venerdì 20 marzo 2015

Il ballo dei Lupi senza disciplina e senza onore



Penso semplicemente che il Ministro Lupi farebbe bene a dimettersi. E, almeno a quello che ho sentito stamani in radio, è quel che farà. Un sussulto di pudore. 
Non è indagato, ed è innocentissimo. Ma non è un cittadino qualunque. Chi fa politica e, soprattutto, rappresenta lo Stato e le istituzioni democratiche, queste cose le sa o, almeno, dovrebbe saperle.
E’ intollerabile ed inammissibile che la difesa di una struttura tecnica (per quanto di missione!) e del suo massimo dirigente, tale da minacciare addirittura la caduta di un Governo, siano preminenti rispetto al diritto dei cittadini ad avere un’amministrazione dello Stato economica, efficace, efficiente ed imparziale. In altre parole, che la difesa di un dirigente e della sua struttura tecnica venga prima dell’interesse generale di non vedere sprecati ed impastoiati i soldi dei contribuenti. Per non dire del tanfo del “piacerino” di Stato ai soliti (ed amicissimi) noti.

Non si tratta né di moralismo, né di giustizialismo. Per me Lupi non ha compiuto reati. Ma ha fatto quello che un politico che ha funzioni pubbliche e rappresenta le istituzioni non deve mai fare. Per questo è bene che se ne vada e alla svelta. E’ bene che lasci perché, anche se non indagato ed onestissimo, è venuto meno, in qualità di cittadino a cui sono affidate funzioni pubbliche a quello che chiede la Costituzione (art. 54): che impone ai cittadini come lui “il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Lupi, da Ministro, ha pure giurato su questa roba.

Non c’è più, da quello che si è letto, né disciplina né onore.
Restano solo due parole ed un aggettivo: opportunità e responsabilità politica.
Fare politica, occuparsi dei cittadini e della cosa pubblica, rappresentare le istituzioni (che sono costate sacrifici e sangue perché fossero davvero di tutti) è una cosa serissima.
E farlo non te lo ordina il dottore. E se non c’è più disciplina e onore, tra difese di dirigenti che hanno fatto il loro tempo, di sudditanza della politica alla burocrazia, rolex per scandire il tempo di meccanismi oliati sempre dai soliti, abiti regalati per far bella figura, viaggetti, lavoretti e collocamenti di figli e figliastri, si può andare tranquillamente a fare altro. Verrà un altro Ministro, non ci preoccupiamo.

***
A ben vedere, smaltita l’incazzatura nel dover assistere ancora oggi a queste cricche, ci sarebbero da fare almeno un paio di considerazioni.

La prima. Chi si occupa un po’ di infrastrutture non può fare a meno di notare come la sudditanza della politica alla burocrazia sia diventata emblematica. In cui l’indirizzo politico non indirizza proprio un bel niente a livello centrale, anzi si fa dettare l’agenda (i programmi politici?) da chi ha in mano la storia più o meno recente delle grandi opere in questo Paese. In questo una legislazione farraginosa e instabile, dà una mano incredibile. Proprio quella legislazione prodotta da quell’indirizzo politico così debole. Una delle più colossali prese per il culo italiane è il Codice degli appalti. Miliardi di articoli, dal 2006 ad oggi, cambiati dal Legislatore più di 600 volte. E ancora non è finita, perché ancora c’è da adeguarsi alle più recenti direttive europee. Risultato? Un sistema che non funziona. E a dimostrare che non funziona è lo Stato stesso che, guarda un po’, quando deve appaltare grandi opere va a trattativa privata. Poi se i costi aumentano e in tanti ci mangiano qualcuno pagherà. Così come non può essere taciuto il fallimento della legge obiettivo, 2001, e dei relativi allegati infrastrutture alle varie leggi di stabilità. Nata anche con uno scopo  nobile (individuare la opere infrastrutturali strategico di interesse nazionale), stabilendone priorità, procedure , tempistiche e modalità di finanziamento si può dire che ha fatto flop. Si sono riempiti gli Allegati infrastrutture, regione per regione, di opere, illudendo piogge di miliardi che non sono arrivati, creando una struttura tecnica di missione alle dirette dipendenze del Ministro e sganciata dalla direzione generale del Ministero. Struttura che peraltro, è il caso di dirlo dopo quello che si legge, ha smarrito ben presto la sua missione. Leggi più chiare, trasparenza assoluta, semplificazione procedurale e turn over dei dirigenti possono dare una mano ad invertire la rotta? Chi può dirlo. Ma è chiaro come oggi l’inerzia ed il grigiore non possano essere una risposta. E poi c'è la gigantesca questione culturale che deve accompagnare questo processo di cambiamento. Se non si parte dall'educazione, dalla formazione alla legalità tutto si ridurrà al clamore mediatico. Ma poi, spenta la tv o la sbecerata su facebook, ognuno tornerà bel bello a fare cme faceva prima. Tanto cosa vuoi che succeda? (Invito a leggere "Lettera a un figlio su Mani pulite" di Gherardo Colombo, tanto per farsi un'idea).

