Avrei votato senza
problemi il ddl Cirinnà, frutto già di una buona mediazione. Alla fine
di tutto, però, quello che mi interessa di più è che seppure dopo
cronico ritardo e stucchevoli tatticismi, finalmente la legge che
istituisce per la prima volta in Italia “l’unione civile tra persone
dello stesso sesso” ci sarà. E ci sarà come “specifica formazione
sociale” sulla base dell’art. 2 della Costituzione. Insomma: si allarga
il campo dei diritti, fino ad oggi colpevolmente rinchiuso nel nostro
Paese.
Non mi iscrivo né al partito dell’esaltazione della
vittoria, né a quello del piagnisteo continuo che non va bene nulla.
Penso che la legge passata al Senato sia la migliore possibile alle
condizioni date nel Senato della Repubblica italiano oggi, nell’anno del
Signore (è il caso di dirlo…) 2016.
Avrei voluto tutto e di
più, il meglio e il bene, lo avrei voluto ben prima e non oggi, e in tal
senso ho e abbiamo presentato negli anni scorsi assieme ai colleghi di
Sel anche atti politici nel nostro piccolo Consiglio Comunale rivolti al
Parlamento perchè intervenisse, di comunque colore esso fosse stato,
prima di averne viste di tutti i colori in questi giorni.
Ma se è
vero che per me che la politica si nutre di valori e di ideali
(smetterei quando non ne trovassi più), ho ben imparato, frequentandola
da molto vicino, come essa sia davvero l’arte del possibile. E come
spesso il meglio sia nemico del bene.
Credo che dopo quello che
si è visto al Senato perdano un po’ tutti gli attori in campo, senza
scampo per nessuno. Compreso il mio partito.
Avanzano solo i diritti, almeno e per quanto in ritardo. Meno male.
Perché mi pare che si dimentichi che a breve, dopo il passaggio alla
Camera, avremo finalmente l’estensione alle coppie omosessuali di tutti i
diritti del matrimonio civile, dalla residenza comune alla
reversibilità della pensione, dal diritto di subentrare al contratto di
affitto alla possibilità di decidere la comunione dei beni, dalla
decisioni da prendere in materia sanitaria all’accesso a congedi
matrimoniali, assegni familiari e graduatorie pubbliche. E via così per
le convivenze di fatto.
Prima non c’era nulla di tutto questo, tra breve ci sarà. Ho l'amaro in bocca per come ci siamo arrivati.
Certo è che il Parlamento, il Senato in particolare, aveva la
possibilità di riappropriarsi di un ruolo e di una centralità, su di un
tema che è vero che interessi una piccolissima percentuale della
popolazione, così come è altrettanto vero che rappresenti una cartina di
tornasole del grado di civiltà e di libertà di un Paese. In questo caso
il nostro. Così non è stato. E la responsabilità di questo giro di
giostra è principalmente del PD e del M5S. Se la cavano più o meno gli
intramontabili democristiani, di opposizione e di governo: ma tanto si
sa, loro se la cavano sempre.
Al PD rivendico due responsabilità.
Una positiva: quella di aver posto comunque il tema al centro del
dibattito, non scansandolo ma affrontandolo, quando invece una tattica
molto spicciola suggeriva di tenersi molto più alla larga da questa
tematica. Una negativa: ha sbagliato i conti, ha gestito male la
costruzione del consenso sul ddl. Non ho capito poi la gestione del
gruppo di Zanda, né il suo rapporto con Grasso: ma non si parlano?
(curioso poi come Grasso sia passato per i 5S da unico magistrato amico
di Berlusca a paladino della democrazia...). I 5S invece avevano per
l’ennesima volta la possibilità di determinare qualcosa in questo Paese,
ma hanno deciso di portare via il pallone anche stavolta. La democrazia
sarà anche salva, ma loro continuano a non essere determinanti in
nulla. E’ la differenza che corre tra fare testimonianza e governare le
cose.
Resta comunque un senso di frustrazione e di amaro in
bocca, per tutto quello che mille volte in Italia potrebbe essere e poi
non è. Siamo un Paese che non conosce mezze misure: o vince la palude
dell’immobilismo o per fare le cose abbiamo bisogno dello strappo, della
forzatura, della prova di forza (ho trovato odiosa la fiducia su di un
tema di questa natura, anche se l’ho compresa per come si sono messe le
cose. L'unico contento sarà stato l'osceno Diba, che l'ha invocava
strumentalmente apposta). Siamo questi ed il Parlamento ne è lo specchio
fedelissimo. Purtroppo.
Considerazioni finali e telegrafiche.
Alfano è tristissimo e imbarazzante. Confonde il diritto canonico con
la natura... Considera una vittoria da conservatori togliere la fedeltà
per legge (io la penso come Vattimo: attiene alla sfera etica, non
giuridica e per quanto mi riguarda la toglierei anche dal matrimonio
civile in quanto retaggio, sono d’accordo con la Cirinnà, di un’Italia
bigotta e oscurantista che su questo elemento basava il delitto
d’onore).
L’unico innaturale rischia di essere lui.
