energetica; occorre recuperare la visione del cambiamento in atto per garantire la forza propulsiva necessaria".

venerdì 4 dicembre 2009

Copenhagen

United Nations Climate Change Conference in Copenhagen-COP 15
7-18 Dicembre 2009

Seal the deal!

Countdown to Copenhagen








La situazione è tutt'altro che risolta:

The rich-poor rift widens only days before the Copenhagen meeting
Big developing nations reject core targets for a climate deal, demanding richer nations to do more.

Rie Jerichow
03/12/2009 14:45

Just five days before the climate talks start in Copenhagen, China, India, Brazil and South Africa rejected a Danish draft that proposed halving global greenhouse gases by 2050, setting a 2020 deadline for a peak in world emissions and limiting global warming to a maximum two degrees Celsius above pre-industrial times, European diplomats say, according to Reuters.

"We cannot agree to the 50/50 (halving emissions by 2050) because it implies that... the remaining (cuts) must be done by developing countries," South Africa's chief climate negotiator Alf Wills tells Reuters, partly confirming the EU diplomats' comments.

Alf Wills makes clear that developing nations could change their stance if industrialized states tightened their carbon targets.

The carbon reduction offers are far below those recommended by The Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). It says that developed countries need to reduce greenhouse gas emissions 25-40 percent below 1990 levels by 2020, and 80-95 percent below 1990 levels by 2050, in order to provide a "reasonable chance" of averting warming beyond two degrees Celcius above pre-industrial temperature that would have significant risks of severe and irreversible impacts on human and ecological systems.

Yvo de Boer, Execute Secretary of the UN Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) agrees that the climate promises by industrialized countries are insufficient.
The emissions reductions offered by rich nations as a group "are not yet where science says they need to be if we're going to avoid the worst impacts of climate change," de Boer says according to McClatchy newspapers.

lunedì 9 novembre 2009

Post Kyoto guardando a Copenaghen..







Pre-scriptum: "Efficienza energetica e detrazioni 55%: è stata respinta dalla Commissione la possibilità di prorogare fino al 31 dicembre 2012 il bonus del 55% per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici, come previsto dalla Finanziaria 2008. Rimane quindi in vigore il limite del 2010". Questa, tanto per intendersi è la non politica per il risparmio e l'efficienza del nostro Paese. Una delle poche cose sensate degli ultimi anni non trova spazio nel Bilancio dello Stato.

CAMBIAMENTI CLIMATICI(ANSA) BARCELLONA 6.11.2009 -
L'ultima sessione negoziale della conferenza sul clima di Barcellona, convocata in preparazione del summit di Copenaghen di meta' dicembre, si e' chiusa questo pomeriggio, riferisce in una nota l'Unfccc, l'organismo Onu responsabile per il cambiamento climatico.

In chiusura dei lavori nella capitale catalana, il segretario esecutivo Unfccc, Yvo de Boer, ha lanciato un appello ai governi dei paesi Onu affermando che ''Copenaghen puo' e deve essere il punto di svolta nella lotta internazionale contro il cambio climatico. Una forte combinazione di impegno e compromesso puo' e deve fare si che questo accada'' ha aggiunto.

Secondo De Boer dei passi avanti sono stati fatti a Barcellona su diversi aspetti del negoziato. Ma, ha rilevato, ''pochi progressi sono stati fatti sui due punti chiave della riduzione delle emissioni a medio termine dei paesi industrializzati e sui finanziamenti che consentiranno ai paesi in via di sviluppo di limitare la crescita delle loro emissioni e di adeguarsi agli inevitabili effetti del cambiamento climatico''.

Qual è la posizione del nostro paese e come sta procedendo il Governo non è dato sapere.
UNFCCC