La seconda. Riguarda inevitabilmente la politica. Bene Cantone all’Autorità nazionale Anticorruzione. Ma non basta. In attesa che arrivi il sol dell’avvenire in questo Paese, quando cioè sarà culturalmente un valore condiviso il rispetto delle regole, soprattutto tra quelli con responsabilità pubbliche, è intollerabile e fastidioso per il comune cittadino il tentennare su alcuni passaggi decisivi. E questo tentennare riguarda sia il Governo sia il Parlamento. Il “daspo” ai corrotti che fine ha fatto? Il falso in bilancio? La stessa modifica del codice degli appalti, a quando? La legge anticorruzione che langue da due anni in Parlamento? Sono abbastanza stufo di vedere, tra i vari balbettii, ogni tanto anche il PD. Per quel vizio che ho di guardar bene in casa mia prima di parlare degli altri, lo trovo inaccettabile. Ci sono dei valori, etici, morali e politici che stanno alla base di un partito come il nostro, per cui l’abbiamo fondato, sui quali non si può tentennare. Certo: ora lo sport nazionale è dare la colpa al PD di ogni cosa e sappiamo che così non è (anche se noi ci mettiamo del nostro: prima la smettiamo di governare con Ncd e gli altri meglio è, ad esempio), ma in Parlamento e al Governo ci sono soprattutto le nostre bandiere (e come ci siamo andati è un'altra pagina trsite). E allora basta. Perché se no arriva il sospetto che le primarie in Liguria e i De Luca in Campania non siano clamorosi scivoloni, ma un arretramento culturale e politico per me inaccettabile. Io non ci sto a passare a prescindere per il “partito facilita corrotti”, perché ho fondato questo partito con milioni di persone con tutt’altro ideale: quello di mettere insieme le esperienze migliori delle politiche riformatrici delle culture socialiste, comuniste, del cattolicesimo democratico e del moderno ambientalismo per cambiare il quadro politico ed istituzionale di questo Paese sulla base dei valori di quelle culture. Valori che affondano le loro radici nella legalità, nella moralità della politica, nel rispetto delle istituzioni e saldamente ancorati al dettato costituzionale.  Non prendiamoci più in giro: se non ha le caratteristiche della necessità ed urgenza la corruzione in questo Paese, tale da giustificare una decretazione d’urgenza da parte del Governo, allora davvero che vincano i Lupi e i loro balli. Ma che governino da soli.

***
In conclusione due riflessioni personali:
1) - Sempre guardando in casa nostra: il codice etico del PD va cambiato all’art 5 commi 1 e 2. Neppure gli indagati, anche se non ancora rinviati a giudizio,  possono essere candidati, altro che i condannati non ancora con sentenza definitiva. Poi, alla fine delle indagini, se dimostrano di essere a posto sarei anche disponibile a scrivere una norma che garantisca a queste persone la candidatura “di diritto” alla prima tornata elettorale utile…ma fino ad allora non scherziamo. Anche qui: non è né moralismo ipocrita né falso garantismo. È opportunità e responsabilità politica. Ripeto: se no si può benissimo andare a fare altro. La politica non è un obbligo per nessuno, tanto più l'assumere funzioni pubbliche. Non sarebbe male se dai “mitici” territori venisse una raccolta firme per la sua modifica rivolta al PD nazionale.

2) - la mia prima esperienza romana per conto della Regione è stata proprio al MIT, alla Struttura Tecnica di Missione, il 20 luglio 2010, variante di valico dell’A1, bretella di Firenzuola. Davanti a me Ercole Incalza. Ne sono seguite altre presso lo stesso MIT e presso la struttura tecnica di missione, perché era parte del mio lavoro e perché la Toscana ha aperte partite infrastrutturali importantissime ma vittime di questi meccanismi da “balla coi lupi”. Qualche amico mi ha chiesto che impressione ne avessi. Ovviamente di nessun illecito dalla mia parzialissima visuale. Ma da ragazzotto di campagna, al di là di una cordialità esemplare, la sensazione è sempre stata quella del perpetuarsi di un tempo passato. Che era bene terminasse.

lunedì 16 marzo 2015

Salvare la Pro Loco, senza sproloquio



In questi giorni si discute del futuro della Pro Loco e, soprattutto, della capacità/possibilità di continuare a gestire l’ufficio turistico tramite la turrita associazione.
Non sono d’accordo con chi dice che questo stia avvenendo nell’indifferenza generale. C’è chi se ne sta occupando (l’Amministrazione comunale, qualche associazione di categoria, alcuni associati alla stessa Pro Loco) cercando di trovare una soluzione.
Semmai, a me pare, quello che non c’è ancora è una consapevolezza piena e diffusa, soprattutto nel mondo turistico e del commercio, delle opzioni in campo con le relative conseguenze.
Non è il problema di andare a gara. Di gare se ne fanno tante, anche per aspetti e servizi forse più importanti.

Il tema su cui discutere semmai, e su cui poi decidere, non è tanto se avremmo ancora un ufficio turistico, ma come lo vorremmo anche in futuro e gestito da chi.
Ebbene, tra il modello della gara con offerta del servizio ad un soggetto miglior offerente, ed il modello attuale, quello gestito dalla locale associazione  Pro Loco, non ho dubbi: ad oggi preferisco il secondo. 
Cioè quello che garantisce due caratteristiche importanti: quella della pubblicità (si risponde all’interesse pubblico che, nel caso di specie, è fare l’interesse dell’intero settore turistico locale e non solo di quello che “tira” di più) e dell’universalità (la Pro Loco serve a tutti, ci si accede tutti, collabora con tutti e non solo con chi paga ed offre di più).