Bene
che il Parlamento, dopo questa mesta vicenda, discuta quanto prima una
legge organica sulle adozioni, che riaffronti anche il tema
dell’adozione del figliastro (così ci capisce anche Scilipoti). C’è una
possibilità di giocare un ”secondo tempo” e di riabilitarsi parzialmente
ai nostri occhi di cittadini. E sono ancora una volta d’accordo con la
Cirinnà: si vedrà così chi bleffava e e chi faceva sul serio. Perché
alla fine della fiera ci sono sempre le vite delle persone che si
aspettano risposte e qualche certezza in più. Un’occasione per non
lasciare che di queste vicende si occupino solo i tribunali in questo
Paese, perché la politica non sa o non vuole decidere.
Non vedo
l’ora di essere al 2018 per votare per un nuovo Parlamento. E a tutti
gli schizzignosi dico, vista la situazione, ben venga l’Italicum, con
tutti i suoi limiti di cui ho scritto mille volte. Che ci sia una
maggioranza chiara, che governi dal “giorno dopo”, che se ne assuma la
responsabilità senza portare via il pallone, che ne risponda alla fine
del mandato davanti agli elettori. Una roba come quella del 2013 porta
ai governi di larghe intese e a questi troiai.
Ribadisco quanto
ho scritto più volte: il PD è e resti un partito di centrosinistra. No
al partito della nazione, negazione ed esatto opposto della
vocazione maggioritaria di avere un progetto per governare l’Italia.
Renzi ha ribadito che è un fantasma e che non insegue i fantasmi. Bene.
Verdini si balocchi quanto gli pare, voti cosa gli pare, ma resta
un'altra roba.
venerdì 26 febbraio 2016
mercoledì 27 gennaio 2016
L'occidente, la tolleranza ed il laicismo
Montanari ci invita a riflettere su di un tema delicato e complesso al
tempo stesso.E si rivolge ai valori laici, tra cui quello della tolleranza.
E sulla base di questo considera tutto sommato un gesto di tolleranza la copertura delle statue capitoline in occasione della visita del presidente iraniano.
Poi però si interroga su fino a che punto debba spingersi questa tolleranza.
Ed è qui che si arriva secondo me, tramite gli esempi che fa, all’estremo e al laicismo.
Per me è stato semplicemente stupido questo gesto.
E si applicasse la logica che mi sembra sottenda al suo ragionamento allora dovremo arrivare all’estremo di censurare la nostra identità, le radici stesse della nostra cultura che quelle statue, molte delle quali repliche di originali ellenistici, rappresentano.
Proprio quell’ellenismo che, aprendosi e contaminandosi con l’oriente, con l’Asia e con l’Africa, contribuì ad un formidabile e sostanziale progresso della cultura, dell'economia, della società e delle istituzioni politiche greche.
Di cui l’occidente di oggi è figlio.
martedì 10 novembre 2015
Serve il PD non il partito della nazione
In questi giorni se ne sentono di tutte i colori sul PD. Alcune
cose con fondatezza, altre emerite bischerate. C’è un punto di fondo, però, che
al di fuori della contingenza politica deve essere chiarito e poi riaffermato
con forza: cosa vogliamo che sia il PD? Il processo è, a mio modesto parere,
ancora incompiuto. E occorre aprire una discussione franca, mai fatta né con Bersani,
né adesso con Renzi, mentre vedo che intende aprirla il PD toscano, su cosa
deve essere il PD.
Chiarire una volta per tutte se il PD vuol essere come
l'isola che non c'è o il luogo della partecipazione e della rappresentanza
delle domande sociali, della promozione dei valori e della formazione (prima) e
della selezione (poi) della classe politica. E da quale angolatura vuole farlo, da sinistra, e per quale prospettiva intende farlo, quella di centrosinistra. Insomma: un partito, come scritto
nel nome, e non un suo lontano parente.
Personalmente lavoro per la seconda ipotesi e per non far prevalere il democristianume di ritorno ed anche chi ci
vorrebbe rinchiudere nei recinti, tornando a rassicuranti micro partiti, per
quanto auto-definitisi di sinistra. E sarebbe anche l'ora che dai 'mitici' territori
si alzasse una voce in tal senso. Un 'temino' che ho provato a sollevare anche
alla scorsa assemblea provinciale, naturalmente da riprendere in mano, dato che
l’attenzione era rivolta ad altro… Anche per questo non me ne vado e non ho
nessuna intenzione di lasciare il campo a questa prospettiva. Nè tantomeno il partito che ho fondato per creare finalmente quella sinistra di governo mai avuta in Italia. Libero di criticare, di condividere e di dissentire, ma fermo su questa impostazione e questa prospettiva. Non ho bisogno di
cercare altro o militare altrove per sentirmi di sinistra. Vengo da quella
storia lì. In quella mi sono formato. Ho sempre diffidato invece di chi dà
patenti di sinistra, autodefinendosi tale o attribuendola o togliendola ad
altri. Anche per questo non condivido, lo dico subito, anche se le comprendo,
le uscite dal PD. Il Pd non finiva con Bersani e non finirà con Renzi. Al tempo
stesso riconosco che il Segretario, che per definizione ha il compito di trovare
sintesi e ricercare unità, sia per nulla avvezzo a questo compito. Ma lo stesso
Renzi, con la sua faccia un po’ di bronzo, ha dimostrato che si può perdere una
volta e avere il consenso necessario la volta dopo. L’importante è che la casa
comune (il termine ‘ditta’ per un partito mi ha sempre fatto schifo) abbia
fondamenta solide e un’architettura ben definita. E qui viene il bello.
