giovedì 30 aprile 2015

Panariello: a chi?

Circa un anno fa di questi tempi succedeva una cosa che ancora mi ferisce e mi imbarazza. Mi ferisce nella mente,  mi imbarazza come cittadino di una città che ha inventato la cittadinanza honoris causa ex ante, prima dei titoli o di aver dato prova di quello per cui uno dovrebbe meritarsela. Beneficiario speciale: Panariello.

Più o mneo l'anno scorso di questi tempi, il Consiglio Comunale in una delle sue ultime sedute era stato chiamato, senza che se ne sapesse nulla fino alla ricezione della convocazione del Consiglio stesso, a deliberare la cittadinanza onoraria ad alcuni funzionari della Regione e della Sorpintendenza (per il lavoro svolto per l'acquisizione al Comune del  San Domenico) e a Panariello per motivi ancora oggi non meglio identificati. Tra questi ricordo benissimo però il fatto che, oltre ad aver eletto Sangi come sede fissa (?) delle prove dei propri spettacoli, il nostro avrebbe messo su uno spettacolo da lì a pochi mesi, nell'ambito dell'estate sangimignanese 2014, il cui ricavato sarebbe stato interamente devoluto ad un'azione benefica, in particolare al progetto Casa Sara.

Al di là delle proteste dei consiglieri sulla forma, fino all'ultimo non eravamo stati avvisati su di un atto così importante per un Consiglio Comunale, ciò che mi faceva arrabbiare era l'incosistenza delle motivazioni. Passi, ma anche qui mi tornava poco, la cittadinanza a dei bravi funzionari che avevano oggettivamente preso a cuore un tema come quello dell'ex carcere e lo avevano fatto proprio, lavorando alacremente per raggiungere l'obiettivo. Poi effettivamente conseguito. Piccolo particolare: come dirigenti erano pagati per quello dalle rispettive amministrazioni. Ma tant'è. 

Ma Panariello proprio non si digeriva: provai a far rinviare almeno a dopo questo annunciato “spettacolo in piazza” la delibera della cittadinanza onoraria. No, no e no. Andava fatta in tutti modi. Quindi dopo aver battagliato fino a tarda notte mi dichiarai contrario all’operazione, che non si reggeva, pensando di poter contare nella maggioranza di questa opinione all'interno del mio gruppo consiliare, quello che poi doveva alzare la mano. Come capo gruppo consiliare, dissi altrettanto nettamente che comunque avrei rispettato l’espressione del gruppo stesso, e che se non c’era unanimità si votasse. Con mia sorpresa andai sotto!
Credo responsabilmente, per come mi hanno insegnato a stare in una comunità politica e nelle istituzioni e sebbene incazzatissimo, deluso e mortificato, dissi che avrei rispettato il voto del mio gruppo, sarei andato in Consiglio a votare ma che non avrei parlato come capo gruppo, lasciando la parola ad altri, marcando il mio dissenso sedendomi nell’ultimo banco del nostro gruppo e che non avrei partecipato alla cerimonia di consegna delle cittadinanze che sarebbe seguita immediatamente dopo il voto. Cose che puntualmente feci.

Oggi a distanza di un anno mi sono chiesto cosa avesse prodotto quello spettacolo, così tanto importante che poi, effettivamente, si tenne nell’estate 2014 in piazza.
Con mio stupore risulta che nessuna cifra sia stata devoluta dall’incasso, perché così era stato stabilito fin dall’inizio (???) ma solo l’esiguo ammontare di 181 euro, circa, frutto della benevolenza degli invitati dall’organizzazione al welcome drink prima dello spettacolo. Presumo pure a gratis, come si usa in queste circostanze, ma potrei sbagliarmi e comunque poco importa.
Vi lascio immaginare l’incazzatura, che a distanza di un anno assume i contorni nitidi e brucianti della presa in giro.

PS: il 10 gennaio 2015 assieme a due carissimi amici, più grandi di me, e a tanti che poi hanno partecipato, abbiamo celebrato il decennale della scomparsa di Manetto, il nostro allenatore di  calcio di quando s’era ragazzi. Partitella a Belvedere, poi cena alla Mandragola. Presenti circa 50 persone tra ragazzi dal 1974 al 1978 con rispettive mogli, figlioli e fidanzate. C'era anche qualche pinzo naturalmente. Oltre al costo della cena, fissato in 20 euro, c’è entrato di mettere da parte anche una somma da devolvere in benefic
enza. Che la famiglia ha deciso di destinare, meritoriamente, al progetto Casa Sara. Sapete a quanto ammonta la cifra? 253 euro e spiccioli. Panariello??? Ma va ia va ia va ia….
Ad maiora.

mercoledì 22 aprile 2015

L'imbarazzo del silenzio sul codice etico

Se quanto sta accadendo sull'Italicum è (almeno per me) incomprensiibile, quello che trovo davvero imbarazzante è che una rottura di tale portata avvenga sulla legge elettorale, mentre su altre questioni che ci dovrebbero preoccupare di più e tutti, maggioranza ed opposizione interna, nessuno o pochissimi dicono nulla.