Sulla base di queste due caratteristiche ed in considerazione della natura del servizio offerto a San Gimignano ed agli operatori (in larga parte gratuito), ed in considerazione della grandissima dispersione sia numerica sia in termini di interessi contrapposti dei privati che operano a San Gimignano nel turismo, una gestione esterna vedrebbe concretizzarsi il rischio di un soggetto volto più a promuovere ciò che può generare profitto, che ciò che davvero serve alla nostra città. Così come una gestione tra soli privati, oltre a prestarsi alla medesima possibile distorsione rischia di fallire, laddove nel recente passato altre esperienze hanno già fallito. 
In più: la crisi ha dimostrato che è tempo di unire le forze, pubbliche e private, perché il “fai da te”, ognuno per il suo settore, oltre a non pagare non è più sostenibile.  Serve dunque continuare con l’impegno pubblico per la promozione di San Gimignano, a prescindere dal tipo di collaborazione e dalla forma giuridica.
Così come occorre, non ci giriamo intorno, che le partita iva e gli operatori turistici, dall’alberghiero all’extra alberghiero, dall’agriturismo al commercio al dettaglio concorrano alla sostenibilità della gestione dell’ufficio turistico. I dati sull’adesione alla Pro Loco del nostro sistema sono a dir poco imbarazzanti. Se va bene, appena un terzo degli operatori. Nonostante ciò la Pro Loco, al netto della contribuzione massima possibile del Comune, recupera con i propri servizi e le attività associative oltre l’85% dei propri costi. Possibile che non si riesca (voglia) a coprire con il mondo imprenditoriale quel 15% di costi?  Basterebbe una quota associativa sottoscritta da parte di tutti per colmare già di molto il divario. Impossibile farlo?

Si dice, correttamente, che non tutti gli operatori hanno le stesse esigenze. Lo sappiamo.
Così come sappiamo delle diverse tipologie di attività che costituiscono il variegato mondo turistico sangimignanese: l’esigenza dell’albergo non può essere quella del negoziante di souvenir. Ri-siamo d’accordo. Così come non sfugge la richiesta di un ulteriore salto di qualità degli operatori della Pro Loco, che pure già oggi fanno un gran lavoro e che, da qualche mese, sono anche part-time a causa delle difficoltà economiche. Ma risiamo lì. Senza la contribuzione di tutti, mondo turistico sangimignanese compreso, ri-siamo punto e a capo. Senza colmare le (tutto sommato relative) difficoltà economiche causate soprattutto dalla fine di diverse attività a pagamento che l’ufficio predisponeva (es: il cambio valuta, la pubblicità sulle carte cittadine), ri-siamo al cane che si morde la coda: niente sostenibilità, niente salto di qualità, meno servizi, orari di apertura ridotti e più danni all’immagine e all’intero settore.

E invece, per finire, dovrebbe essere proprio ora il momento di dimostrare che a questa città si può anche dare, invece di prendere e basta (come spesso accade in verità). Proprio ora che anche la legge regionale di riordino delle competenze delle province (in attuazione della Legge “Del Rio”), affida ai Comuni “le funzioni in materia di turismo, a esclusione della formazione professionale degli operatori turistici e della raccolta dei dati statistici” e che tali “funzioni …sono trasferite ai Comuni, che le esercitano obbligatoriamente in forma associata, negli ambiti di dimensione adeguata di cui all’allegato A alla l.r. 68/2011. La funzione è esercitata mediante convenzione tra tutti i Comuni dell’ambito di dimensione territoriale adeguata ovvero mediante unione di comuni”.
Cioè, per uscire dal burocratese, proprio quando si riapre la possibilità di una promozione/valorizzazione/gestione turistica in capo ai comuni, seppure in forma associata.
Ora: se pensiamo alla Val d’Elsa, con tutto il rispetto per i nostri comuni limitrofi, chi volete che possa candidarsi, anche forte dell’esperienza sviluppata in questi lunghi anni dall’ufficio turistico gestito dalla Pro Loco, a fare il capo fila di una simile evoluzione? Chi volete che abbia capacità, competenze, esperienza, numeri e anche la voglia (oltre all'interesse) di tirare le fila di questo discorso? Tocca a noi, a San Gimignano, mettere le proprie competenze a disposizione della Val d'Elsa. Per essere la porta della Val d’Elsa ed il soggetto che tiene a sistema la nostra area. Non si tratta di farci pagare dagli altri comuni il gap di cui abbiamo detto. A quello dobbiamo pensarci da soli, come ho provato a spiegare: il pubblico (che già lo fa per intero) e il privato (che lo fa in parte, come abbiamo visto dai numeri). Si tratta, ancora una volta, di unire le forze, per il bene della promozione turistica di San Gimignano e della Val d’Elsa.

***

PS: per la cronaca sono in conflitto di interessi. Sono socio Pro Loco, ho un affittacamere con ditta individuale dal 1999, pago da sempre la quota associativa all’associazione, così come da sempre pago il canone alla Pro Loco per essere ospitato sul portale sangimignano.com (che fa migliaia di contatti e che è l’unica forma di promozione che ho lasciato in piedi quando ho ridotto ad una sola camera con bagno la mia attività), così come ho sempre pagato, ad esempio, la quota associativa per le luminarie natalizie, per dirne una, anche quando sotto casa mia le luci non ce le mettevano, nemmeno nella piazza in cui svolgo l’attività. Certo un po' dspiaciuto, ma senza lamentarmi troppo. Anzi con l’orgoglio e la convinzione che, almeno finché è sostenibile l'operazione, si debba ogni tanto anche dare a questa città, senza prenderne soltanto.

mercoledì 18 febbraio 2015

Se Atene piange, Europa non rida



Provo naturale simpatia per Tsipras. Da un lato perché sinistra è tutto ciò che sta dalla parte di chi meno ha e meno può. Dall’altra perché il mio primo viaggio è stato proprio in Grecia, durante il liceo, e la Grecia è il mito. Ma la politica, si sa, come la realtà, è assai più complessa e diversa dalle opinioni e dai sentimentalismi personali.