Su quest’ultimo punto il
lavoro da fare è ancora tantissimo. In questo ragionamento allora, che
ci vuole essere e definirci partito, per me, va detto subito con forza che non
vogliamo e non possiamo essere il partito della nazione! E’ l’ora di finirla con
questa storia. Sarebbe la negazione del PD pensato al Lingotto.
Se
così è, io credo che sia necessario riaffermare alcuni principi e alcune cose, queste sì
fondative del nostro partito. Perché va bene il governo locale, il governo
regionale e nazionale, ma questo non può e non deve significare un
appiattimento alla pragmaticità e alla politica quotidiana, rinunciando a
definire un profilo culturale, sociale, organizzativo del partito. Alrrimenti non saremo utili alla società che vogliamo costruire.
Dunque: cosa deve essere il PD?
Per chi come noi è stato
protagonista della nascita del Partito Democratico, a San Gimignano come in
Toscana, non si può non partire da qui. E dal chiarire cosa vogliamo “essere da
grandi”. Crediamo che debba essere ribadito con forza che non vogliamo essere
un movimento, un comitato elettorale, ma un grande partito, fatto di uomini e
di donne, giovani, militanti, iscritti e simpatizzanti, che si organizza con
strutture il più possibile aperte alla società, in grado di coinvolgere professionalità, competenze, impegni e merito. Insomma, come scrivemmo anche
nella “Carta di San Gimignano per il PD”nell’ormai lontano 2007, un partito
vero, radicato, diffuso sul territorio e federato, con regole di adesione
rigorose, un codeice ettico da rispettare (se lo ricordano ancora a Roma? Noi si!), in grado di utilizzare le nuove opportunità offerte dal web e della tencolgia (per coinvolgere gli iscritti), in grado di autofinanziarsi in modo
trasparente. Un partito non in mezzo al nulla ma parte integrante del
socialismo europeo.
Per andare dove?
Il PD non può
andare nella direzione di un soggetto che, piano piano, inglobando da una parte
ed escludendo dall’altra, si sostituisce al centro mettendo ai margini la
storia del miglior riformismo socialista-comunista e cattolico-democratico. Non
serve un partito di centro, semmai un partito che parli anche al centro (la
vocazione maggioritaria era anche questo). Non serve aggregare parti del
centrodestra, con la scusa del governo delle larghe intese, mettendo all’angolo
la storia della sinistra italiana e
rinunciando a quello che fu il PD disegnato al Lingotto: cioè quel
soggetto politico che aggrega, organizza ed unisce le forze progressiste nel
nostro Paese. Del resto questa era l’idea originaria dell’Ulivo: non solo una
forza parlamentare (dagli esiti peraltro infelici come abbiamo poi visto…) ma
la necessità di mettere insieme in un unico e grande partito il meglio delle
forze riformiste e progressiste presenti in Italia (E qui l’elenco si fa lungo:
il riformismo della sinistra, il pensiero cattolico democratico, il
progressismo laico, l’ambientalismo moderno, il socialismo).
Per fare cosa?
Per innovare la politica (il PD
ha già contribuito più di altri alla semplificazione del sistema dei partiti,
per questo, anche qui pur comprendendo, non condivido il proliferare in questi
giorni di nuove micro-formazioni alla sinistra del Pd) e per un rapporto
nuovo con i cittadini (ma se non prendiamo a cuore la selezione della nostra classe dirigente in alcuni passaggi fondamentali - grandi città, regionali - questo rapporto si comprometterà per l'insipienza di pochi bischeri). Un partito che torni ad unire ed includere. Per essere
protagonista non solo della riforma del sistema politico italiano ma anche di
quello istituzionale, definendo davvero una nuova stagione della democrazia italiana e
contribuendo attivamente alla modernizzazione dell’Italia, a tutti i livelli. E
senza dubbio il Governo Renzi e lo stesso Renzi Segretario ci pongono di
fronte a questo compito, che ci piaccia o meno. Ciò che secondo me ancora manca
è un livello di condivisione, di confronto, di creazione di consenso, anche dal
basso, attorno al processo riformatore in corso che, unito ad una certa
rozzezza nel trattare con gli altri corpi intermedi, spesso lascia disorientato
il nostro popolo. Da questo punto di vista la distinzione tra la figura del
Premier e quella del Segretario può riuscire in parte a recuperare questo
divario, oltre a rendere, forse, più autonomo il partito dal Governo, le sue
logiche, le sue tempistiche. Fin dalla costituzione del PD questo aspetto mi ha
poco convinto (il Pd toscano ha su questo punto un’idea diametralmente opposta.
Sarebbe bene che su questo punto fossero gli iscritti a pronunciarsi, come su
altre questioni di fondo).