Mi riferisco al fatto di come si stia abbassando la soglia di attenzione del Pd verso l’etica della politica.
Qui vorrei fare alcune considerazioni veloci.
Se l’evasione e la corruzione, dunque l’illegalità, sono uno dei principali grandi problemi del nostro Paese, allora il Pd deve essere conseguente. A partire da casa sua.

C’è un tema gigantesco, di cui ho già scritto qui, e di cui si parla pochissimo: il nostro Codice etico interno, sbandierato giustamente (io ero tra quelli) nel momento fondativo del partito, non solo spesso viene disatteso ma, fatto ancor più grave, non è neppure al passo con le sopravvenute leggi italiane (vedi la Severino su tutte: che sospende dall’incarico i condannati in primo grado, senza distinzione di reato, mentre noi consentiamo la loro candidatura alle primarie).Non cito poi i numerosi inquinamenti dello strumento (formidabile, ma da maneggiare con cura e soprattutto con regole) delle Primarie. Il tutto unito ad un certo "sesto senso" che vorrebbe una tacita assuefazione a questo andazzo...

Il punto è: è giunta l’ora di farla finita, di smettere di far finta di non vedere.
A meno che non si voglia diventare come Forza Italia, che spesso ha candidato gente impresentabile. Smettendola di baloccarci con il “partito della nazione”, che si sostituisce alla mancanza di una destra di sistema in Italia. A quale scopo? Per copiarne magari anche i peggiori difetti, come quelli delle dubbia etica di certe candidature?.

Non vorrei che si pensasse che siamo destinati a fare l’abitudine a candidati con inchieste giudiziarie, a gente che rischia di essere sospesa dall’incarico un minuto dopo che è stata eletta.La politica non è un obbligo. E rimando alla parte finale di questo mio post, per chiarire come la penso su questo.

E non si usi l’argomento del “siamo un partito grande, qualcosa può sfuggire”, perché non attacca.
Proprio questa grande forza ci impone tutt’altro!
Ci impone più controllo, più rigore, più etica di tanti altri.
Ce lo impone a maggior ragione la responsabilità che in questa fase politica grava principalmente sulle spalle del partito democratico, che proprio per questo deve essere al di sopra di ogni sospetto.

Credo, come ho già scritto, che dai “mitici territori” si dovrebbe alzare un appello forte al Pd nazionale a fare sul serio su questo punto, a partire dal rivedere il nostro Codice Etico, per finire col regolamentare seriamente una volta per tutte anche lo strumento delle Primarie.
Un appello, insomma, forte e chiaro, a toglierci, tutti, dall’imbarazzo.
Non ho fondato il Pd per il grigiore e l’imbarazzo, ma per la chiarezza e l’orgoglio di una forza sì di carattere nazionale, progressista e di sinistra. Non voglio assistere a questa che sembra una silenziosa mutazione: ho e abbiamo altri valori. Che son quelli che in parte ci derivano dalla nostra storia politica, dall’altra da un tratto generazionale di chi si è formato alla politica con gli scandali di mani pulite e delle stragi di mafia di inizio anni ‘90. E che non si rassegna a fare l’abitudine a questa roba.

Incomprensibili sull'Italicum


Quello che vedo, leggo e ascolto sull’Italicum è abbastanza incomprensibile. Mi domando che maggioranza fosse quella che reggeva il partito allora, oggi divenuta minoranza.
Quello che penso sull’Italicum l’ho già scritto qui.

Per quelle ragioni, trovo strumentale questa forzatura, questo muro contro muro. L’obiettivo non è la democrazia, diciamocelo, è Renzi. Che ha mille difetti. Che è andato al governo come c’è andato.
Che sul partito, la sua forma ed il suo stare insieme sta facendo zero, esattamente come il suo predecessore Bersani, ma che sta facendo almeno quello che, tra le altre cose, avevamo proposto in campagna elettorale nel 2013: dare all’Italia una nuova legge elettorale dopo quasi 10 anni di traccheggiamento. E di farlo con la più ampia condivisione possibile. 