Tspipras ha vinto, anche, avendo promesso di dimezzare il debito pubblico greco, possibilità che è stata esclusa più volte dai principali creditori del paese. Questi sono principalmente Fmi, Bce ed i paesi europei  tramite prestiti bilaterali o tramite i vari fondi creati per sostenere i paesi in difficoltà. L’Italia, per esempio, è esposta verso Atene per circa 40 mld. In totale i soldi ricevuti con i vari programmi di aiuto a partire dalla fine della prima decade del 2000 (fonte: lavoce.info) sono 248 miliardi di euro. Non spiccioli. E tuttavia di questi solo 15,3 sono serviti a finanziare il disavanzo primario e 11,7 altre spese del governo. Il resto è stato utilizzato per il debito pregresso e per ricapitalizzare le banche greche (dopo il 2012 i creditori privati della Grecia – di fatto le banche – furono costrette a rinunciare a gran parte del denaro che avevano prestato allo Stato). Quindi queste risorse sono servite in pratica a pagare i debitori. A questi aiuti si sono aggiunte le così dette misure di austerità, che vanno dall’impegno a fare delle riforme strutturali fino all’applicazioni di più stringenti vincoli di bilancio, con l’obiettivo, se si vuole pure condivisibile, di favorire trasparenza e dunque un credibile consolidamento fiscale eD incentivare la crescita (preferisco sempre parlare più di sviluppo).

Dell’origine di questo gigantesco debito non si parla più. Ed è un male. Spesa pubblica fuori controllo, sistema pensionistico insostenibile, uno Stato parassitario, corruzione, scarsi controlli, evasione fiscale. Con la ciliegina che, se i giornali in questi anni ce l’hanno raccontata giusta, Atene (meglio: i suoi politici) truccavano letteralmente i bilanci. La festa è finita nel 2009-2010, quando la Grecia si è trovata in una situazione economica insostenibile. E gli “aiuti” si sono resi necessari per evitare la bancarotta. Se tutto ciò è vero, lo è altrettanto come la “cura” sia stata più devastante della “malattia”. Una “cura” drastica: perso circa un quarto di Pil dal 2011 al 2014, disoccupazione verso il 28% (anche qui i più colpiti i giovani: oltre il 50% quella giovanile) ed un debito pubblico pari al 175% del PIL (l’Italia è al 130%). L’operazione sarà anche perfettamente riuscita ma, come si dice, il paziente è morto.

Ora: fa bene Tspipras a chiedere due cose, fa un po’ meno bene, a mio avviso, a non accettarne una terza. La prima; è una rinegoziazione del debito, gigantesco e insostenibile  pari almeno quanto l’idea che lo si possa restituire. L’Europa esca dall’ipocrisia. Un debito così alto si ripaga solo con avanzi primari significativi (quelli di Prodi, per intenderci, ma che non capiva nessuno perché sono la cosa più incomunicabile che ci sia. In pratica le entrate meno le spese, tolti gli interessi) per un consistente periodo di tempo. Che vuol dire significativi? Avanzi elevati (a botte di punti percentuali/anno) e per prolungati periodi di tempo (anni, molti). Praticamente impossibile. 
La seconda: fa bene a chiedere una fine dell’austerità, cioè il rispetto delle regole ma la possibilità di dilazionare e/o sforare temporaneamente. Atene non vuole trattare con la “troika”, preferendo il contatto con i singoli paesi creditori, negoziando i suoi debiti: ti pago ma a tassi di interesse più bassi ed in più tempo. Penso che sia arrivato il tempo della politica e che l’Europa, tra rigore e politica, per una volta scegliesse la politica. Come penso che serva un accordo politico, una conferenza sul debito su alcuni aspetti: o riduzione negli interessi o ‘condono’ del debito o allungamento dei tempi o, infine, condizionare il tutto alla crescita economica interna. Non “morire di rigore” significa questo per me. Altre strade non ne vedo. Altrimenti qualcuno ce le spieghi. La terza: fa un po’ meno bene a rigettare gli impegni chiesti da finanziatori (il così detto memorandum) sulla strada delle riforme, della trasparenza. La Grecia vive un dramma sociale immenso (siamo al punto che in molti casi, oltre a non avere soldi per comprarsi da mangiare, gli ospedali non ti accolgono più e le medicine se hai soldi te le paghi o se no ti arrangi…) e non c’è dubbio che stringere ancora di più la cinghia aggiungerebbe solo dramma al dramma. Ma Atene dal 2010 a qui ha già fatto molto delle riforme chieste dai soggetti finanziatori, perché fermarsi adesso tornando solo a spendere, magari per riassumere personale statale di cui non c’è bisogno (mentre più sensata è l’idea di un salario minimo per dare ossigeno ai greci in difficoltà, anche se qui torniamo al principio: o si avverano le prime due richieste di cui sopra o la vedo dura). Il programma nazionale ellenico di riforme 2011-2014 porta con sé molte riforme già attuate da Atene (seppure con storture per carità: penso alle privatizzazioni). Rigettare un suo completamento tout court serve solo ad irritare le controparti e spaventare quei paesi europei che tra breve andranno al voto. A differenza di una certa parte del variegato mondo della sinistra italiana, Tsipras ha dimostrato di essere dotato di maggiore pragmatismo e cinismo (si fanno i conti con quello che vuol dire “stare al governo” e se necessario mi alleo anche con i conservatori di destra dei greci Indipendenti), non mi pare sia arrivato il momento di fermarsi ora che un compromesso politico sembra affacciarsi. Ne avrà benificio la Grecia e la stessa Europa.