Soprattutto serve un PD che
prenda atto che questa austerità ha fallito così come la
finanza che si sostituisce al lavoro, e che per questo torni alla centralità
del lavoro e degli investimenti pubblici, dell’economia reale e, dico con forza,
ambientalmente sostenibile, rispetto al governo della finanza mondiale; un PD che
si concentri sulla progettazione di nuovi modelli di sviluppo basati sulla
piena coscienza della questione energetico-ambientale; un PD che faccia sentire
la propria voce in Europa tramite il PSE (e nel PSE siamo la principale forza
dall’anno scorso) anche sulla crisi che il processo di unificazione europea sta
vivendo e che pone una questione democratica decisiva per il futuro
della UE. Oltre a determinare risposte incerte e divergenti sul piano delle politiche
dell’immigrazione e della sicurezza stessa dell’Europa.
Per me è difficile dire e sentire
l’attuale Governo davvero come il “nostro” Governo. Quello che è l’obiettivo “numero
1” del PD
è ancora lontano da venire: trionfare nelle urne, con un popolo, un leader e
soprattutto un disegno per l’Italia e per l’Europa aprendo cicli progressisti
come invece altrove sono già riusciti a fare: Inghilterra (Blair), Germania
(Schroeder), Spagna (Zapatero) e negli Stati Uniti (Obama). Oppure, davvero,
siamo in campo per fare della Sinistra soltanto una deontologia civica di
onestà, rispetto dell’ambiente, del pagare le tasse e/o gestire bene un
servizio comunale?
venerdì 25 settembre 2015
Diamo a Cesare quel che è di Cesare!
Oggi è nato Cesare e, tra tutti i viaggi, sarà quello più bello e complicato, mentre tra tutte le eperienze so già che, probabilmente, sarà quella che mi e ci metterà più a nudo.
Perchè credo che un figlio sia anche questo per un genitore, oltre che una emozione davvero indescrivibile.
Mamma Elisa è stata bravissima, forte, sorprendente come tutte le volte.
Benvenuto Cesare, avanti insieme!
Perchè credo che un figlio sia anche questo per un genitore, oltre che una emozione davvero indescrivibile.
Mamma Elisa è stata bravissima, forte, sorprendente come tutte le volte.
Benvenuto Cesare, avanti insieme!
martedì 16 giugno 2015
Arte contemporanea e Centro Storico: dove devono stare le opere d'arte?
Raffaello Razzi mi scrive, a me come a tutti i consiglieri comunali, chiedendomi la mia opinione sul tema che ho più o meno sintetizzato nel titolo di questo post.
Questo è quello che gli ho risposto.
***
Questo è quello che gli ho risposto.
***
San Gimignano 16/06/2015
Caro Raffaello,
ho ricevuto la tua lettera ed
intendo risponderti sia come cittadino, nato e cresciuto qui, sia come
Sangimignanese chiamato, pro tempore, a svolgere il ruolo di Consigliere nel
nostro Consiglio Comunale.
Per il ruolo istituzionale che mi
compete ti assicuro che quanto da te segnalato sarà per parte nostra portato
all’attenzione di tutto il Gruppo consiliare a cui appartengo (“Centrosinistra
per San Gimignano”), così come siamo abituati a fare con ogni segnalazione che
ci arriva dai nostri concittadini. Del resto anche questo è uno dei nostri
compiti di amministratori pubblici.
Nel merito intendo però dirti
come la penso.
Penso che la nostra città “sogno
del medioevo” e oggi patrimonio dell’Unesco non possa e non debba ridursi ad
icona stanca del passato, oppure alla sua caricatura. Che sarebbe pure peggio.
Così come credo che, specialmente
in rapporto alla e con l’arte contemporanea, la nostra città non debba piegarsi
ad essere terreno di conquista di soli criteri e gusti globalizzati.
Occorre equilibrio. Mi verrebbe
da dire un equilibrio “complesso”, per fare una battuta e rimanere in tema se
penso all’opera di Eliseo Mattiacci nella Rocca, la ‘mitica’ longarina per noi
Sangimignanesi.
Penso, seriamente, che San
Gimignano vada difesa e valorizzata nella sua contemporaneità.
Mi spiego meglio: ci piaccia o no
non siamo ‘solo’ medioevo”. Anche se, evidentemente, siamo ‘soprattutto’
medioevo.
Se non accettassimo questa
visione rinnegheremo, a mio avviso, l’idea stessa di città.
Che non è mai un qualcosa di
statico, di fisso, di immutabile. Tutt’altro! E neppure San Gimignano, con la
sua storia, sfugge a questa regola del tempo.
Pertanto penso e vorrei una città
in cui antico e contemporaneo possano convivere, confrontarsi e, perché no?,
confrontarsi e scontrarsi. La storia degli ultimi 20 anni circa, quelli che per
capirci hanno sostanzialmente visto
installarsi in spazi aperti della città opere, sculture, ceramiche ed
installazioni varie ci dicono proprio questo.
Personalmente vorrei che fosse ancora
così in futuro.
Vorrei una città in cui, pur non
condividendo sempre gusti, tendenze, criteri e scelte di quella che per convenzione
chiamiamo arte contemporanea, ci si possa comunque incuriosire per un’opera
moderna o contemporanea. Insomma: preferisco il movimento alla staticità, la
possibilità di vedere/conoscere qualcosa di nuovo, anche nel suo rapporto con
il passato, rispetto alla sola celebrazione medievale. Poi va da sé, non
potrebbe essere altrimenti del resto, che la nostra storia deve essere tutelata
e mantenuta nella sua monumentalità, mantenuta efficiente non solo per le foto
dei milioni di turisti, graditissimi, ma anche per le esigenze di vita
quotidiana di noi sangimignanesi, nonché indagata sotto il profilo degli studi
medievali.