Oggi, dopo averla votata al Senato, la minoranza si comporta come Forza Italia. Che l’ha votata al Senato ma la rinnega alla Camera per lo “sgarbo” subito (a detta loro) con l’elezione di Mattarella. La forzatura prodotta dalla minoranza ha portato alla sostituzione dei parlamentari in Commissione (brutta pagina).
Ma va anche detto come sia impensabile non rispettare la volontà – prodottasi democraticamente – della maggioranza, così come la discussione avvenuta all’interno del Partito (ripeto per l’ennesima volta che quella discussione ha portato migliorie significative proprio grazie al lavoro della minoranza). Altrimenti meglio essere più onesti e conseguenti: dimettendosi dal Parlamento, mica dal Pd. E questo deve valere sempre: che ci sia Renzi o Bersani leader. 

Se non si rispetta questa regola allora chiudiamo bottega, in attesa che qualcuno trovi altri versi per tenere insieme un partito. L’effetto di tale forzatura, invece, è stato quello di mettere sotto attacco Renzi (che non fa nulla per meritarsi carezze), scatenare le opposizioni che non aspettavano altro per spettacolizzare, ridurre al lumicino le forze (in senso letterale) che sosterranno in Parlamento questa nuova legge. Con una ipocrisia di fondo non minore a quella dimostrata da Forza Italia. Spero proprio che la minoranza ci ripensi e che il governo non metta la fiducia. Sarebbero entrambe incomprensibili. Avrei trovato, invece, più comprensibili battaglie, anche aspre, su jobs act, riforma costituzionale o sul peggioramento dell'etica politica nel nostro partito. Ma di quest'ultima parlo in un altro post.

martedì 21 aprile 2015

La società (e l’Unione?) dell’impotenza



Due terzi dei libri che ho letto in questi anni, soprattutto saggistica, dicono la stessa cosa: questo sarà il secolo dell’acqua, dell’energia – dunque del clima -, della fame, della migrazione. C’è dunque di che preoccuparsi. Ma c’è anche di che vergognarsi di fronte ai flussi migratori di questi giorni, mentre dovremmo cominciare a dire di questi anni. Che  investono soprattutto le nostre coste, ma che investono il cuore dell'Unione Europea.

Mi domando, sinceramente, cosa posso fare. Altrettanto onestamente la risposta è desolante: poco. Soprattutto come singoli. La sensazione che ha il sopravvento è sempre quella: impotenza. Come di una società dell’impotenza. Che è quella che viviamo. Non ne faccio né una questione di destra o di sinistra né una questione di buonismo o di celodurismo. La risposta è sempre quella: ben poco.

Poi penso che, invece, almeno una cosa si possa e si debba fare: sforzarci almeno di restare umani.
Non partecipare al banchetto dell’invettiva sui social network, dell’insulto più o meno razzista, delle soluzioni da ‘quattro soldi’, dell'apertura di bocca a vanvera (es: si parla di blocchi navali, di accordi con il governo libico dimenticando il piccolo particolare che il governo lì non controlla il Paese e che, non a caso, c’è un mediatore che sta tentando con le varie parti in causa di metterlo su un governo..).
Restare umani significa domandarsi perché questo avviene, cosa spinge queste persone a mettersi in mare aperto. Significa anche ribadire che prima viene un dovere di salvare chi è in mare, poi domandarsi da dove viene e dove vuole andare. Significa non confondere la giusta guerra agli scafisti-schiavisti con la guerra ai naufraghi. Significa non ricadere nel circolo pericoloso delle guerre occidentali esportatrici di democrazia (per inciso: la Libia l'abbiamo bombardata nel 2011 e anche questi sono i risultati).

Poi c’è quello che dovremmo fare tutti insieme. Condivido moltissimo quanto scritto da Bill Emmott oggi su La Stampa. Non viviamo solo la società dell’impotenza, viviamo anche l’impotenza dell'Unione. 
Confesso: sono uno di quelli cresciuti col ‘mito’ dell’Europa unita, del sogno europeo. Tanto che in diritto comunitario mi ci sono laureato. Ma non da oggi, di fronte al dramma dell’immigrazione ed all’incapacità di azioni comuni, all’inconsistenza di una politica europea comune, il ‘mito’ vacilla e non poco. 
Mentre gran parte della risposta, invece, passa ancora da e risiede ancora lì: nell’Unione Europea. In una sua politica. In un continente che si è messo insieme dopo due guerre in cui ha trascinato per due volte il mondo intero, unendosi sui valori della pace, del riconoscimento dei diritti dell’uomo, del rispetto reciproco e sull’abbattimento delle disuguaglianze. Una rifondazione dell’occidente ed una rinnovata civiltà. Oggi s’è persa questa bussola e stiamo ancora cercandola. Al di là dei quattrini che tutto questo ci costerà, delle azioni che ne seguiranno, sento che l’urgenza nell’urgenza è di ricostruire questa coscienza: una coscienza europea, comune. Da soli siamo niente. Se ogni Stato continuerà a fare da sé di fronte ai mutamenti del secolo, avranno sempre la meglio i Salvini di turno in tutta Europa. E non governeremo proprio un bel nulla.

giovedì 9 aprile 2015

Sentenza Diaz: la vergona e la non sorpresa



La sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo nei confronti dell’Italia, per il comportamento tenuto dalle forze dell’ordine durante l’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001, non mi ha sorpreso.