PS non richiesto: in Italia i vari Ferrero (ancora lui) vivono e lottano insieme a noi; capi e capetti coltivano ancora allegramente i loro orticelli; si sente dire che bisogna ripartire dal sociale (ma il sociale senza una politica che significa?); come al solito non si sentono ragionamenti su come finanziare il tutto, mentre resta eluso il tema di fondo che, secondo me, è invece la lezione principale della vicenda Tsipras (anche se eletto da poco più di un terzo dei greci, e con un’astensione che sfiora il 40%): fare “i conti col governo”, cosa voglia dire volerci andare e poi provare a restarci. A mio avviso è ancora l’ostacolo principale per larga parte della sinistra italiana, nella sua eterogeneità. E so bene qual è l’obiezione: meglio puri che corrotti al governo, tanto per andare all’osso. Per carità, tutto vero. E ci sarà sempre uno più a sinistra di te. Ma la differenza resta, anche solo tra il porsi il tema di diventare (voler essere) partito di governo e non pensarci nemmeno. Non del governo, che è un altra cosa (vedi Ncd). E che, per inciso, visto che sono abituato a guardare soprattutto in casa mia, sarà bene che non lo diventi neppure il Pd.

venerdì 30 gennaio 2015

Art. 83 - Il Presidente della Repubblica

Ieri, tornando in auto ed anzitempo da Firenze, ho ascoltato l’inizio delle votazioni per il nuovo Presidente della Repubblica. Sarà stata la radio ed il suo fascino sempre un po’ vintage, ma quando in aula è partito l’applauso per l’ingresso di Giorgio Napolitano ho provato quella sensazione che si prova nei momenti cruciali della vita democratica di un Paese.

Per chi segue la politica ed ha senso delle istituzioni, l’elezione del Presidente della Repubblica è il momento più l’alto. Non solo perché si elegge il rappresentante dell’unità nazionale, il garante della Costituzione dunque della nostra convivenza civile e democratica, ma anche perché, almeno nel mio caso, penso al prezzo che è stato pagato dal nostro Paese per scegliere la Repubblica e dotarsi di una figura sopra le parti.

Il pensiero è corso alla figura di Napolitano e agli insulti ed accuse che gli sono stati rivolti negli ultimi anni della sua Presidenza. Non sta a me dare giudizi, inoltre non ne sarei all’altezza. Dico telegraficamente che Napolitano ha, dal mio punto di vista, il merito di aver scontentato quasi tutti gli attori in campo. E questo mi basta per dire con ragionevole certezza che abbia quindi ricoperto bene il suo ruolo: perseguendo cioè e davvero l’interesse generale (che non è mai di parte) e seguendo la Costituzione.
Ha scontentato Berlusconi nel 2011, ha scontentato il PD non andando alle elezioni e scegliendo la via tecnica con Monti, scontentando per questo Grillo e per non avergli dato poi l’incarico di formare un governo nel 2013 (che comunque era arrivato secondo), e scontentando di nuovo il Pd non affidando a Bersani l'incarico di esplorare la possibilità di formare un governo.

Troppo sciocche, poi, le accuse di non essersi opposto alle così dette leggi ad personam del centrodestra o a norme del centrosinistra. Il Presidente non può sostituirsi al ruolo dell’opposizione in Parlamento e l’articolo 89 parla chiarissimo in tal senso: “nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità. Gli atti che hanno valore legislativo e gli altri indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei ministri”. 
Il Presidente è politicamente irresponsabile in via istituzionale. E sappiamo che i Ministri assumono la responsabilità degli atti presidenziali innanzi alle Camere, secondo la regola propria delle forme di governo parlamentare.

Ciò che si può discutere, e lo ha fatto con interesse Michele Prospero (in un articolo del 14 gennaio scorso “Il Presidente che sussurrava alla crisi”) è se le scelte di Napolitano abbiano avuto efficacia. Quella di Monti, senza dubbio non lo è stata, non tanto per la scelta di un governo di emergenza nazionale a mio avviso, quanto per la scelta tecnica. Anche se, in quell’occasione, la situazione è stata resa complicatissima se non obbligata dalla rinuncia dei partiti a giocare fino in fondo la loro partita, nascondendosi dietro la foglia di fico del governo tecnico. Che poi, alla fine, tecnico non lo è mai, poiché comunque a sostenerlo ci sono le forze presenti in Parlamento.

Il dato più evidente della presidenza di Napolitano, quello che gli è valso (a mio giudizio fuori luogo) l’epiteto di “Re Giorgio”, mi pare invece proprio questo: da un lato la crisi e l’abdicazione dei propri ruoli da parte dei partiti, a partire dallo sgretolamento delle coalizioni “reggi tutto” pur di vincere, a destra come a sinistra, e poi di fatto risultate ingovernabili tanto erano disomogenee; dall’altro l’irresponsabilità nella fase del Governo Monti, la codardia dei partiti nel rimandare sine die la legge elettorale, l’incapacità nel 2013 (con gravissime colpe del Pd e, subito a ruota della ‘purezza intoccabile’ del M5S) di eleggere un Presidente della Repubblica con il richiamo di Napolitano stesso.

Anche da queste vicende si comprende quanto sia importante domani non fallire il passaggio, davanti ai cittadini e al Paese, oltre che agli osservatori stranieri, dell’elezione del nuovo Presidente. 
La politica ed il sistema partitico e dei movimenti si giocano, senza alcuna ombra di dubbio, l’ormai residua dote di fiducia di cui godono.