E tuttavia: se è vero, come è
vero che il Palazzo Comunale, la Pinacoteca e la Torre Grossa rappresentano ciò
che siamo stati, i Musei civici di Santa Chiara, ad esempio, rappresentano ciò
che siamo. Proprio ciò che tu segnali, semmai, consolida una convinzione che ho
maturato da tempo: quella della necessità di disegnare, oltre alle più o meno
apprezzabili iniziative private nella nostra Città - di cui ciascuno può avere
la propria opinione -, una politica pubblica anche per l’arte contemporanea a
San Gimignano. Occorre porsi il tema della contemporaneità e della promozione
dell’arte contemporanea anche nella città delle torri. E non lo dico a caso. A
dirlo, direi meglio a chiedercelo, è il nostro straordinario patrimonio, intendo
dire in relazione alle dimensioni del nostro Comune, di opere d’arte moderna e
contemporanea. In parte custodito nella Galleria “De Grada”, di recente
arricchitasi con le donazioni oggetto della collezione “Novecento” (tuttora in
esposizione presso la Galleria stessa), in parte esposto nella nostra città.
Per non parlare dell’interesse che suscita e fisicamente movimenta questo
settore dell’arte, portando a San Gimignano flussi che forse, e dico forse, qua
non verrebbero.
Ma, a ben leggere la tua lettera,
su questo punto potremmo trovarci d’accordo.
Quanto all’altra questione che tu
poni, quella del Centro storico a supporto irreversibile di opere contemporanee,
è certamente un tema concreto su cui si potrebbe discutere a lungo. E le
opinioni moltiplicarsi all’ennesima potenza. Per quanto mi riguarda non sono
contrario a prescindere, anzi. Quello che condivido della tua segnalazione, su
cui ragionerei seriamente, è semmai se tutti i luoghi di tutto il Centro Storico
possano o debbano ospitare permanentemente opere di questa natura. Su questo si
può discutere e credo che troveremmo anche una soluzione condivisa. Sono molto disponibile
a farlo, è un tema da non banalizzare.
Così come non avrei nulla in
contrario a discutere o a ri-discutere con i privati, proprietari dell’opera,
condizioni per l’esposizione delle loro opere nella nostra Città. Anche se va
da sé che, nella stragrande maggioranza dei casi, queste opere non sono di
privati ma del patrimonio pubblico, dunque di noi tutti. Ci sono poi molti
fattori da tener di conto. C’è chi, ad esempio, sostiene che non sempre la
città che ospita o, meglio, il luogo prescelto per la collocazione dell’opera,
dia lustro all’opera scelta ma che anzi, spesso, avvenga esattamente il
contrario. Anche se si tratta di città importanti come la nostra. Così come va
ricordato come, in molti casi, l’opera stessa nasca e sia pensata/ideata/progettata/realizzata proprio per
‘un luogo’, anzi nel nostro caso per ‘quel luogo specifico’. (Per fare un
esempio a San Gimignano basti pensare all’intervento di Anish Kapoor e la sua “Underground”
all’interno dello spazio di quello che chiamiamo “torrino dei frati” in
Sant’Agostino, ma che proprio un torrino non lo è. Lo conosco bene perché il
mio nonno Foscaro lì teneva l’orto dei frati e fin da ragazzo non l’ho mai
visto utilizzato. Oppure potremmo pensare agli altrettanto famigerati “omini di
ferro”, che anche a San Gimignano hanno fatto una sporadica apparizione, per
quanto suggestiva a mio giudizio. Si tratta delle opere di Antony Gormley che,
recentemente oggetto anche di una bella installazione al forte di Belvedere a
Firenze, pur non essendo pensate solo per San Gimignano, avevano trovato
collocazione temporanea in luoghi specifici del Centro Storico, “strategici”
per il messaggio che l’artista e le stesse opere intendevano lanciare. E che a
me, lo dico sinceramente, avrebbe fatto piacere se almeno una avesse trovato
pianta stabile in un luogo altrettanto “strategico” del nostro Centro una volta
terminata la mostra).
Su una cosa sarò invece più
netto. Non credo che ci sia da parte di nessuno, da parte mia senza alcun
dubbio nella duplice veste di cittadino-amministratore, così come penso da
parte di chi esprime oggi il governo delle città nessuna volontà di “vendere in qualche modo San Gimignano”,
nessuna “arrendevolezza compiacente delle
autorità locali”, tantomeno un “inqualificabile
modo di cedere l’immagine dei monumenti di San Gimignano”, per citare
testualmente la tua lettera.
Io vedo, semmai, un continuo
impegno a trovare un giusto equilibrio tra più esigenze. Non ci sono libretti
di istruzione per queste cose e si deve riuscire ad essere tutto fuorché
settari, trovando invece mediazioni rispettose delle varie sensibilità. Cosa
oggettivamente non facile, lo riconosco, che può portare anche a qualche
scivolone. E sopra ho spiegato come si possa e di debba discutere se ogni luogo
di tutto il Centro storico possa o debba ospitare installazioni. La discussione
si può fare e sono pronto a farla.