E la non sorpresa sta nella valutazione oggettiva e documentata che ogni cittadino più o meno ‘medio’, come si usa dire, può aver svolto di quei fatti.
La non sorpresa riguarda anche il fatto che in Italia non esista il reato di tortura.
Lo sapevamo. Purtroppo.  

Non siamo un Paese normale, ancora.
Troppo vorremmo esserlo.
Tanto ancora dobbiamo fare, tutti, per diventarlo.
Siamo ancora un Paese che vive di troppi buchi neri, troppe sospensioni della democrazia, troppe violazioni di diritti umani.  Con una macchia in più: troppe volte quelle stesse forze dell’ordine che combattono sul territorio la criminalità, la mafia e la criminalità organizzata, che catturano boss e latitanti pericolosi, che difendono i cittadini contro la micro criminalità sono anche quelle (non tutte sia ben chiaro e lo sappiamo, senza ipocrisia) che si macchiano di questi atti vergognosi, disumani.
Possibile che chi è preposto alla tutela dell'ordine e alla garanzia della sicurezza, possa essere sovente il primo a non essere garante di sicurezza, rispetto e diritto? Serve più rispetto, più diritto, più giustizia. Serve più Stato in una parola. E lo Stato non è fatto solo di politici, vorrei ricordarlo, tutt’altro!

Ciò che invece mi ha sorpreso, e tanto, è ancora una volta un dibattito piccolo piccolo, tutto all’italiana, tra sostenitori e non delle forze di polizia. Contro le quali, sia chiaro, personalmente non ho niente. Ma messa così è la solita partita tra “tifosi”, gli uni da una parte gli uni dall’altra , tra chi è più o meno cattivo. Che idiozie. Ho sentito addirittura dire, ieri sera in tv da Salvini se non sbaglio, che l’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento, dopo 30 anni (metteteli in fila 30 anni!) dall’approvazione della Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli inumane e degradanti, ratificata dall'Italia nel 1988, sarebbe addirittura un atto contro le forze di polizia. O come si fa a dire queste boiate?

La discussione e l’esame della proposta di legge per l’introduzione del reato di tortura è in realtà iniziata da qualche settimana in Parlamento. Il testo puntualizza i presupposti per l’esistenza di questo reato recependo le indicazioni della Convenzione ONU del 1984.
La norma prevede che potrà essere incriminato del reato di tortura chi, con violenza o minaccia cagiona intenzionalmente a una persona a lui affidata o sottoposta alla sua autorità acute sofferenze fisiche o psichiche al fine di ottenere informazioni o dichiarazioni.
Se a torturare sarà un pubblico ufficiale, scatterà la pena aggravata fino a 12 anni. 

Qui si renderebbe necessario un “pippone” storico e giuridico, per il quale non c’è spazio.
Ma chi parla di atto contro qualcuno, nell’introdurre questa fattispecie di reato, e non di passo in avanti e di civiltà (come io credo invece che esso sia), dovrebbe almeno conoscere di che si tratta. Ed in particolare del fatto che proprio la discussione alla Camera, rispetto al Senato, stia apportando correttivi per evitare situazioni di strumentalizzazione del reato.

Per farla breve (dalla relazione di maggioranza): alla Camera, anche alla luce delle audizioni svolte, è parso opportuno rivedere l’impostazione del Senato per meglio individuare le specificità di questo nuovo reato, che non deve essere considerato come una sommatoria di reati già esistenti, quanto piuttosto un qualcosa di nuovo e con un disvalore proprio. La tortura è dunque configurata come un reato comune (anziché come un reato proprio del pubblico ufficiale), caratterizzato da un elemento soggettivo rafforzato dall'avverbio «intenzionalmente» e dal dolo specifico. La condotta si esplica attraverso la violenza o minaccia ovvero la violazione degli obblighi di protezione, cura o assistenza. Il reato è di evento dovendo la condotta comportare acute sofferenze fisiche o psichiche.
L'esigenza di specificare in dettaglio la condotta è stata evidenziata anche dal Capo della polizia, il Prefetto Alessandro Pansa, che in audizione ha manifestato preoccupazione per le strumentalizzazioni che potrebbero esservi a danno delle forze di polizia in caso di fattispecie generica. Oltre a rendere più determinata la fattispecie rispetto al testo del Senato e quindi anche per evitare il paventato rischio di strumentalizzazioni, si è introdotta nel testo una clausola di chiusura, che peraltro è prevista espressamente dalla Convenzione ONU, secondo cui la sofferenza deve essere ulteriore rispetto a quella che deriva dall'esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti. L'esigenza di descrivere dettagliatamente le modalità della condotta è stata anche evidenziata dal professore Tullio Padovani, il quale ha sottolineato come non si possa pensare alla fattispecie del reato di tortura puntando solo sull'evento, occorrendo al contrario fare riferimento alla violazione dei propri obblighi di protezione, cura o assistenza. Rispetto al testo del Senato, accogliendo un suggerimento del professore Francesco Viganò, si è eliminata la connotazione di gravità della violenza o della minaccia, in quanto la gravità deve essere propria dell'evento, potendosi configurare una violenza non grave, come, ad esempio, piccole scosse elettriche, alla quale conseguono gravi sofferenze.