Cosa spetterà al nuovo Presidente? Lo stesso destino e lo stesso contesto di Napolitano? Io credo di no. Non vedo un rischio di degenerazione del governo parlamentare a vantaggio di un ruolo più politico del Presidente. Certo è, come ho scritto a proposito della nuova legge elettorale, la spinta maggioritaria e la riforma del bicameralismo perfetto chiederanno al Presidente di esercitare un ruolo inedito fino ad oggi ed ancora di maggiore garanzia rispetto ad un parlamento dominato da una sola lista o comunque, non è un caso irrealistico, da una coalizione molto solida di 2-3 partiti al massimo. Per la prima volta la nostra forma di governo parlamentare conoscerà, se passa la legge elettorale come ho scritto qui, un sistema fortemente maggioritario. Le due cose non sono di per sé incompatibili ma, di fatto, in Italia non l’abbiamo mai sperimentato. Per questo il nuovo Presidente si dovrà misurare in un contesto nuovo e delicato.

Mi preoccupa di più la riforma della Costituzione in atto che, con una lista “piglia tutto”, dovrà inserire garanzie notevoli affinché questa lista possa fare molto da sola, certamente, ma non tutto. 
Il caso della dichiarazione dello stato di guerra a maggioranza semplice del Parlamento e non qualificata è una aberrazione da cancellare subito, per fare un esempio per tutti! Su questo bisogna approfondire la discussione e la conoscenza su quanto sta avvenendo alla Camera, e bisognerà organizzare un momento pubblico anche qui sotto le torri. Ci lavorerò.

***

PS1: da quando oggi ho scritto questo post sembra ormai certa l’elezione di Mattarella. Se così sarà riconosco a Renzi e al PD di aver trovato una buona soluzione questa volta. Spiazzato Berlusca a cui Mattarella dà evidentemente più noia di un giocatore in casacca democratica come Prodi, Pd unito – si spera- e che ha votato in streaming la sua scelta, Sel addirittura entusiasta, inevitabile la convergenza di Alfano (che è pure Ministro dell’interno, dicasi Ministro dell’Interno..), spazzato il più che legittimo ‘sospetto’ che nel patto del Nazareno ci fosse ben altro che le sole riforme e, ma non da ultimo, una personalità dalle doti politiche, etiche e morali difficilmente contestabili.

PS2: se destra e sinistra non contano più, se conta quello che sei e quello che fai come ci dice Grillo, se contano i requisiti della persona qualcuno ci deve spiegare perché Mattarella non va bene e non si può votare (anche se non è certo uno che scalda i cuori o dal profilo social come usa oggi; almeno, cosa rara, è uomo perbene e delle istituzioni). E perché non in streaming? Come è stato fatto notare. Mistero. Se nel 2013, viene da dire oggi col senno di poi, il M5S avesse peccato di meno presunzione verso il Pd (seppur colpevolissimo di un suicidio politico) oggi saremmo qui a raccontare un’altra storia. Ma senza giocare e portando sempre via il pallone, perchè si è convinti di essere sempre migliori degli altri, è dura. Dopo il 2013, i nomi di Bersani e di Prodi tra i 10 nomi per le “quirinarie” più che il sapore di una beffa o di una presa in giro, sanno di una cosa fuori dal mondo.

PS3: detto con molta chiarezza. E' dai tempi dell'Università e dal mitico corso di diritto costituzionale studiato sul Martines che sono contrarissimo all'elezione diretta del Capo dello Stato. Non abbiamo bisogno di passare ad una repubblica presidenziale. Le modalità di elezione stabilite dall'art. 83 sono le più consone per una repubblica parlamentare. Ed evitano che, con l'investitura diretta, il Presidente della Repubblica sia indotto ad intervenire nella direzione politica dello Stato, proprio perché investito direttamente. Il Capo dello Stato resti soggetto di garanzia e super partes, la direzione politica resti alla dinamica gruppi parlamentari-Governo.

martedì 27 gennaio 2015

Un passo avanti, con realismo



Leggo la solita bordata di insulti e di luoghi comuni sul lavoro fatto per dare all’Italia una nuova legge elettorale. Una legge, vale la pena ricordacelo, dopo il regalo fattoci dal centrodestra con il porcellum di Calderoli, che da quasi 10 anni il Paese aspetta. Aspetta chi? Che cosa? Che la politica si metta d’accordo per dare all’Italia governi più coese, duraturi e certi, senza larghe intese e senza mortificare la rappresentanza e migliorare la possibilità di scelta dei propri rappresentanti.
Questo mi sembra il dato più rilevante, che dovrebbe assillare la responsabilità politica di ciascuna forza oggi dentro e fuori al Parlamento.
In questa diatriba ognuno porta quello che io chiamo il suo ‘mondo perfetto’. Non mi sottraggo neppure io: sistema maggioritario, collegi uninominali (con le primarie) e doppio turno (ballottaggio).
E tuttavia, così facendo, non saremmo andati da nessuna parte.