Tuttavia l’idea che San Gimignano
sia preda o alla mercé di qualche potente di turno, gallerista o artista che
sia, credo non corrisponda alla realtà. E’ un rischio che ci può essere, voglio
essere chiaro, come può sempre esserci, ad esempio, quello dei continui
appetiti speculativi per le nostre campagne. Ma credo che oggi, questa non sia
la realtà. Prova ne sia la vicenda dell’opera di Kosuth, “La sedia davanti alla
porta”, che oggi trova collocazione nella piazza del Bagolaro davanti al centro
diurno in via Folgore da San Gimignano, ma che l’artista aveva collocato sotto
la Loggia coperta, per capirci, in piazza del Duomo ma che poi da lì è stata
spostata, secondo me giustamente, proprio al “Bagolaro”.
Infine e per concludere, in
relazione all’ipotesi di inserimento di ulteriori opere in un “torrino” della
Rocca, nessuna oscura trama. Nessun sotterfugio o operazione al buio, alla
faccia magari degli ignari cittadini, noi compresi. Da quel che mi risulta, so
e mi ricordo, le ultime acquisizioni al patrimonio pubblico del Comune di San
Gimignano sono:
- le 13 opere, tra i massimi
esponenti della pittura italiana del Novecento, oggetto della donazione della
famiglia Pacchiani, che trovano collocazione stabile nella Galleria “De Grada”
(oggi sono esposte all’interno della mostra “Novecento: una donazione” aperta
fino al 30 agosto);
- l’opera di Kiki Smith (Clare L.
Smith) di New York dal titolo“Yellow girl”, ceramica, tempera, vetro, luci e legno.
Quest’ultima è stata acquisita al patrimonio pubblico con deliberazione del
Consiglio Comunale del 28/01/2014, in seguito alla proposta di donazione
dell’artista. Valore commerciale dell’opera quasi 100.000 euro. Lo stesso atto,
pubblico, trasparente, preso dal massimo organo di rappresentanza cittadina tra
l’altro all’unanimità, prevede tra le altre cose la “collocazione
permanente presso il “torrino” situato all’interno della Rocca di
Montestaffoli, previa autorizzazione in tal senso da parte delle competenti
Commissione comunale per il paesaggio e competente Soprintendenza, o ad altro
eventuale luogo comunque convenuto fra donatore e donatario”. Non conosco a
che punto sia l’iter per la collocazione dell’opera, so però per certo che la
competente Soprintendenza è già stata interessata per il parere. Immagino che
tu ti riferisca a questa opera nella tua lettera.
Nel caso specifico, e certo non
per una ottusa difesa di una scelta che ho votato, trovo che la collocazione
non sia affatto disastrosa, anzi più che dignitosa per l’opera e per lo stesso
“torrino” che la ospiterà al suo interno (per capirci: non “il torrino della
Rocca” che siamo abituati a conoscere ed a chiamare così a San Gimignano,
quello con le scale, ma quello in fondo a sinistra dello schermo del cinema una
volta, sempre per intenderci. Se ci ricordiamo come era tenuto e a cosa serviva
il torrino in questione credo che converrai con me che il miglioramento e la
valorizzazione anche di quella piccola porzione della Rocca sia tangibile,
oltre ad un inserimento non “invasivo” dell’opera stessa).
Questo è quel che penso, è la mia
opinione. Da amministratore pubblico,
invece, so bene che si deve andare oltre le opinioni personali e trovare metodo
e criteri condivisi. E, come credo di aver spiegato, questo è un ragionamento
che si può fare.
.
Spero di averti risposto su tutto
e resto naturalmente a disposizione per ulteriori chiarimenti o confronti.
Andreadomenica 14 giugno 2015
Dal Pinturicchio a Lippi, nuova vita per i nostri musei?
Ieri sono stato all’inaugurazione della mostra “Filippino
Lippi: L'Annunciazione di San Gimignano”, organizzata nella nostra Pinacoteca
presso il palazzo comunale.
Il mio invito è di andare a vederla.
In sintesi si tratta di una mostra (fino al 2 novembre) dedicata
al pittore fiorentino con oggetto l’Annunciazione, opera realizzata
dall'artista in due tondi distinti raffiguranti uno l'Angelo Annunziante,
l'altro l'Annunziata.
Oltre alla bellezza in sé dei due tondi, per i quali, nell’occasione,
sono state restaurate anche le cornici in legno, di particolare interesse sono
stati per me i documenti relativi alla commissione dell'Annunciazione. Documentazione
storica che non proviene da chi sa dove, ma che proviene dall’archivio
Storico del Comune di San Gimignano, dopo secoli, pesti, rivoluzioni e due
guerre mondiali.
Documenti da cui si apprendono i motivi e le modalità di
finanziamento delle due opere da parte dei Priori e Capitani di parte guelfa
per il Palazzo Comunale di San Gimignano (vi si provvedeva anche con i proventi delle vigne), che le commissionarono nel 1482.