Ora, concluso il “pippone”, si capisce bene come si apra bocca e si lasci andare.
E questo fa tristezza. Come fanno tristezza e, aggiungo, rabbia, i fatti di Genova.
Nell’attesa che il Parlamento faccia il suo mestiere (circa 30 anni dopo…), aspetto un Paese normale: dove i processi si dovrebbero fare nelle aule di tribunale e non coi manganelli in mano, dove la giustizia che funziona è quella che mi arresta se sono in flagranza o ho commesso un reato, mi porta in tribunale, mi tutela anche in questa fase e poi mi sottopone a giusto processo; dove  l’ultimo dei poveracci, come siamo noi, abbia le stesse garanzie del notabile di turno; un Paese in cui mi possa fidare senza alcun dubbio di chi è preposto, anche, alla mia sicurezza. Un Paese dove, ogni tanto, anche senza condanne di tribunali, qualcuno chieda scusa, un “forse abbiamo sbagliato”, un “forse c’è stato qualche eccesso” (per usare un eufemismo). Dove sono Silvio, Fini e Scajola che in quei giorni ci raccontavano che era tutto a posto ed i black block erano stati “domati”, mentre in realtà forse furono gli unici che non ne buscarono?

Genova è stata e resta una vergogna clamorosa e gigantesca per l’Italia.
Non serve essere di sinistra o di destra per affermarlo.
Basta essere umani.

venerdì 20 marzo 2015

Il ballo dei Lupi senza disciplina e senza onore



Penso semplicemente che il Ministro Lupi farebbe bene a dimettersi. E, almeno a quello che ho sentito stamani in radio, è quel che farà. Un sussulto di pudore. 
Non è indagato, ed è innocentissimo. Ma non è un cittadino qualunque. Chi fa politica e, soprattutto, rappresenta lo Stato e le istituzioni democratiche, queste cose le sa o, almeno, dovrebbe saperle.
E’ intollerabile ed inammissibile che la difesa di una struttura tecnica (per quanto di missione!) e del suo massimo dirigente, tale da minacciare addirittura la caduta di un Governo, siano preminenti rispetto al diritto dei cittadini ad avere un’amministrazione dello Stato economica, efficace, efficiente ed imparziale. In altre parole, che la difesa di un dirigente e della sua struttura tecnica venga prima dell’interesse generale di non vedere sprecati ed impastoiati i soldi dei contribuenti. Per non dire del tanfo del “piacerino” di Stato ai soliti (ed amicissimi) noti.

Non si tratta né di moralismo, né di giustizialismo. Per me Lupi non ha compiuto reati. Ma ha fatto quello che un politico che ha funzioni pubbliche e rappresenta le istituzioni non deve mai fare. Per questo è bene che se ne vada e alla svelta. E’ bene che lasci perché, anche se non indagato ed onestissimo, è venuto meno, in qualità di cittadino a cui sono affidate funzioni pubbliche a quello che chiede la Costituzione (art. 54): che impone ai cittadini come lui “il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Lupi, da Ministro, ha pure giurato su questa roba.

Non c’è più, da quello che si è letto, né disciplina né onore.
Restano solo due parole ed un aggettivo: opportunità e responsabilità politica.
Fare politica, occuparsi dei cittadini e della cosa pubblica, rappresentare le istituzioni (che sono costate sacrifici e sangue perché fossero davvero di tutti) è una cosa serissima.
E farlo non te lo ordina il dottore. E se non c’è più disciplina e onore, tra difese di dirigenti che hanno fatto il loro tempo, di sudditanza della politica alla burocrazia, rolex per scandire il tempo di meccanismi oliati sempre dai soliti, abiti regalati per far bella figura, viaggetti, lavoretti e collocamenti di figli e figliastri, si può andare tranquillamente a fare altro. Verrà un altro Ministro, non ci preoccupiamo.