Mi pare invece che l’Italicum provi a dare una riposta a questa esigenza. E che abbia fatto passi avanti significativi (ricordo bene l'appello di alcuni giuristi quando fu presentata la versione iniziale).
Premio di maggioranza: si è passati dal 35% dei consensi della Camera al 37% e poi al 40% definitivo del Senato (FI e altri non lo volevano, preferendolo alla coalizione). Bene per contrastare la frammentazione e la coltivazione dei soli “orticelli.
Ballottaggio: introdotto (FI e altri non lo volevano) per dare stabilità al sistema. Governi di larghe intese, per capirci, così come ora non se ne faranno più (e personalmente, sapendo di essere contro corrente,  non vedo l’ora che si voti!). Però, e questo non mi pare da sottovalutare, il ballottaggio non esclude il formarsi, comunque, di alleanze, all’interno di uno stesso schieramento, poiché comunque il Governo dovrà avere la fiducia del Parlamento e questa potrà venire, sulla base di un accordo alla luce del sole in vista del ballottaggio, anche da forze contigue alla lista che ha vinto il primo turno.
Inoltre è sparita l’indicazione del premier nell’urna. A mio avviso dettaglio non da poco, che ribadisce, e ce n’era bisogno, l’importanza e direi la necessità della fiducia parlamentare.
Grazie al premio di maggioranza e al ballottaggio si garantisce la stabilità. Governi più coesi, dunque la governabilità (che non vuol dire automaticamente buon governo, ma possibilità di governare senza ribaltoni, larghe intese).
Soglia di sbarramento: dall’8% della Camera si è scesi al 3% del Senato. Di fatto i piccoli partiti avranno la possibilità di entrare in Parlamento meglio e di più che col Porcellum. Si garantisce così la rappresentanza a tutti, cosa giusta, quasi sancendo di fatto più che un diritto di tribuna. Non si mortifica così la rappresentanza democratica, quando invece un po’ di sospetti ci erano venuti eccome rispetto alla prima bozza.
Quote rosa: non c’erano alla Camera, sono state introdotte al Senato ed inoltre c’è la possibilità di esprimere la doppia preferenza di genere sulla scheda.
Listini bloccati e preferenze: c’erano alla Camera non ci sono più dopo il passaggio al Senato. (Li volevano con forza soprattutto FI ed altri). Tornano, infatti (a me non piacciono per i sistemi nazionali) le preferenze (usate pochissimo al nord, tantissimo al sud, poi domandiamoci perché?), ma restano bloccati i capilista: che potranno candidarsi fino a 10 collegi (i collegi saranno 100).
Niente collegi uninominali: peccato, ed il capolista bloccato non può certo essere paragonato al candidato di collegio.

Tutto bene dunque? Per nulla.
Ma se guardo da dove si partiva, il Porcellum, e dove si voleva arrivare, l’Italicum proposto alla Camera, e se considero anche l’immobilismo ormai quasi decennale dei partiti e del sistema politico in tema di legge elettorale (una vergogna per un paese civile e democratico), questa è sicuramente una mediazione importante.
Certo restano i capi lista bloccati. Rispetto agli altri punti elencati, qui la mediazione è stata al ribasso. Punto. E tuttavia è comunque un passo avanti rispetto alla partenza con i listini bloccati (inaccettabili), anche se personalmente i capilista bloccati continuano a non garbarmi per nulla.

Anche qui: rispetto all’infermo in cui eravamo, se non siamo direttamente passati in paradiso, diciamo che almeno ne siamo usciti e finiti in purgatorio. Con un sistema flessibile tra candidati bloccati e preferenze. Spero proprio che la misura introdotta sia utilizzata al massimo, senti che mi tocca dire: cioè che lo stesso capolista sia presentato nei 10 collegi consentiti. Così scatterà il meccanismo più candidature plurime più preferenze, perché comunque il capolista dei 10 collegi ne dovrà scegliere solo uno. E gli altri saranno tutti eletti con le preferenze.

Ma quello che voglio dire è che le riforme in generale, e la legge elettorale in particolare, non si fanno a tavolino, ma nel contesto, in questo caso politico, in cui ci si trova ad operare.
E se non si vuol far da soli, come a dicembre 2005 fece il centrodestra approvandosi da solo la legge, atteggiamento che, questo sì, trovo davvero illiberale, ci vuole realismo e disponibilità a trovare un compromesso.

Si dirà: esiste un sistema perfetto? Per quel poco che ci capisco e per quel poco che ho imparato all’università esistono sistemi possibili, dato il contesto in cui ci si trova a mediare, ed esistono i sistemi furbi, di parte, fatti apposta per non funzionare. E magari approvati a colpi di sola maggioranza a 6 mesi dal voto. Esattamente come avvenne con il Porcellum di Calderoli. Una porcata nella porcata.
Poiché né il Pd, né Grillo, né FI, né altri, da soli, avrebbero avuto i numeri, la strada era una sola, se si parte dall’imperativo che una legge elettorale nuova era non più rinviabile.
E se tanto più si è detto che sulle “regole del gioco” si cerca l’accordo con tutti e che non si vuol far da soli, farlo poi costa: costa mediare, costa rinunciare al proprio mondo perfetto, costa trovare una soluzione che sia accettabile almeno per la maggior parte degli altri attori in campo. Quelli che vogliono starci s’intende, non quelli che restano chiusi nel loro mondo perfetto. Che resta perfetto, migliore e tutto quello che si vuole, ma che non fa fare un passo avanti al sistema politico-istituzionale.