Da un punto di vista storico ci dice anche, comunque, del
fermento che c’era a San Gimignano a fine 1482, per cui i priori e capitani
chiamavano Lippi per abbellire la sede del governo cittadino, così come le istituzioni fiorentine stavano facendo per Palazzo Vecchio. Quello
stesso fermento che di lì a poco avrebbe chiamato il Pinturicchio, ad inizio ‘500,
a realizzare la pala della “Madonna in gloria tra San Gregorio e San Benedetto”, esposta proprio nella stessa sala della nostra Pinacoteca.
La pala stessa fu oggetto l’anno scorso di una mostra ad
essa dedicata oltre ad altre opere del Pinturicchio.
Tutto questo per dire anche che è questo che devono fare i
nostri musei civici.
Ne ho già parlato altrove, esattamente qui, proprio l’anno
scorso. Occorre insistere su questa strada.
Come ho avuto modo già di scrivere, anche nel contributo al
programma elettorale della nostra coalizione del 2014, il ruolo dei musei oggi,
per non diventare “eventificio” o scatola per soli “eventi”, è nel dialogo permanente
fra musei e territorio.E’ necessario, tra le altre cose, che i musei vivano della
relazione quotidiana col loro territorio, con il territorio che li esprime. Serve
un rapporto, in mancanza sempre più spesso di risorse locali e nazionali, fra i
nostri Musei Civici ed i suoi potenziali frequentatori, l’associazionismo che
il nostro comune esprime – anche per la valorizzazione dei tanti “tesori
minori” - e le sue istituzioni scolastiche. Su quest’ultimo fronte il lavoro
sulla spezieria di Santa Fina e le attività didattiche proposte alle scuole e
alla famiglie vanno nella direzione giusta. O almeno quella auspicata dal
decisore pubblico, cioè dal Consiglio comunale, quando questo è stato (siamo
stati chiamati) a decidere per una dolorosa gestione esterna dei nostri musei.
***
Post Scriptum. Alcune considerazioni a latere:
1) resta un po’ di rabbia per l’impossibilità che hanno le
amministrazioni locali, la nostra in primis, per via delle restrittive norme di
bilancio, in particolare su promozione, valorizzazione, investimenti e personale,
di poter gestire direttamente e serenamente complessi museali. Spiace perché ancora
abbiamo un’amministrazione pubblica rigida, poco flessibile, che non sa
distinguere tra Comune e Comune, che nel chiedere giustamente sostenibilità finanziaria, almeno però mettesse chi è in grado di garantirla con le proprie forze di potersi misurare. Così, purtroppo, ancora non non è.
2) leggo ogni tanto su FB che Sel era contraria
alla esternalizzazione della gestione dei musei (per i motivi detti sopra) e
che quei brutti e incompetenti del PD erano tutti d’accordo, magari inebetiti
dal dio denaro. Niente di più falso. Le perplessità, allora, erano più nel PD ad onor del vero. Tanto
che anche in Consiglio almeno un paio di consiglieri eletti nel Pd si
dissociarono dalla scelta. Semmai il lavoro che fu fatto, anche da parte mia
come capo gruppo consiliare, fu esattamente l’opposto: cioè evitare che il
tutto non si risolvesse in una operazione economicistica. Si trattava pur sempre della gestione della nostra storia! E che invece si elaborasse
un atto di indirizzo molto chiaro, per il quale restasse forte l'indirizzo pubblico
e determinato il controllo dell'amministrazione, la relazione con il territorio,
la didattica e l’associazionismo, oltre che a stringere il privato in una
azione di promozione serrata (che il Comune non poteva più fare per effetto
delle normative nazionali).
2bis) che non c’entra nulla col tema attuale. Ma il centrosinistra
a San Gimignano, inteso come coalizione che comprende il PD e altre forze più a
sinistra di questo (come Prc prima e Sel poi) è un peccato che sia finito, con la recente uscita di Sel
dalla coalizione di governo. Come si vede, come nel caso dei musei e non solo,
i risultati e le mediazioni raggiunti in tanti anni di governo assieme hanno
sempre fatto fare più passi in avanti al nostro Comune, che passi indietro. Per
me è un orizzonte da ricostruire al più presto. Lo dico con cognizione di
causa, essendo stato tra i promotori, 6 anni fa, di questa alleanza, e tra
coloro che hanno lavorato per unire e non per dividere in questi anni di collaborazione.
3) la terza considerazione riguarda il gestore. Il cambio di
passo è stato immediato (assunzione di 15 persone con i requisiti professionali richiesti dal
capitolato; 3 mostre allestite per la valorizzazione del patrimonio esistente,
l’identità visiva con il sito web ed i social network, la modernizzazione del
servizio biglietteria, gli investimenti nelle strutture e negli strumenti
divulgativi – inversione flussi di ingresso, arredi interni, messa in sicurezza
della salita alla Torre Grossa, nuovo impianto illuminante, filtranti alle
finestre, nuovo apparato didascalico, le nuove audio guide, gli art glass,
nuovo bookshop, etc…). Inoltre segnalo le positive iniziative di riscoperta,
valorizzazione e promozione della spezieria di S.Fina oltre che all’allestimento,
seppure con un po’ di ritardo, della sala didattica rivolta al pubblico
scolastico per promuovere la conoscenza dei tesori cittadini tra i più giovani.