***
A ben vedere, smaltita l’incazzatura nel dover assistere ancora oggi a queste cricche, ci sarebbero da fare almeno un paio di considerazioni.

La prima. Chi si occupa un po’ di infrastrutture non può fare a meno di notare come la sudditanza della politica alla burocrazia sia diventata emblematica. In cui l’indirizzo politico non indirizza proprio un bel niente a livello centrale, anzi si fa dettare l’agenda (i programmi politici?) da chi ha in mano la storia più o meno recente delle grandi opere in questo Paese. In questo una legislazione farraginosa e instabile, dà una mano incredibile. Proprio quella legislazione prodotta da quell’indirizzo politico così debole. Una delle più colossali prese per il culo italiane è il Codice degli appalti. Miliardi di articoli, dal 2006 ad oggi, cambiati dal Legislatore più di 600 volte. E ancora non è finita, perché ancora c’è da adeguarsi alle più recenti direttive europee. Risultato? Un sistema che non funziona. E a dimostrare che non funziona è lo Stato stesso che, guarda un po’, quando deve appaltare grandi opere va a trattativa privata. Poi se i costi aumentano e in tanti ci mangiano qualcuno pagherà. Così come non può essere taciuto il fallimento della legge obiettivo, 2001, e dei relativi allegati infrastrutture alle varie leggi di stabilità. Nata anche con uno scopo  nobile (individuare la opere infrastrutturali strategico di interesse nazionale), stabilendone priorità, procedure , tempistiche e modalità di finanziamento si può dire che ha fatto flop. Si sono riempiti gli Allegati infrastrutture, regione per regione, di opere, illudendo piogge di miliardi che non sono arrivati, creando una struttura tecnica di missione alle dirette dipendenze del Ministro e sganciata dalla direzione generale del Ministero. Struttura che peraltro, è il caso di dirlo dopo quello che si legge, ha smarrito ben presto la sua missione. Leggi più chiare, trasparenza assoluta, semplificazione procedurale e turn over dei dirigenti possono dare una mano ad invertire la rotta? Chi può dirlo. Ma è chiaro come oggi l’inerzia ed il grigiore non possano essere una risposta. E poi c'è la gigantesca questione culturale che deve accompagnare questo processo di cambiamento. Se non si parte dall'educazione, dalla formazione alla legalità tutto si ridurrà al clamore mediatico. Ma poi, spenta la tv o la sbecerata su facebook, ognuno tornerà bel bello a fare cme faceva prima. Tanto cosa vuoi che succeda? (Invito a leggere "Lettera a un figlio su Mani pulite" di Gherardo Colombo, tanto per farsi un'idea).

La seconda. Riguarda inevitabilmente la politica. Bene Cantone all’Autorità nazionale Anticorruzione. Ma non basta. In attesa che arrivi il sol dell’avvenire in questo Paese, quando cioè sarà culturalmente un valore condiviso il rispetto delle regole, soprattutto tra quelli con responsabilità pubbliche, è intollerabile e fastidioso per il comune cittadino il tentennare su alcuni passaggi decisivi. E questo tentennare riguarda sia il Governo sia il Parlamento. Il “daspo” ai corrotti che fine ha fatto? Il falso in bilancio? La stessa modifica del codice degli appalti, a quando? La legge anticorruzione che langue da due anni in Parlamento? Sono abbastanza stufo di vedere, tra i vari balbettii, ogni tanto anche il PD. Per quel vizio che ho di guardar bene in casa mia prima di parlare degli altri, lo trovo inaccettabile. Ci sono dei valori, etici, morali e politici che stanno alla base di un partito come il nostro, per cui l’abbiamo fondato, sui quali non si può tentennare. Certo: ora lo sport nazionale è dare la colpa al PD di ogni cosa e sappiamo che così non è (anche se noi ci mettiamo del nostro: prima la smettiamo di governare con Ncd e gli altri meglio è, ad esempio), ma in Parlamento e al Governo ci sono soprattutto le nostre bandiere (e come ci siamo andati è un'altra pagina trsite). E allora basta. Perché se no arriva il sospetto che le primarie in Liguria e i De Luca in Campania non siano clamorosi scivoloni, ma un arretramento culturale e politico per me inaccettabile. Io non ci sto a passare a prescindere per il “partito facilita corrotti”, perché ho fondato questo partito con milioni di persone con tutt’altro ideale: quello di mettere insieme le esperienze migliori delle politiche riformatrici delle culture socialiste, comuniste, del cattolicesimo democratico e del moderno ambientalismo per cambiare il quadro politico ed istituzionale di questo Paese sulla base dei valori di quelle culture. Valori che affondano le loro radici nella legalità, nella moralità della politica, nel rispetto delle istituzioni e saldamente ancorati al dettato costituzionale.  Non prendiamoci più in giro: se non ha le caratteristiche della necessità ed urgenza la corruzione in questo Paese, tale da giustificare una decretazione d’urgenza da parte del Governo, allora davvero che vincano i Lupi e i loro balli. Ma che governino da soli.