***

PS: Lo so che quello che sto per dire non frega a nessuno ed è tutto dibattito interno, ma molte delle migliorie sono state frutto del lavoro interno al PD, il cui ruolo di pungolo va ascritto alla così detta ‘minoranza’ che non può non vedere questo dato politico. Anche per questo non ho condiviso la posizione di Gotor. Legittima nel merito, non l’ho condivisa per nulla nel metodo. In un partito si sta con delle regole e non si può invocare il voto di coscienza sulla legge elettorale... Dalla totalità dei candidati nominati, come era nel Porcellum e come era nell’iniziale proposta dell’Italicum, il passo avanti è gigantesco. 
Poi mi garberebbe chiedere a qualcuno del mio PD da quando siamo diventati fans sfegatati delle preferenze. A partire dai Gotor, eletti nel listino bloccato di Bersani. 
Sia ben chiaro, non ce l’ho con nessuno, non ho da difendere minoranze o maggioranze, non mi sento renziano non mi sono mai sentito bersaniano (sono del Pd come tanti e voglio solo che questo partito che abbiamo fondato funzioni), ma certe prese di posizione, dopo aver ottenuto risultati grazie alla mediazione e al confronto politico tra minoranze e maggioranza, le ho trovate e continuo a trovarle solo strumentali.

PPS: Per questo, pur con i suoi pregi ed i suoi difetti, credo che la politica debba al Paese questa legge, e sarebbe un guaio nel guaio farla saltare. Se passasse, invece, credo che il problema vero sia il rapporto della legge elettorale con la riforma costituzionale in corso. Non solo perché c’è la clausola di salvaguardia rispetto all’abolizione del Senato elettivo, ma perché c’è una modifica dei poteri dell’esecutivo che debbono essere attentamente controbilanciati nella riforma costituzionale. Non è accettabile, per fare solo un esempio, come è adesso in discussione alla Camera, che lo stato di guerra sia deliberato dal nuovo Parlamento (eletto con l’Italicum) a maggioranza semplice. Se alcuni compromessi al ribasso sono mal digeribili e tuttavia “sopportabili” per salvaguardare l’obiettivo generale di dotare l'Italia di una legge elettorale che finalmente
garantisca stabilità, governi coesi e rappresentanza, mediazioni al ribasso sulla riforma costituzionale non sono digeribili né perdonabili dal mio punto di vista.

mercoledì 14 gennaio 2015

Con la cultura si mangia eccome, magari non in albergo



Tranne che quando scrive di San Gimignano Montanari ha spesso ragione. La primavera scorsa  ebbi infatti a replicare ad un suo articolo sul Fatto Quotidiano sulla nostra città, molto frettoloso ed altrettanto superficiale, zeppo di luoghi comuni. La cosa mi colpì perché ho stima di lui e, spesso, di cosa scrive.
Come un suo recente articolo che parla della proposta (non ho capito avanzata da chi) di prestare gratuitamente le opere d’arte chiuse nei musei agli alberghi per esporle. Si proprio così.

L’articolo è interessante perché dà l’occasione di riflettere su quale politica culturale sta dietro ad una proposta simile. Mentre in tutto il mondo i privati concorrono a mantenere il patrimonio culturale pubblico non sostituendosi allo Stato, ma aiutandone l’azione, cioè quello che si chiama da sempre mecenatismo, da noi no. E c’è chi vorrebbe fare esattamente il contrario. Già nel nostro Paese, come fa giustamente rilevare l’autore, abbiamo aperto alle sponsorizzazioni dei privati, operazioni commerciali che fanno leva sul patrimonio pubblico. Si potrà storcere il naso ma, credo, si tratta di un meccanismo ancora sopportabile. Quello che invece non lo sarebbe è andare addirittura oltre: lo Stato che fa il mecenate per i privati (a costo zero? Con quali garanzie per la conservazione e la sicurezza? Un bene pubblico ad esclusivo beneficio dei pochi privati che frequentano l’hotel di lusso?).

La cosa dà da pensare. Soprattutto quando poi leggo che in Italia, quasi come l’altra faccia della stessa medaglia e con buona pace di Tremonti, con la cultura si mangia eccome. Il sistema produttivo del comparto cultura vale 80 mld di euro (tra no profit e pubbliche amministrazioni), che attiva 134 mld di euro con una filiera culturale di 214 mld di euro; nonostante la crisi l’export del settore è aumentato (era di 30 mld di euro nel 2009 è arrivato nel 2013 a 41,6 mld di euro); 289mila occupati in Lombardia, 160mila nel Lazio e nel Veneto, 107 mila in Toscana, 60mila in Sicilia e migliaia di imprese culturali nel nostro Paese. A dirlo è stato il recente rapporto “Io sono cultura. L’Italia della qualità e della bellezza”, fatto da Symbola.

sabato 10 gennaio 2015

Mister "manetto": un maestro non solo di sport a 10 anni di distanza

Oggi bella iniziativa per ricordare Mister Piero Bigazzi, Manetto per tutti i Sangimignanesi, nel decennale della sua scomparsa.
Oltre che un grande mister e quindi maestro di calcio anche maestro di vita: Piero era mio vicino di casa, babbo del mio miglior amico Filippo e da ragazzi, nelle estati passate nel suo campo a fare i balocchi, di sgridate e di consigli se n'è presi tanti!!
La partita di calcio è stato il miglior modo per ricordare il nostro Mister, con il calcio di inizio dato dal grande Ranieri.
A cena poi tutti noi ragazzi dal '74 al '78 abbiamo consegnato una targa in ricordo di Piero a Filippo e Cristina (fisicamente ed idelamente anche a Milena che non se l'è sentita di venire a cena, troppe emozioni) e raccolto qualche centinaio di euro da devolvere in beneficenza, al progetto casa Sara.
Una serata unica, che ha rimesso insieme più generazioni di Sangimignanesi nel ricordo di Piero, nello spirito vero del calcio e dei suoi valori. 


Ciao Piero!