Occorre dunque insistere. Perché purtroppo il trend dei visitatori degli ultimi
3 anni, compreso il 2014, il primo della nuova gestione, segna una flessione rispetto
al precedente triennio. Nell’ultimo anno sono pero saliti gli introiti, grazie
soprattutto all’innalzamento, per quanto non esagerato, del piano tariffario
che prevede un unico biglietto di ingresso a cui può essere associato l’ingresso
della mostra presente (6 euro l’intero che, con la mostra, diventa 7,50, mentre
5 euro e 6,50 sono i prezzi per i ridotti nei due casi). Ecco: credo che occorra continuare a lavorare affinché torni a salire anche il numero assoluto dei
visitatori, locali e non (anche i primi andrebbero censiti) oltre alla leva tariffaria.
Anche per questo infatti è stata presa la decisione della gestione esterna:
mettere in campo iniziative e strumenti per ri-attirare visitatori nei nostri
musei, grazie a soluzioni innovative ed investimenti, ormai entrambe precluse al Comune,
campagne di valorizzazione e promozione dell’unicità dei nostri tesori. Per quanto mi riguarda è quel che farò, coerentemente con l'atto di indirizzo che abbiamo approvato in Consiglio Comunale.
lunedì 25 maggio 2015
Dal divorzio breve alle unioni civili: ultima chiamata per l'Italia
Il 26 maggio 2015, cioè domani, entrano in vigore le nuove norme per il divorzio così detto breve. Da 6 a
12 mesi per dirsi addio. Le norme si applicano anche ai procedimenti già in
corso - circa 200mila.
Dopo 41 anni da quel maggio '74 l’istituto si rinnova dunque. Soprattutto
si accorcia. Per capirne di più (a chi si applica, quali tempi, come)
consiglio questo post di Susanna .
Nel 1974 l’'Unità titolava:"grande vittoria della
libertà". Oggi, al tagliando dei 41 anni è giusto parlare di civiltà,
oltre che di buon senso. Perché non aveva senso, una volta maturata la scelta
consensuale o giudiziale aspettare tutto quel tempo. Soprattutto al tempo della
società liquida.
Ma ciò che mi ha più colpito è il dato del largo consenso
registrato dalla norma in Parlamento, più esattamente alla Camera: 398 sì, 28
no e 6 astenuti.
Le letture possono essere tante e diverse tra loro.
Ne dico almeno due.
La prima, più immediata, è nel segno del tasso di ipocrisia che pervade
larga parte della politica italiana, quel “si fa ma non si dice” che
caratterizzò anche chi si oppose allora all’introduzione della normativa sul
divorzio. In un Paese fortemente caratterizzato ed influenzato dalla religione
cattolica, in cui a quasi ogni votazione si invoca la libertà di coscienza (c’è
chi l’ha invocata perfino sull’atto più politico che politico non ce n’è, come
la legge elettorale…) non ci sarebbe stato da aspettarsi una maggioranza così
larga. Ma tant’è, e personalmente non me ne duolgo.
La seconda è che, invece, il Parlamento più giovane della storia della Repubblica,
grazie soprattutto ai massicci innesti di nuove leve operati nel 2013 in particolare dal PD
e dal M5S (le principali due forze in Aula) fa sì che a misurarsi su questi
temi siano generazioni più aperte e meglio disposte verso queste tematiche.
La prova del nove l’avremo sul tema delle unioni civili.
Ora
che anche la cattolicissima Irlanda ha detto si all’unione tra persone dello
stesso sesso… (sì: io preferisco chiamarle così: uinioni civili. Nozze gay non mi piace; anche perché
la parola matrimonio ci fa da specchietto per le allodole, ci fa deviare il
discorso e ci allontana dall’obiettivo vero al di là della parola utilizzata:
allargare concretamente il campo dei diritti).
C’è un ddl in discussione, che a sua volta raggruppa diversi
progetti di legge.
A parole siamo tutti (o quasi) d’accordo, segnali di velato progressismo
arrivano anche da Papa Francesco. Al di là degli slogan, che sia davvero la
volta buona?
Me l’auguro. Anche perché nel nostro piccolo ci abbiamo
lavorato, in Consiglio Comunale anche con i compagni di Sel fin dalla passata
legislatura, approvando atti politici che, senza la presunzione di avere la
verità in tasca, invitavano seriamente il legislatore nazionale, indipendentemente
dal colore politico del governo del momento, a provvedere: a colmare la lacuna
normativa senza dover ricorrere, cosa che non abbiamo mai fatto passare, ad esempio,
qui a San Gimignano, alla presa in giro dell’istituzione dei registri comunali.
Che servivano a piantare la bandiera dell’ideologia ma che, purtroppo e nei
fatti, non allargavano di un cm il campo dei diritti, non rendevano esigibili
ed opponibili a terzi nessun diritto tra coppie dello stesso sesso. Che invece
è da sempre quello che ci interessa e per cui, nel nostro piccolo lavoriamo.
La
politica nazionale è chiamata a recuperare sul terreno della propria credibilità non solo sul fronte dell'abbattimento degli odiosi
privilegi fuori dal tempo, ma anche se dimostra di essere in grado di registrare e codificare con lungimiranza i
cambiamenti sociali in atto, dando certezze, libertà, diritti e doveri per
tutti.
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