***
In conclusione due riflessioni personali:
1) - Sempre guardando in casa nostra: il codice etico del PD va cambiato all’art 5 commi 1 e 2. Neppure gli indagati, anche se non ancora rinviati a giudizio,  possono essere candidati, altro che i condannati non ancora con sentenza definitiva. Poi, alla fine delle indagini, se dimostrano di essere a posto sarei anche disponibile a scrivere una norma che garantisca a queste persone la candidatura “di diritto” alla prima tornata elettorale utile…ma fino ad allora non scherziamo. Anche qui: non è né moralismo ipocrita né falso garantismo. È opportunità e responsabilità politica. Ripeto: se no si può benissimo andare a fare altro. La politica non è un obbligo per nessuno, tanto più l'assumere funzioni pubbliche. Non sarebbe male se dai “mitici” territori venisse una raccolta firme per la sua modifica rivolta al PD nazionale.

2) - la mia prima esperienza romana per conto della Regione è stata proprio al MIT, alla Struttura Tecnica di Missione, il 20 luglio 2010, variante di valico dell’A1, bretella di Firenzuola. Davanti a me Ercole Incalza. Ne sono seguite altre presso lo stesso MIT e presso la struttura tecnica di missione, perché era parte del mio lavoro e perché la Toscana ha aperte partite infrastrutturali importantissime ma vittime di questi meccanismi da “balla coi lupi”. Qualche amico mi ha chiesto che impressione ne avessi. Ovviamente di nessun illecito dalla mia parzialissima visuale. Ma da ragazzotto di campagna, al di là di una cordialità esemplare, la sensazione è sempre stata quella del perpetuarsi di un tempo passato. Che era bene terminasse.

lunedì 16 marzo 2015

Salvare la Pro Loco, senza sproloquio



In questi giorni si discute del futuro della Pro Loco e, soprattutto, della capacità/possibilità di continuare a gestire l’ufficio turistico tramite la turrita associazione.
Non sono d’accordo con chi dice che questo stia avvenendo nell’indifferenza generale. C’è chi se ne sta occupando (l’Amministrazione comunale, qualche associazione di categoria, alcuni associati alla stessa Pro Loco) cercando di trovare una soluzione.
Semmai, a me pare, quello che non c’è ancora è una consapevolezza piena e diffusa, soprattutto nel mondo turistico e del commercio, delle opzioni in campo con le relative conseguenze.
Non è il problema di andare a gara. Di gare se ne fanno tante, anche per aspetti e servizi forse più importanti.

Il tema su cui discutere semmai, e su cui poi decidere, non è tanto se avremmo ancora un ufficio turistico, ma come lo vorremmo anche in futuro e gestito da chi.
Ebbene, tra il modello della gara con offerta del servizio ad un soggetto miglior offerente, ed il modello attuale, quello gestito dalla locale associazione  Pro Loco, non ho dubbi: ad oggi preferisco il secondo. 
Cioè quello che garantisce due caratteristiche importanti: quella della pubblicità (si risponde all’interesse pubblico che, nel caso di specie, è fare l’interesse dell’intero settore turistico locale e non solo di quello che “tira” di più) e dell’universalità (la Pro Loco serve a tutti, ci si accede tutti, collabora con tutti e non solo con chi paga ed offre di più).

Sulla base di queste due caratteristiche ed in considerazione della natura del servizio offerto a San Gimignano ed agli operatori (in larga parte gratuito), ed in considerazione della grandissima dispersione sia numerica sia in termini di interessi contrapposti dei privati che operano a San Gimignano nel turismo, una gestione esterna vedrebbe concretizzarsi il rischio di un soggetto volto più a promuovere ciò che può generare profitto, che ciò che davvero serve alla nostra città. Così come una gestione tra soli privati, oltre a prestarsi alla medesima possibile distorsione rischia di fallire, laddove nel recente passato altre esperienze hanno già fallito. 
In più: la crisi ha dimostrato che è tempo di unire le forze, pubbliche e private, perché il “fai da te”, ognuno per il suo settore, oltre a non pagare non è più sostenibile.  Serve dunque continuare con l’impegno pubblico per la promozione di San Gimignano, a prescindere dal tipo di collaborazione e dalla forma giuridica.
Così come occorre, non ci giriamo intorno, che le partita iva e gli operatori turistici, dall’alberghiero all’extra alberghiero, dall’agriturismo al commercio al dettaglio concorrano alla sostenibilità della gestione dell’ufficio turistico. I dati sull’adesione alla Pro Loco del nostro sistema sono a dir poco imbarazzanti. Se va bene, appena un terzo degli operatori. Nonostante ciò la Pro Loco, al netto della contribuzione massima possibile del Comune, recupera con i propri servizi e le attività associative oltre l’85% dei propri costi. Possibile che non si riesca (voglia) a coprire con il mondo imprenditoriale quel 15% di costi?  Basterebbe una quota associativa sottoscritta da parte di tutti per colmare già di molto il divario. Impossibile farlo?

Si dice, correttamente, che non tutti gli operatori hanno le stesse esigenze. Lo sappiamo.
Così come sappiamo delle diverse tipologie di attività che costituiscono il variegato mondo turistico sangimignanese: l’esigenza dell’albergo non può essere quella del negoziante di souvenir. Ri-siamo d’accordo. Così come non sfugge la richiesta di un ulteriore salto di qualità degli operatori della Pro Loco, che pure già oggi fanno un gran lavoro e che, da qualche mese, sono anche part-time a causa delle difficoltà economiche. Ma risiamo lì. Senza la contribuzione di tutti, mondo turistico sangimignanese compreso, ri-siamo punto e a capo. Senza colmare le (tutto sommato relative) difficoltà economiche causate soprattutto dalla fine di diverse attività a pagamento che l’ufficio predisponeva (es: il cambio valuta, la pubblicità sulle carte cittadine), ri-siamo al cane che si morde la coda: niente sostenibilità, niente salto di qualità, meno servizi, orari di apertura ridotti e più danni all’immagine e all’intero settore.

E invece, per finire, dovrebbe essere proprio ora il momento di dimostrare che a questa città si può anche dare, invece di prendere e basta (come spesso accade in verità). Proprio ora che anche la legge regionale di riordino delle competenze delle province (in attuazione della Legge “Del Rio”), affida ai Comuni “le funzioni in materia di turismo, a esclusione della formazione professionale degli operatori turistici e della raccolta dei dati statistici” e che tali “funzioni …sono trasferite ai Comuni, che le esercitano obbligatoriamente in forma associata, negli ambiti di dimensione adeguata di cui all’allegato A alla l.r. 68/2011. La funzione è esercitata mediante convenzione tra tutti i Comuni dell’ambito di dimensione territoriale adeguata ovvero mediante unione di comuni”.
Cioè, per uscire dal burocratese, proprio quando si riapre la possibilità di una promozione/valorizzazione/gestione turistica in capo ai comuni, seppure in forma associata.
Ora: se pensiamo alla Val d’Elsa, con tutto il rispetto per i nostri comuni limitrofi, chi volete che possa candidarsi, anche forte dell’esperienza sviluppata in questi lunghi anni dall’ufficio turistico gestito dalla Pro Loco, a fare il capo fila di una simile evoluzione? Chi volete che abbia capacità, competenze, esperienza, numeri e anche la voglia (oltre all'interesse) di tirare le fila di questo discorso? Tocca a noi, a San Gimignano, mettere le proprie competenze a disposizione della Val d'Elsa. Per essere la porta della Val d’Elsa ed il soggetto che tiene a sistema la nostra area. Non si tratta di farci pagare dagli altri comuni il gap di cui abbiamo detto. A quello dobbiamo pensarci da soli, come ho provato a spiegare: il pubblico (che già lo fa per intero) e il privato (che lo fa in parte, come abbiamo visto dai numeri). Si tratta, ancora una volta, di unire le forze, per il bene della promozione turistica di San Gimignano e della Val d’Elsa.

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PS: per la cronaca sono in conflitto di interessi. Sono socio Pro Loco, ho un affittacamere con ditta individuale dal 1999, pago da sempre la quota associativa all’associazione, così come da sempre pago il canone alla Pro Loco per essere ospitato sul portale sangimignano.com (che fa migliaia di contatti e che è l’unica forma di promozione che ho lasciato in piedi quando ho ridotto ad una sola camera con bagno la mia attività), così come ho sempre pagato, ad esempio, la quota associativa per le luminarie natalizie, per dirne una, anche quando sotto casa mia le luci non ce le mettevano, nemmeno nella piazza in cui svolgo l’attività. Certo un po' dspiaciuto, ma senza lamentarmi troppo. Anzi con l’orgoglio e la convinzione che, almeno finché è sostenibile l'operazione, si debba ogni tanto anche dare a questa città, senza prenderne soltanto.